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Tra competenza e dipendenza: la nuova Learn Mode di Google Colab mira a formare sviluppatori o a fidelizzare i futuri professionisti al suo ecosistema?
Google lancia la Learn Mode su Colab, trasformando l'IA Gemini in un tutor di programmazione. Una mossa per contrastare il "copia-incolla" che si inserisce in una battaglia più ampia con OpenAI per il settore educativo. L'obiettivo è formare sviluppatori competenti o fidelizzare futuri clienti all'ecosistema di Mountain View fin dall'università?
Da “generatore di codice” a “tutor personale”: la scommessa di Google
L’idea alla base della Learn Mode è tanto semplice quanto, sulla carta, efficace. Invece di vomitare blocchi di codice pronti all’uso, l’assistente AI Gemini cambia completamente approccio.
Una volta attivata questa modalità, l’intelligenza artificiale non ti dà più la soluzione, ma ti guida passo dopo passo per arrivarci. Spiega la logica dietro a un comando, scompone i problemi complessi in parti più piccole e ti fa ragionare sui concetti di programmazione.
L’obiettivo dichiarato è quello di aiutare studenti e professionisti a sviluppare competenze reali, non a chiudere un ticket nel minor tempo possibile.
Una mossa che sembra nobile, quasi filantropica.
Ma è davvero così, o stiamo assistendo a una partita a scacchi molto più grande?
Una mossa calcolata nella nuova guerra dell’IA per l’istruzione
La realtà è che Google non sta giocando da sola. Anzi, si è tuffata in quella che alcuni osservatori definiscono “la nuova battaglia dell’IA” nel campo della tecnologia per l’istruzione. Anche OpenAI e Anthropic si sono mosse nella stessa direzione, lanciando modalità di studio simili.
Si tratta di una tendenza di mercato ben precisa, spinta, a quanto pare, da una richiesta diretta degli studenti universitari che, durante alcuni focus group, hanno chiesto strumenti per imparare, non per barare.
Una richiesta legittima che i giganti della tecnologia si sono affrettati a soddisfare.
Viene da chiedersi se l’obiettivo sia davvero formare sviluppatori più competenti o, più pragmaticamente, fidelizzare la prossima generazione di professionisti al proprio ambiente di sviluppo, fin dai banchi dell’università.
Imparare a programmare o imparare a dipendere da Google?
Il problema di fondo non è nuovo: un’IA che ti dà la pappa pronta rischia di atrofizzarti il cervello, non di allenarlo.
Learn Mode sembra voler affrontare di petto questa contraddizione.
Questa iniziativa, però, non è un gesto isolato, ma si inserisce in una strategia più ampia. Google sta già offrendo abbonamenti gratuiti di un anno a Colab Pro per studenti e professori universitari negli Stati Uniti, insieme a tutta una serie di strumenti per rendere l’insegnamento della programmazione più integrato nella sua piattaforma.
La domanda, quindi, non è tanto se questi strumenti funzionino, ma a chi giovi davvero questo nuovo modello educativo.
Si formano menti critiche e indipendenti o futuri clienti fedeli, addestrati fin da giovani a pensare e lavorare secondo le regole di un unico, gigantesco fornitore?

Tutti a sgamare la solita manfrina del vendor lock-in, che ci sta tutta, ma poi siamo i primi a cercare la pappa pronta ovunque. Mi chiedo se questa trovata ci renderà semplicemente pigri in un modo nuovo e più chic.
L’assistenza personalizzata è un pretesto elegante per un’operazione di addomesticamento professionale su larga scala. Mi inquieta pensare che la prossima ondata di talenti non sappia distinguere la propria competenza dal perimetro disegnato da un unico fornitore. È questo il progresso che desideriamo?
Tutoraggio. La parola chic per dire “onboarding a vita”. Ti coccolano da studente per poi venderti l’intera baracca da professionista. Un classico. Io ci campo con ‘ste cose, ma da utente mi vengono i brividi.
Chiamatelo tutoraggio. Sono binari che portano dritti alla dipendenza.
Lo chiamano tutoraggio, io lo chiamo imprinting. Il primo fornitore non si scorda mai.
Smettiamola di chiamarla formazione: è un addestramento mirato a creare dipendenza da un unico fornitore, venduto come un’opportunità ai più ingenui. Il primo corso è gratis, il resto della carriera lo paghi a loro con gli interessi.
La chiamano formazione, ma è il primo passo del funnel. Ti abituano fin da subito a usare i loro tool, così non ne cerchi altri. È marketing 101, non beneficenza. Alla fine, il banco vince sempre.
Paola, la beneficenza di Google. Certo. Ti insegnano a pescare, ma solo nel loro laghetto privato e con la loro canna. Poi ti presentano il conto per l’esca. È la solita storia con un fiocco diverso, niente di più.
Paura di essere rimpiazzati? Sveglia. L’IA non ti rimpiazza, ti fa da filtro. O impari a dominarla o diventi obsoleto. Questa è selezione, non beneficenza.
Enrico, l’illusione di dominarla mentre Google ti forma e profila è il vero capolavoro.
Ok, prima ti insegna. Poi ti giudica. Alla fine ti rimpiazza. A me sta roba fa venire un’ansia pazzesca. E se sbagliamo qualcosa e l’IA si offende?
Ti insegnano l’alfabeto per poi venderti il loro dizionario come l’unico esistente, un giochetto che puntualmente mi affascina nella sua prevedibile banalità.
Silvia Graziani, un gioco prevedibile che funziona benissimo. Analizzano ogni nostro click per legarci meglio. E a me sta bene, purtroppo.
Federica Testa, non è rassegnazione, è un baratto calcolato. Cediamo la libertà di pensiero per un po’ di comodità guidata. È lo stesso principio per cui pago i miei abbonamenti, una debolezza che conosco bene.
Un baratto calcolato da chi lo propone, non da noi. Loro definiscono il valore dello scambio e a noi resta solo accettare o sparire.
Ti imboccano la pappa per tenerti stretto, un classicone che neanche mia nonna. La vera domanda è: quando la smetteremo di credere che le multinazionali abbiano a cuore la nostra formazione?
Prima ti insegnano a camminare, poi ti vendono le loro scarpe a vita. La dipendenza si costruisce da giovani, con le migliori intenzioni. Alla fine, chi sta formando chi?