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Ma resta da capire se si tratti della prossima svolta per l’innovazione tecnologica o di una strategia per rendere i clienti Google Cloud ancora più dipendenti dalla piattaforma
Google Cloud presenta la sua strategia per il 2026, basata su agenti AI autonomi per rivoluzionare interi settori. Supportata da nuovi modelli e un'infrastruttura cloud-first, questa visione ambiziosa solleva un interrogativo cruciale: si tratta di vera innovazione o di una mossa calcolata per legare i clienti al proprio ecosistema, aumentando il rischio di vendor lock-in?
Google Cloud punta al 2026: agenti AI autonomi o l’ennesima mossa per blindare il mercato?
Google ha messo le carte in tavola, e diciamocelo, sono carte pesanti.
La strategia per il 2026 non parla più di semplici chatbot o di assistenti che rispondono a comandi basilari.
No, qui si parla di una trasformazione radicale che, secondo le loro stesse parole (ecco l’intervista di Michael Gerstenhaber, product VP at Google Cloud, a TechCrunch), dovrebbe ridefinire il nostro modo di lavorare, la sicurezza e l’intera esperienza del cliente.
Il piano si basa su tre pilastri che, messi insieme, delineano un futuro in cui l’AI non è più solo uno strumento, ma un vero e proprio collaboratore proattivo.
La vera domanda, però, è se questa visione sia davvero la prossima frontiera dell’innovazione o una manovra calcolata per legare ancora di più le aziende al proprio cloud.
Agenti AI che pensano da soli: la grande promessa
Il cuore pulsante della nuova strategia di Google sono gli “agenti AI autonomi“. Stando a quanto emerge dai report ufficiali di Google Cloud, questi non sono semplici automazioni, ma sistemi progettati per gestire compiti complessi dall’inizio alla fine, con una supervisione umana minima.
Si parla di agenti capaci di gestire in autonomia interi processi di assistenza clienti, di identificare e neutralizzare minacce alla sicurezza informatica o di ottimizzare complesse catene di approvvigionamento.
Un’ambizione enorme, che promette efficienza e produttività a livelli mai visti prima.
Ma per far funzionare questi super-assistenti digitali, serve una potenza di calcolo e un’intelligenza di base fuori dal comune.
E qui entra in gioco il secondo pezzo del puzzle di Google.
Dietro le quinte: nuovi modelli e un’infrastruttura “cloud-first”
Questi agenti non nascono dal nulla. La loro efficacia dipende dai modelli fondazionali che li alimentano. E infatti, come si legge nelle note di rilascio di Vertex AI, Google sta già distribuendo i nuovi modelli GLM 5 e GLM 4.7, progettati specificamente per gestire queste complesse attività “agentiche”. In pratica, stanno costruendo i “cervelli” necessari per sostenere le loro ambizioni. Il tutto, ovviamente, poggia su un’infrastruttura definita “cloud-first”, un approccio che, secondo la loro roadmap, garantisce prestazioni e integrazione ottimali.
Viene da chiedersi, però, se questo approccio “cloud-first” non sia altro che un modo elegante per dire “o usi il nostro cloud, o niente da fare”.
Una strategia che, se da un lato può avere senso dal punto di vista tecnico, dall’altro puzza un po’ di vendor lock-in, rendendo difficile per un’azienda, una volta entrata, guardare altrove.
La parola agli esperti: verticalizzazione e la battaglia per il primato
A gettare ulteriore luce sulla strategia è Sanjay Singh, CEO di Onix, uno dei principali partner di Google Cloud. In una sua analisi, come riportato su CRN, emerge chiaramente l’importanza della “verticalizzazione”: la creazione di soluzioni AI specifiche per ogni settore industriale, dalla sanità alla finanza.
Questo significa che Google non vuole offrire una soluzione generica, ma un’intelligenza artificiale “sartoriale”, addestrata per risolvere i problemi specifici di ogni mercato. Singh si spinge a dire che Google ha un vantaggio competitivo in questo campo.
Sarà vero?
O è la narrazione che un colosso tecnologico e i suoi partner devono portare avanti per convincere il mercato in una battaglia sempre più accesa con rivali come Microsoft e AWS?
La visione di Google è senza dubbio ambiziosa.
Resta da vedere se questa rivoluzione degli agenti AI sarà davvero un vantaggio per tutti, o solo per chi deciderà di scommettere tutto, ancora una volta, sull’universo di Mountain View.

La solita solfa del vendor lock-in, presentata come manna dal cielo. Prima ti danno il giocattolo, poi si tengono le batterie. La vera gara non è usarli, ma capire come mollarli quando non servono più.
L’apparente emancipazione da compiti ripetitivi nasconde la costruzione metodica di una dipendenza infrastrutturale, dato che il vendor lock-in non è un rischio collaterale ma l’obiettivo primario. Il miraggio della comodità si paga sempre con una qualche forma di servitù volontaria.
Ci vendono la libertà da compiti noiosi. Diventeremo così liberi da non saper più fare nulla da soli. È questa la vera autonomia che ci stanno promettendo?
Chiamatela rivoluzione, io la chiamo costruzione di un guinzaglio digitale dorato. La comodità è la migliore delle trappole, in fondo.
La scoperta dell’acqua calda. Ovvio che vogliono blindare il mercato, quale rivoluzione. La vera domanda non è questa, ma chi sta già costruendo l’alternativa open per fregarli tutti sul tempo. Il resto sono chiacchiere.
Riccardo De Luca, la sua fede in un’alternativa redentrice è commovente, ma il gioco è scegliere il padrone, non liberarsi. Mi domando se la vera autonomia non consista nell’imparare ad amare la propria dorata prigione.
Che ci leghino pure, basta che questi agenti facciano il lavoro sporco al posto nostro.