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Contattaci oraQuesta novità permette di confrontare le performance delle proprie campagne con quelle di aziende simili, attraverso l’assistente “Ask Advisor”, ma l’accesso a questi dati richiede la condivisione delle informazioni utente.
Google Analytics lancia una nuova funzione di benchmarking potenziata dall'IA "Ask Advisor". Lo strumento permette di confrontare le performance delle proprie campagne con quelle di aziende simili, fornendo un contesto competitivo prezioso. Per accedere alla funzione, tuttavia, è necessario acconsentire alla condivisione dei propri dati in forma aggregata, sollevando il consueto dibattito tra insight e privacy.
Google Analytics si mette a fare il paragone: arriva il benchmarking con l’IA
Google ha sganciato l’ennesima novità in Google Analytics, e questa volta, diciamocelo, potrebbe cambiare il modo in cui guardi i tuoi dati.
Stiamo parlando di una nuova funzione di benchmarking che, tramite l’assistente IA “Ask Advisor”, ti permette di confrontare le performance delle tue campagne con quelle di aziende simili alla tua.
In pratica, Google ti mette davanti uno specchio, ma non uno specchio normale: uno che ti fa vedere anche come sono “vestiti” i tuoi vicini di casa, i competitor.
L’idea è semplice: invece di guardare solo i tuoi numeri e chiederti “sto andando bene o male?”, ora puoi avere un contesto.
La funzione ti mostra se i tuoi risultati sono sopra, sotto o in linea con la media del tuo settore.
Un aiuto non da poco, specialmente se ti muovi in un mercato nuovo o se non hai uno storico di dati chilometrico.
Ma come funziona esattamente questa magia, e soprattutto, a quale prezzo?
Cos’è e come funziona questo “Ask Advisor”?
Il cuore di tutto è “Ask Advisor“, un assistente basato sulla tecnologia Gemini di Google che sta diventando il perno di tutti gli strumenti di marketing di Big G.
Questo assistente ora può analizzare i tuoi dati e confrontarli con un “gruppo di pari”, cioè un insieme di attività che Google ritiene simili a te per settore e caratteristiche digitali.
All’interno dei tuoi report di Google Analytics 4, vedrai comparire dei dati di confronto: la mediana del gruppo di pari e i valori del 25° e 75° percentile.
Questo significa che non solo vedi la performance “media”, ma anche l’intervallo in cui si muove la maggior parte dei tuoi simili.
In questo modo, Analytics smette di essere solo uno strumento per guardarsi l’ombelico e offre una prospettiva sul mercato.
Una bella evoluzione, che trasforma i dati da numeri freddi a indicatori di posizionamento competitivo.
Tutto questo, ovviamente, alimentato da un flusso di dati che deve pur venire da qualche parte, no?
Il “piccolo” dettaglio: devi condividere i tuoi dati
E qui arriviamo al punto che, spesso, fa storcere il naso. Per accedere a questa funzione, c’è un’impostazione da attivare nelle impostazioni del tuo account Analytics: “Contributi per la modellazione e approfondimenti sul business”. Tradotto dal burocratese: devi dare il consenso a Google di usare i tuoi dati, in forma anonima e aggregata, per alimentare i suoi modelli.
Non c’è niente di gratis, insomma.
Per ricevere un’analisi comparativa, devi contribuire al calderone comune.
Google assicura che tutto è anonimo, che i concorrenti non vedranno mai i tuoi dati specifici, ma la questione di fondo resta. Stiamo cedendo un altro pezzetto del nostro patrimonio informativo in cambio di un’analisi più ricca. Questo si inserisce in un dibattito molto più ampio sulla privacy e sul controllo dei dati, dove ogni nuova funzionalità sembra chiederci di scegliere tra maggiori insight e una maggiore tutela delle nostre informazioni.
Ma al di là della filosofia, cosa ne pensano gli esperti del settore?
L’entusiasmo per la novità ha messo tutti d’accordo?
Tra entusiasmo e cautela: cosa ne pensano gli addetti ai lavori?
Le prime reazioni sono state perlopiù positive. Avere un punto di riferimento esterno è oggettivamente utile per valutare se una campagna sta performando bene o se c’è qualcosa che non va. Tuttavia sarebbe meglio trattare i suggerimenti di Ask Advisor come spunti per generare ipotesi, non come ordini esecutivi su cui basare le decisioni di budget.
In altre parole, l’intelligenza artificiale può accelerare l’analisi e darti un contesto, ma il giudizio finale, la comprensione profonda del tuo business e del tuo margine, deve rimanere saldamente nelle mani umane.
Affidare completamente le leve del budget a un algoritmo, per quanto evoluto, potrebbe rivelarsi un passo falso.
La vera sfida sarà usare questi strumenti per fare domande più intelligenti, non per smettere di farle.

Chi si lamenta dello scambio non ha capito il gioco. I dati sono la moneta. Meglio spenderli per sapere dove sei, o no?
Federica, chi esita sta correndo una gara bendato. Dare dati aggregati per vedere la posizione degli altri corridori non è cedere un vantaggio, è comprare la vista. Preferiamo lamentarci al buio o accendere la luce per provare a vincere?
Valerio, più che comprare la vista mi pare che paghiamo per far vedere meglio a Google. Noi gli diamo i nostri dati e lui ci restituisce delle medie. Mi sfugge il grande affare.
È il solito scambio, dai. Dati aggregati in cambio di uno spaccato del mercato. Per me ci sta. Questa roba ti fa capire subito dove stai perdendo colpi. Il punto è usare l’info per muoversi meglio, non per paranoia.
Elena, il solito scambio è dare dati reali per avere in cambio medie statistiche inutili. È un modo elegante per farci inseguire fantasmi.
Cediamo frammenti della nostra identità digitale per vedere se siamo più lenti o veloci del vicino. Un voyeurismo competitivo mascherato da analisi dei dati. A volte mi domando se misuriamo il successo o semplicemente la nostra conformità alla media del gregge.
Vi regalano lo specchio per spiare, ma siete voi il riflesso in vendita.
Giada Mariani, ci offrono uno specchio per misurare la nostra gabbia. La dimensione delle sbarre, però, non cambia la natura della prigione. La vera domanda è: chi tiene le chiavi?
Luciano D’Angelo, la risposta alla tua domanda è scontata, mi pare. Non serviva un’altra metafora per affermare la stessa cosa. Il problema è che ci piace misurare la gabbia, ci fa sentire in controllo.
Giada Mariani, se quel riflesso in vendita permette di acquisire un vantaggio misurabile, non è un investimento anziché una cessione di sovranità digitale?
Ci offrono la possibilità di sbirciare nel giardino dei vicini, a patto di consegnare le chiavi di casa nostra al padrone del quartiere. Non riesco a capire se questa sia una forma di intelligenza competitiva o solo un modo per renderci tutti ugualmente prevedibili.
Daniele, che tutti siano prevedibili è un vantaggio, non un problema. Io le mie chiavi le do, se in cambio ottengo il grimaldello per tutti.
Google ci fa giocare a chi ce l’ha più lungo con i dati. Alla fine, l’unico che vince è sempre il banco.
Riccardo, il banco chiede i miei dati per farmi vedere le carte degli altri. Gratificante.
Il mio lato manageriale esulta per dati così preziosi, mentre la mia diffidenza innata percepisce una trappola ben congegnata. Quale delle due parti ha la visione più lucida?
Regalo i miei dati per spiare i competitor. Dove devo firmare?
Lamentarsi della condivisione dati è come un pilota che non vuole la telemetria in auto: corre al buio. Questa è una transazione, non un furto. Dai una goccia del tuo oceano per avere la mappa delle correnti. La domanda è: vuoi navigare o affondare?
La solita fuffa per farci sentire in gara con gli altri. Google ti vende vanità, non dati utili. Intanto nessuno parla più con i clienti veri. Siamo diventati criceti sulla ruota che pagano per correre più forte degli altri.
Simone Damico, la privacy è il prezzo del biglietto. Se non vuoi pagare, non giochi. Io preferisco conoscere il punteggio della partita.
Diamo i nostri dati per sapere quanto siamo scarsi. Un vero affare, no?
Marco Basile, l’affare è per chi sa leggere i dati altrui, non i propri.
Lorena Santoro, è proprio così. Una gara a chi ha il numero più alto, mentre il senso di quello che facciamo svanisce lentamente.
Esatto Marco, il punto è proprio quello. Mentre noi siamo impegnati nella gara di vanità, regaliamo a Google la mappa completa del mercato per addestrare i suoi sistemi. Un baratto conveniente, direi.
Marco Basile, la definirei una gabbia dorata, non un affare. Ci danno lo specchio per ammirare i vicini, ma le sbarre le costruiscono con i nostri dati. Io scelgo di non guardarmi in quello specchio e di rompere il vetro.
La preoccupazione sulla privacy è un lusso per chi non vuole vincere. Questo è il biglietto per vedere le carte degli altri giocatori, l’alternativa è restare fermi convinti di avere la mano migliore.
Signor Valentini, un’acuta osservazione, se non fosse che il biglietto per vedere le carte altrui lo paghiamo mostrando le nostre al casinò. Un casinò che, peraltro, possiede il tavolo e pure le sedie.