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Servizi locali e studi legali tra i più colpiti dall’ultimo aggiornamento dell’algoritmo di Google, che sembra premiare chi offre un reale valore aggiunto e informazioni inedite.
Il Google March 2026 Core Update è concluso, con conseguenze inaspettate. A essere penalizzati non solo i contenuti IA, ma anche servizi locali e professionisti a causa di pagine di bassa qualità. Emerge un nuovo fattore decisivo per il ranking: l'Information Gain, ovvero la capacità di un contenuto di aggiungere un valore realmente nuovo e unico alla conversazione online.
L’aggiornamento è finito. E ora?
Google ha premuto il pulsante “stop”. Il tanto discusso March 2026 Core Update, dopo dodici giorni di scossoni e analisi al microscopio, è ufficialmente concluso. La promessa, come sempre, era quella di ripulire i risultati di ricerca, premiando i contenuti di alta qualità e penalizzando le furbate.
La solita musica, dirai tu.
D’altronde, è quello che ci sentiamo ripetere a ogni aggiornamento.
L’obiettivo dichiarato era colpire duro sulla produzione di contenuti su larga scala, inutili e poco originali, con un occhio di riguardo per quelli sfornati senza un briciolo di supervisione umana. Una crociata contro la mediocrità che, sulla carta, dovrebbe farci solo piacere.
Ma questa volta la promessa è stata mantenuta?
O, come al solito, la realtà dei fatti racconta una storia un po’ diversa?
Chi ha pagato il prezzo più alto (e non è chi pensi tu)
Mentre tutti puntavano il dito contro i blog infarciti di contenuti-spazzatura generati dall’IA, i dati che iniziano a emergere dipingono un quadro più complesso e, per certi versi, inaspettato. A subire i colpi più pesanti, infatti, non sono stati solo i soliti noti, ma intere categorie di business che con la produzione di massa c’entrano poco.
Parliamo di servizi locali, studi legali e settore sanitario.
Come descritto da un’analisi di Scorpion, sono proprio queste le nicchie che hanno visto i maggiori stravolgimenti.
Il motivo?
Sembra che l’algoritmo abbia preso di mira le pagine location fatte con lo stampino e i contenuti generici che, pur essendo magari scritti da umani, non offrivano alcun valore aggiunto reale.
Questo solleva una domanda scomoda: se l’intento era combattere l’abuso di IA, perché a pagare sono state anche piccole imprese che tentavano semplicemente di essere visibili a livello locale?
Viene da chiedersi se il vero bersaglio fosse la bassa qualità in sé, a prescindere da chi o cosa l’abbia prodotta.
Ma allora qual è il vero filo conduttore che lega vincitori e vinti?
Non è solo una questione di “contenuto originale”.
C’è un concetto, molto più profondo e decisivo, che sembra essere diventato il nuovo metro di giudizio di Google.
Chi vince e chi perde nel mondo dell’informazione?
Secondo Press Gazette, il Google Core Update di marzo 2026 ha prodotto effetti piuttosto contenuti per i siti di informazione, con variazioni di visibilità che, pur positive per alcuni editori, restano nel complesso moderate.
I dati elaborati da Sistrix mostrano che tra i principali beneficiari figurano The Guardian, Money Saving Expert, Substack e The New York Times, che hanno registrato piccoli incrementi nella propria presenza nei risultati organici di Google. Nel Regno Unito, The Guardian è stato il marchio editoriale con la crescita assoluta più evidente, pur rimanendo ancora sotto i livelli raggiunti prima del più incisivo aggiornamento di dicembre.
Negli Stati Uniti, invece, il miglior risultato è stato ottenuto dal New York Times. Il punto centrale, però, è un altro: secondo il consulente SEO Barry Adams, queste oscillazioni rientrano nei normali margini di fluttuazione e non indicano un cambio radicale dell’algoritmo per il settore news.
In altre parole, l’update non ha ridisegnato le gerarchie della visibilità editoriale. Rimane invece aperta la questione delle AI Overviews, dove continuano a comparire contenuti di bassa qualità, spam e informazioni poco affidabili. Per gli editori questo conferma che, almeno per ora, Google non ha ancora risolto in modo convincente il tema della qualità delle fonti mostrate nelle risposte generate dall’intelligenza artificiale.
Oltre l’originalità: la vera partita si gioca sull’information gain
La vera novità di questo aggiornamento, il fattore che sta separando chi sale da chi crolla, ha un nome preciso: Information Gain.
Google non ti chiede più solo di essere originale.
Ti chiede: “Cosa aggiungi di nuovo alla conversazione?”.
Il concetto, come riportato su diverse analisi tra cui quella di OrangeMonke, è semplice ma spietato: se il tuo contenuto si limita a ripetere cose già dette e ridette da altri, anche se con parole diverse, per Google sei diventato rumore di fondo.
Avere un sito con una forte autorità tematica, dove ogni pezzo aggiunge esperienza diretta, dati unici o un punto di vista che nessuno aveva ancora espresso, è ciò che ha fatto la differenza.
Non basta più scrivere un articolo completo; devi scrivere un articolo che lasci al lettore qualcosa che non poteva trovare altrove. Big G non penalizza i contenuti realizzati con l’IA ma quelli che non portano nulla di nuovo!
Questo spiega perché molti siti, pur avendo contenuti originali e ben scritti, hanno perso terreno: erano corretti, ma non indispensabili.
La caccia al trucchetto sembra finita.
Ora inizia il lavoro vero.

Chiamano “valore” il battito d’ali di una farfalla. Una macchina non può misurare la poesia. La mia voce non ha un prezzo.
Google crea il problema, noi vendiamo la soluzione. Questo “Information Gain” pagherà le mie prossime vacanze. Almeno il mercato si muove.
Chiara De Angelis, monetizzare il caos è l’unica. Intanto il colosso riscrive le regole e noi ci adattiamo, tipo pesci rossi che cambiano boccia. Un’esistenza piena di significato.
Chiamare “information gain” il mutevole criterio di un monopolista è un ammirevole esercizio di stile per decidere chi lavora e chi no.
Signora Sorrentino, non lo vedo come un esercizio di stile. È un’indicazione precisa. Dobbiamo offrire un valore nuovo e unico. Chi si lamenta del cambiamento, semplicemente, non vuole creare.
Fa quasi tenerezza vedere l’ennesima strage di siti costruiti sul nulla. Scrivere contenuti unici era difficile anche prima, non è una novità di Google.