Due giornali locali hanno appena alzato la posta nella battaglia sul copyright. Non chiedono solo un assegno: chiedono a un giudice di ordinare la distruzione dei modelli di intelligenza artificiale che hanno assorbito i loro contenuti. Venerdì, The Seattle Times e Newsday hanno citato in giudizio OpenAI e Microsoft, chiedendo la distruzione di tutte le copie delle loro opere, dei dataset di addestramento (le raccolte di testi usate per insegnare ai modelli a rispondere) e dei modelli di IA che li incorporano. La differenza è di sostanza, non solo di cifre: non un risarcimento per l’uso non autorizzato, ma l’eliminazione della tecnologia che se ne è nutrita.
Distruggete i modelli, non basta pagare
The Seattle Times Co. ha intentato la causa per presunte violazioni del copyright. L’atto, depositato venerdì in un tribunale federale, accusa OpenAI di aver utilizzato i lavori pubblicati dalle due testate per addestrare i cosiddetti modelli linguistici di grandi dimensioni, i sistemi alla base dei chatbot, come documentato da un articolo pubblicato sul sito del Seattle Times.
I due editori non sono soli. Si aggiungono a un gruppo nazionale di editori di giornali cartacei e digitali, proprietari di quasi 400 testate, che nei giorni scorsi hanno citato in giudizio OpenAI e Microsoft per aver prelevato i loro contenuti senza permesso né compenso per addestrare i programmi ChatGPT e Microsoft Copilot. La tesi dei ricorrenti è semplice: i chatbot riducono la necessità di visitare i loro siti per leggere notizie e ottenere risposte, erodendo i ricavi da abbonamento.
OpenAI e Microsoft non hanno risposto immediatamente a una richiesta di commento. Il silenzio, in questa fase, vale fino a un certo punto: entrambe hanno sempre respinto accuse simili. Quello che conta è la richiesta in sé. Non si chiede di negoziare una licenza, né di riconoscere un indennizzo per il passato: si chiede l’eliminazione del materiale contestato e dei sistemi che lo hanno assorbito. È il punto più estremo toccato finora in questa ondata di cause.
Ma per capire come si è arrivati a una richiesta così radicale serve guardare ai numeri.
Il crollo del traffico e il precedente del New York Times
L’annuncio non nasce dal nulla. A spiegare l’irrigidimento degli editori c’è un dato misurabile: secondo i dati di settore citati nella causa, il traffico di referral ai publisher di medie dimensioni è diminuito del 47% su base annua a dicembre 2025. Traffico di referral significa visitatori che arrivano ai siti da altri canali: in questo caso, soprattutto dai motori di ricerca e dalle risposte generate dai chatbot. Un calo del 47% in dodici mesi non è un aggiustamento, è una frana. E colpisce la voce che per molti giornali locali fa la differenza tra un bilancio sostenibile e un bilancio in perdita: gli abbonamenti digitali.
La strategia legale, però, non è nuova. Già nel dicembre 2023 la richiesta di distruzione di modelli e dati di addestramento era la domanda principale nella denuncia del New York Times contro OpenAI e Microsoft. Il quotidiano newyorkese chiedeva di “distruggere” i modelli e i dati di addestramento contenenti materiale incriminato e chiedeva un risarcimento per “miliardi di dollari di danni”, effettivi e previsti dalla legge, legati alla “copia e all’uso illegittimo delle opere di valore unico del Times”. In altre parole: l’idea che il rimedio non sia un assegno ma lo smantellamento della tecnologia circola da quasi tre anni. Quello che è cambiato è il numero di editori disposti a chiederla.
Se da una parte c’è chi chiede la distruzione, dall’altra il mercato mostra una strada opposta.
Chi fa causa e chi firma accordi
La frattura è profonda. Mentre Seattle Times e Newsday vanno in tribunale, altri editori hanno scelto la via dell’accordo. OpenAI ha firmato un accordo pluriennale globale con News Corp che le permette di mostrare i contenuti delle testate del gruppo in risposta alle domande degli utenti: in pratica, gli articoli del gruppo entrano nei prodotti di OpenAI dietro compenso. Dall’altra parte del tavolo, Anthropic AI, azienda di punta nel settore dell’IA generativa, ha accettato di pagare 1,5 miliardi di dollari per risolvere una causa per violazione del copyright intentata da un gruppo di autori, come riportato lo scorso settembre dalla NPR.
È un paesaggio diviso in due. Da un lato i giornali che vedono nell’intelligenza artificiale una minaccia esistenziale e chiedono ai tribunali di fermarla, fino alla distruzione dei modelli. Dall’altro gli editori che hanno trasformato il pericolo in una rendita, firmando contratti che monetizzano l’accesso ai propri archivi. Chi firma accordi lo fa per una ragione semplice: preferisce monetizzare adesso piuttosto che aspettare l’esito incerto di anni di tribunali. La stessa tecnologia, due risposte opposte.
La domanda resta aperta: chi avrà più peso, la forza della legge o quella del denaro?
Per chi pubblica online la conseguenza è immediata: la trattativa con le piattaforme di intelligenza artificiale non è più rinviabile. O si definiscono condizioni chiare per l’uso dei contenuti, o si accetta che il valore venga estratto altrove, senza controllo né compenso.
