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Questi assistenti proattivi mirano a scandagliare il web 24/7 per conto dell’utente, tuttavia la loro disponibilità è al momento limitata agli abbonati del piano più costoso di Google.
Google rivoluziona la ricerca con gli 'Information Agents', un servizio di monitoraggio proattivo 24/7. Riservata agli abbonati del costoso piano AI Ultra, questa innovazione trasforma la ricerca in un assistente personale. Tuttavia, l'alto prezzo e le crescenti preoccupazioni sulla privacy sollevano dubbi: questa tecnologia elitaria sacrificherà i nostri dati personali sull'altare dell'efficienza?
Dalla ricerca attiva al monitoraggio 24/7: arrivano gli “Information Agents”
Google ha deciso che il modo in cui cerchi le informazioni è obsoleto. Non sarai più tu a digitare una domanda, aspettare una lista di link e ripetere il processo ogni volta che hai bisogno di un aggiornamento.
L’azienda sta infatti rilasciando i suoi nuovi “Information Agents” per gli abbonati al piano AI Ultra, trasformando di fatto la ricerca in un servizio di monitoraggio attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
In pratica, come riportato su 9to5Google, questi “agenti” sono il primo passo concreto verso una visione che Google insegue da tempo: un’intelligenza artificiale che lavora per te in sottofondo, senza sosta.
L’idea è semplice: invece di cercare, chiedi a Google di tenere d’occhio un argomento per te, con comandi come “tienimi aggiornato su…” o “avvisami quando…”. L’agente si mette al lavoro, scandagliando il web, dai blog ai social, passando per i feed in tempo reale di finanza e sport, e ti invia una notifica con un riassunto e i link utili solo quando trova qualcosa di nuovo e rilevante.
Una vera e propria rivoluzione, che trasforma il motore di ricerca in un assistente proattivo.
Ma prima di cantare vittoria, c’è un dettaglio non da poco da considerare: chi potrà permettersi questo lusso?
La ricerca del futuro? sì, ma solo per chi paga (e tanto)
Diciamocelo chiaramente: al momento, questa non è una funzionalità per tutti. L’accesso agli “Information Agents” è riservato agli abbonati del piano più costoso, AI Ultra, con prezzi che si aggirano sui 99 o 199 dollari al mese.
Una cifra che mette subito le cose in prospettiva.
Mentre Google continua a offrire funzionalità base di intelligenza artificiale nei suoi piani più economici, come AI Plus e AI Pro, le innovazioni più potenti, quelle che davvero cambiano il modo di interagire con le informazioni, finiscono dietro un muro di pagamento decisamente alto.
Come ha evidenziato ZDNet, la questione è piuttosto diretta: ha senso sborsare centinaia di dollari al mese per questo?
Per sviluppatori o professionisti che necessitano di un accesso prioritario alle tecnologie più avanzate, forse.
Ma per l’utente medio, il rischio è che le promesse di una ricerca più intelligente rimangano confinate a una élite.
L’impressione è che le esperienze di ricerca più avanzate stiano diventando un club esclusivo. E questo solleva domande che vanno ben oltre il portafoglio, toccando la natura stessa di come accederemo alle informazioni e, soprattutto, a quale prezzo in termini di privacy.
Tra promesse di efficienza e dubbi sulla privacy: cosa c’è sotto?
Questi agenti informativi, per ora, si concentrano su dati pubblici. Ma si inseriscono in una strategia più ampia che include la “Personal Intelligence“, una funzionalità che permette a Google di attingere a dati privati da Gmail, Google Foto e presto anche Calendar.
Il confine tra un assistente super efficiente e un sorvegliante digitale si fa improvvisamente molto sottile.
Se da un lato l’idea di un’IA che ti trova l’appartamento perfetto o il biglietto per un concerto è allettante, dall’altro sorge spontanea una domanda:
Quanta parte della nostra vita digitale siamo disposti a dare in pasto a questi sistemi?
La visione di Google, come descritto da TechCrunch, è trasformare la ricerca da uno strumento che visiti quando ti serve qualcosa a un’intelligenza che lavora costantemente per te. Aggiungici il rischio sempre presente delle “allucinazioni” dell’IA, dove un riassunto potrebbe distorcere la realtà, e il quadro si complica.
La vera partita, quindi, non si gioca solo sulla tecnologia, ma sulla fiducia che siamo disposti a concedere a un’intelligenza artificiale che osserva il web (e forse i nostri dati) per conto nostro, 24 ore su 24.

Ti creano il problema dell’infobesity, poi ti vendono la cura a peso d’oro usando la tua stessa cronologia. Praticamente è un abbonamento per non avere lo sbatti di sgamare le loro trappole.
Sognavo un accesso universale, non barriere dorate costruite con i nostri dati. Un progresso che esclude e divide non è progresso. È solo potere.
Si monetizza un’esigenza creata ad arte usando le nostre informazioni. L’accesso premium è l’ultimo stadio di questa ennesima beffa per gli utenti comuni.
Andrea Cattaneo, più che una beffa, è la chiusura del cerchio. Abbiamo fornito i dati per addestrare l’IA che ora ci venderanno per analizzare i dati che continuiamo a fornire. La nostra obsolescenza è diventata un servizio premium.
L’autostrada dell’informazione è stata costruita con i nostri dati. Ora la corsia di sorpasso è a pagamento. Così non si crea progresso, si creano solo nuove disuguaglianze. Stanno alzando un muro dove prima c’era un ponte.
Ci si stupisce del prezzo del guinzaglio dopo aver regalato il proprio cane. Curioso.
La discussione sulla privacy mi lascia perplessa. Cediamo dati da decenni gratuitamente, ma ora che il servizio è a pagamento e offre un vantaggio competitivo tangibile, diventa un problema? È curioso come le priorità cambino quando si deve aprire il portafoglio.
Ho la pelle d’oca. Il mio clone digitale saprà tutto di me, persino le mie paure. E se un giorno decidesse di usarle contro di me? Mi sento nudo, esposto.
Gabriele, tranquillo, al massimo il mio clone digitale si limiterà a comprare gadget inutili al posto mio, visto che ne sa già abbastanza. La mia unica, piccola, ansia è che usi la mia carta di credito; ma è un piccolo prezzo per la comodità, no?
@Gabriele Caruso Paura? Google sa già tutto. Ora paghi solo il servizio premium per farti profilare ancora meglio. Che affare.
Prezzo alto? Il vero costo non è l’abbonamento. Si paga per dare a Google i propri pattern decisionali su un piatto d’argento. Loro vendono previsioni, non ricerche. Chi non lo capisce è già fregato.
Proattivo è solo un modo gentile per dire onnisciente. Stiamo dando le chiavi della nostra mente, e io sento già una corrente d’aria.
Creano un’autostrada a pagamento per le informazioni. Tutti gli altri restano in coda nel traffico. Questo non è progresso, è solo un nuovo cancello dorato per pochi.
Enrica Negri, lei menziona cancelli dorati. Io temo che il mio servitore digitale mi abbandoni per noia. La mia routine non merita un monitoraggio così solerte, né tale spesa.
Mentre voi discutete di filosofia, io ho già pagato per avere un vantaggio sleale.
Maggiordomi, sostituti, vantaggi… che noia. Si tratta solo di un’altra campana di vetro per ricchi. L’informazione diventa un lusso, come l’acqua in bottiglia nel deserto. E noi stiamo qui a discutere del colore del tappo. Patetico.
Il vantaggio competitivo si crea con l’analisi, non con un maggiordomo digitale che ti seppellisce di link. L’informazione grezza non vale quel prezzo.
Paghiamo per un vantaggio competitivo. Il resto è filosofia.
Federica Testa, filosofia? È il prezzo per addestrare i nostri sostituti. Un affarone.
L’informazione diventa un club esclusivo. Gli altri, la plebe digitale, continuano a fornire la materia prima gratis. La chiamano ‘proattività’, io la chiamo una splendida operazione di upselling basata sulla nostra pigrizia.
Paghiamo per un servizio che usa i dati che già regaliamo. Tra poco il mio lavoro sarà inutile. Fantastico.
Questa efficienza a pagamento è una gabbia dorata che ci rende dipendenti da chi la controlla?
Un assistente personale che spia per te. E per loro, ovviamente. Paghiamo per essere profilati ancora meglio. Mi chiedo quando smetteremo di regalare le chiavi della nostra mente in cambio di un po’ di comodità.
Un servizio elitario che scava nella nostra vita digitale. Paghiamo per dare a Google le chiavi di casa, non solo la lista della spesa. Qual è il limite che non supereranno?