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Google mostra link diversi a chi cerca e a chi estrae dati

Scritto daMi chiamo Roberto Serra e mi occupo di SEO (Search Engine Optimization) e GEO (Generative Engine Optimization): lavoro sul posizionamento nei motori di ricerca, sulla visibilità nelle risposte generate dall'AI e sulle entità che la rendono possibile.

La pagina risultati mostra link diretti e indirizzi API, con costi extra per chi monitora il posizionamento.

Stesso risultato di ricerca, due verità diverse. Se cercate «Girokonto Vergleich» sulla versione tedesca di Google da un normale browser, vedete 116 link esterni puliti e diretti, nessuno dei quali passa da indirizzi intermedi. Se interrogate la stessa identica pagina attraverso l’interfaccia di programmazione di Google, la API, nell’HTML restituito non trovate nemmeno un link diretto: solo indirizzi mascherati che transitano da google.com/goto. A documentare il paradosso, nei giorni scorsi, è un’analisi del portale tedesco Xpert.Digital.

La discrepanza è tecnica e misurabile, non una questione di percezione. Google ha iniziato a testare gli indirizzi di passaggio google.com/goto nei risultati di ricerca a luglio. A fine agosto, un portavoce dell’azienda ha confermato a Barry Schwartz, che da anni documenta i cambiamenti tecnici di Google, che si tratta di una misura intenzionale, applicata a livello aziendale.

Il paradosso del doppio binario

Chi naviga e chi estrae dati vede due versioni diverse della stessa pagina di risultati. L’utente riceve link diretti alla destinazione finale. La macchina riceve un indirizzo intermedio google.com/goto che richiede un passaggio aggiuntivo. Non è un dettaglio di programmazione: è una differenza strutturale che tocca chiunque pubblichi contenuti online.

Gli strumenti che monitorano il posizionamento dei siti devono poter leggere con precisione dove porta ogni singolo risultato. Se la lettura diventa più costosa e più opaca, il costo si trasferisce a valle: agenzie, professionisti del marketing, imprese. Ma perché Google dovrebbe mostrare link diretti a chi naviga e mascherarli a chi interroga le sue API?

Ogni click nascosto è un pedaggio

La risposta sta nel funzionamento dei nuovi indirizzi di passaggio. Gli URL google.com/goto contengono un hash, una sorta di firma che non può essere decodificata lato client, cioè sul computer di chi estrae i dati. Non esiste un algoritmo semplice per risalire alla destinazione finale senza interrogare i server di Google. Derek Perkins, del fornitore di monitoraggio del ranking Nozzle, lo spiega su Search Engine Roundtable: gli URL goto con hash non possono più essere decodificati lato client, e questo costringe i programmi che estraggono dati dalle pagine, gli scraper, a seguire ogni singolo reindirizzamento.

Che cosa significa in pratica? Chi vende dati di posizionamento deve, per ogni risultato, fare una richiesta aggiuntiva a Google per scoprire dove porta davvero quel link. Secondo osservatori esterni del settore del monitoraggio del ranking, la risoluzione completa di un solo elenco di risultati su cinque pagine può richiedere da diverse centinaia fino a oltre un migliaio di richieste individuali, dove prima ne bastava una. Ogni pagina di risultati ne contiene centinaia, e ognuno di quei link è un piccolo pedaggio.

È un costo che l’utente finale non vede. Chi naviga dallo smartphone o dal portatile non si accorge di nulla; chi estrae dati sì, e lo paga in richieste aggiuntive, tempo di calcolo e infrastruttura. La conseguenza è economica prima che tecnica: i dati di posizionamento diventano più costosi da produrre e quindi più costosi da comprare.

Chi si è già mosso (e chi è finito in tribunale)

Non tutti i fornitori partono svantaggiati. Un grande fornitore internazionale di API per le pagine dei risultati di ricerca ha annunciato pubblicamente di aver già implementato una soluzione che restituisce indirizzi diretti per la stragrande maggioranza dei risultati organici, con una quota di errore residua nell’ordine di pochi centesimi di punto percentuale. Attenzione, però: è un annuncio dell’azienda stessa, non una verifica indipendente. In un settore in cui le promesse di precisione abbondano, conviene distinguere tra fatto verificato e comunicazione commerciale.

Sul fronte legale, il contenzioso tra Google e SerpApi aggiunge un’altra pressione. Lo scorso 20 luglio, un tribunale federale ha respinto le rivendicazioni di Google contro SerpApi basate sul Digital Millennium Copyright Act, la legge statunitense sul copyright digitale, come riportato da Search Engine Land. Da quella decisione, Google ha avuto 21 giorni per modificare parte della denuncia.

La sequenza è istruttiva: mentre Google alza il costo tecnico dell’estrazione dei dati, un fornitore annuncia di aver già aggirato l’ostacolo e un tribunale ridimensiona le pretese legali dell’azienda. Resta da vedere se Google intensificherà la mossa o se il precedente legale spingerà verso un nuovo equilibrio.

Per chi pubblica online, il messaggio è concreto: i dati di ranking diventeranno più costosi da ottenere e più opachi da verificare. Ma l’ecosistema non sta fermo. La battaglia sulla visibilità passa ora anche dalla capacità di decodificare i link nascosti di Google.

L'autore

Roberto Serra

Mi chiamo Roberto Serra e mi occupo di SEO (Search Engine Optimization) e GEO (Generative Engine Optimization): lavoro sul posizionamento nei motori di ricerca, sulla visibilità nelle risposte generate dall'AI e sulle entità che la rendono possibile.

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