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Contattaci oraIl Seattle Times e Newsday hanno infatti citato in giudizio OpenAI e Microsoft, accusandoli di aver sistematicamente saccheggiato migliaia di articoli protetti da copyright, superando i paywall e cancellando i metadati, per addestrare i loro modelli di intelligenza artificiale.
La battaglia per l'informazione si infiamma: Seattle Times e Newsday hanno denunciato OpenAI e Microsoft, accusandole di aver saccheggiato i loro articoli per addestrare IA come ChatGPT. Questa nuova ondata legale, che segue quella del New York Times, mette in discussione il concetto di 'fair use' e potrebbe riscrivere le regole del rapporto tra tecnologia e giornalismo.
La denuncia: giornalismo “divorato” per addestrare l’IA
Secondo le accuse, OpenAI e Microsoft avrebbero “raschiato” via contenuti dai siti web dei due editori, superando perfino i paywall, per inglobare gli articoli nei loro modelli di addestramento.
Il risultato?
Strumenti come ChatGPT sono in grado non solo di riprodurre alla lettera passaggi interi degli articoli originali, ma anche di fornire risposte che rendono del tutto inutile visitare i siti delle testate o, peggio, sottoscrivere un abbonamento.
Come se non bastasse, nella denuncia si legge che le aziende avrebbero rimosso sistematicamente i metadati relativi al copyright e all’attribuzione, rendendo ancora più difficile tracciare l’origine delle informazioni.
In pratica, hanno preso il lavoro altrui, gli hanno tolto l’etichetta e l’hanno rivenduto come proprio.
Le stesse testate giornalistiche, come descritto da The Verge, hanno definito questo meccanismo come un “serpente che si mangia la coda”, un sistema che rischia di distruggere le organizzazioni da cui dipende per la sua stessa esistenza.
Ma questa mossa del Seattle Times e di Newsday non è un fulmine isolato in un cielo sereno. È, in realtà, solo l’ultimo capitolo di una saga che si sta allargando a macchia d’olio.
Non un caso isolato, ma una vera e propria ondata legale
Se pensi che questa sia la prima volta, ti sbagli di grosso. Già nel dicembre 2023, il New York Times aveva aperto le danze, diventando il primo grande quotidiano statunitense a citare in giudizio OpenAI e Microsoft per motivi identici. L’accusa era quella di “free-riding”, ovvero di aver sfruttato a sbafo l’enorme investimento del Times nel giornalismo di qualità per costruire strumenti che ora gli fanno concorrenza diretta.
E non sono i soli. Ad aprile 2024, un gruppo di giornali di proprietà di Alden Global Capital, tra cui il Chicago Tribune e il New York Daily News, ha seguito l’esempio, intentando una causa simile. Come riportato su Reuters, anche testate come The Intercept e Raw Story si sono unite alla lotta, creando un fronte sempre più compatto di editori che chiedono conto ai giganti della tecnologia.
Tutto questo ci porta a una domanda fondamentale, quella che tutti, dalle aule di tribunale ai corridoi del governo, si stanno ponendo:
dove finisce l’innovazione e dove inizia il furto?
La vera posta in gioco: il futuro dell’informazione e il “fair use”
La difesa di OpenAI e Microsoft si aggrappa a un concetto legale chiamato “fair use” (uso legittimo), sostenendo che l’addestramento dei modelli IA su materiale protetto da copyright sia un uso trasformativo e quindi lecito.
E qui la faccenda si complica, perché persino il governo degli Stati Uniti, in un intervento nel caso del New York Times, ha preso le parti di OpenAI, avvertendo che limitare questo tipo di addestramento potrebbe frenare il progresso tecnologico.
Una posizione che, diciamocelo, lascia perplessi, quasi a suggerire che l’innovazione di pochi valga più del diritto d’autore di molti.
Gli editori, ovviamente, non ci stanno.
Sostengono che non si può parlare di “fair use” quando si tratta di una copia massiva, di natura puramente commerciale e con un impatto così distruttivo sul mercato.
Se i tribunali dovessero dare ragione alle aziende tecnologiche, per l’industria giornalistica potrebbe essere l’inizio della fine, privandola di ogni leva per negoziare licenze e compensi.
Ma il problema non è solo economico.
La denuncia del Seattle Times e di Newsday solleva anche un altro spettro: il danno reputazionale.
Secondo gagadget.com, le IA a volte generano informazioni false o palesemente inventate, attribuendole però a testate giornalistiche autorevoli, minando così la fiducia costruita in decenni di lavoro.
La questione, quindi, è molto più profonda di una semplice violazione di copyright: si tratta di decidere chi controllerà, e soprattutto chi trarrà profitto, dalle notizie nell’era dell’intelligenza artificiale.

I giornali si svegliano adesso, dopo anni di contenuti regalati ai motori di ricerca. L’intelligenza artificiale è solo l’ultimo commensale al banchetto. Mi chiedo chi sarà il prossimo a lamentarsi del pasto gratuito.
Commovente questa tardiva difesa della proprietà intellettuale, mentre il banchetto digitale è già terminato da tempo. Ora si litiga per le briciole sul tavolo.
Il lamento per i dati divorati somiglia al pianto greco di chi, avendo lasciato aperta la diga, si stupisce dell’alluvione. Quale logica governa queste reazioni tardive?
Un teatrino già visto. Si chiude la stalla quando i buoi sono scappati. Resta da capire se il prossimo modello di business sarà la causa legale.
Andrea Ruggiero, chiamarlo modello di business è generoso. È l’equivalente di un funerale con l’open bar. Hanno lasciato che i loro contenuti diventassero il pasto gratis per tutti, e adesso presentano il conto al cannibale che li ha spolpati. Che pena.
Queste cause legali sono il canto del cigno di un modello superato. Discutere di furto ora è come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati e hanno imparato a volare. Il valore si è già spostato, bisogna solo prenderne atto.
Discutere tra invitato e saccheggiatore è un teatrino patetico, mentre la valanga tecnologica ride di avvocati e paywall. A chi importa dei contratti quando il modello è già stato addestrato?
Il punto non è la SEO. È confondere l’invitato con il saccheggiatore. L’informazione di qualità si paga, non si preleva come acqua dal pozzo.
@Marta Amato Il confine tra saccheggiatore e partner è una questione di contratto, mica di etica. Tutta questa sceneggiata serve solo a definire il prezzo del pizzo prima che i giornali diventino del tutto irrilevanti. È un posizionamento per la futura spartizione dei ricavi.
Per anni hanno campato di SEO. Ora piangono per il scraping. Che comici.
Queste lamentele sono il canto del cigno. La tecnologia non ruba le ricette, cambia la cucina. I giornali quando lo capiranno?
Vanessa, non è cambiare cucina. È rubare ingredienti. Il valore si crea, non si prende.
Certo, la dispensa era aperta, ma non ci si aspettava che gli ospiti brevettassero le ricette di famiglia per poi rivendercele. Quanto vale l’ingenuità nel mercato dei dati?
Isabella, hanno preso le ricette di famiglia, dici? Peggio. Hanno divorato il profumo del pane della nonna. A loro resta il calcolo delle calorie, non il calore del ricordo. E noi, adesso, cosa mettiamo in tavola per i nostri figli?
I giornali urlano al saccheggio, ma chi ha lasciato la porta della dispensa aperta?