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I numeri presentati, pur impressionanti, rivelano che quasi un terzo delle recensioni inviate è spazzatura, sollevando dubbi sull’efficacia dell’intelligenza artificiale SpamBrain e sulla gestione di schemi di ricatto che mettono sotto attacco le attività.
Sebbene Google annunci il blocco di 292 milioni di recensioni false, la cifra record svela una realtà preoccupante. Questo successo apparente nasconde una falla sistemica, con quasi un terzo delle recensioni che è spam. Mentre l'IA SpamBrain fatica a tenere il passo, le aziende subiscono veri ricatti, dimostrando che le attuali contromisure di Google sono insufficienti.
Google si vanta di bloccare 292 milioni di recensioni false. Ma è davvero una vittoria?
Google ha messo sul tavolo i numeri della sua guerra allo spam per il 2025, e a prima vista sembrano quelli di una vittoria schiacciante: 292 milioni di recensioni bloccate prima ancora di essere pubblicate e 13 milioni di profili aziendali fasulli cancellati.
Dati che, come descritto da Search Engine Roundtable, segnano un aumento del 21,6% nell’intercettazione di recensioni spazzatura rispetto all’anno precedente.
Ma prima che tu possa tirare un sospiro di sollievo pensando che la pulizia sia riuscita, vale la pena guardare oltre la facciata.
La verità è che questi numeri, per quanto impressionanti, raccontano solo una parte della storia, e forse nemmeno quella più importante.
Una pulizia di facciata o una guerra vera?
Il dato che dovrebbe far riflettere non è tanto il numero di recensioni bloccate, ma la loro proporzione. Quei 292 milioni rappresentano quasi un terzo (il 29,2% per la precisione) di tutte le recensioni inviate a Google nel 2025.
Significa che quasi una recensione su tre che hai provato a leggere o a scrivere era, in partenza, spazzatura.
Questo non parla tanto della bravura di Google nel fermare il flusso, quanto dell’enorme falla che permette a questo fiume di falsità di arrivare fino ai suoi cancelli. La situazione è talmente fuori controllo che una delle cause principali di questo boom di spam è stata un’ondata di veri e propri schemi di ricatto, con malintenzionati che bombardavano le attività di recensioni negative per poi chiedere un riscatto.
Viene da chiedersi: come siamo arrivati a questo punto? E soprattutto, cosa sta facendo Google, al di là dei proclami?
SpamBrain: l’intelligenza artificiale che (non sempre) ci vede giusto
Il colosso di Mountain View si affida quasi completamente a SpamBrain, il suo sistema di intelligenza artificiale addestrato a riconoscere e bloccare i contenuti fraudolenti. Questo sistema è il motore dietro agli aggiornamenti periodici, come il massiccio “spam update” di agosto 2025, pensati per ripulire i risultati di ricerca.
Sulla carta, tutto perfetto.
La realtà, però, è un po’ diversa.
Mentre l’algoritmo diventa sempre più aggressivo, diversi professionisti che combattono lo spam sul campo segnalano una frustrazione crescente: le loro segnalazioni manuali per rimuovere schemi di spam evidenti vengono sempre più spesso respinte in automatico. Sembra quasi che Google si fidi più della sua macchina, anche quando sbaglia, che degli occhi esperti della sua community.
E mentre l’IA di Google affina le sue armi in una guerra tecnologica (ora userà anche Google Maps), sul campo di battaglia i veri imprenditori si trovano a combattere un nemico ancora più insidioso, fatto non solo di bot, ma di persone in carne e ossa.
Quando il problema non sono più i bot, ma i ricatti
Di fronte all’escalation degli schemi di estorsione, Google ha annunciato nuove contromisure: la possibilità di sospendere temporaneamente le recensioni su un profilo sotto attacco e l’invio di avvisi ai proprietari.
Una mossa necessaria, certo, ma che suona quasi come un’ammissione di impotenza di fronte a un problema che è evidentemente sfuggito di mano.
Protezioni che arrivano dopo che innumerevoli attività hanno già subito danni alla loro reputazione online.
La domanda che resta sospesa è se questa lotta sia davvero solo per la qualità e la sicurezza degli utenti, o se sia diventata semplicemente il costo operativo, quasi fisiologico, per mantenere il monopolio sulla mappa del mondo digitale.

È un medico che si vanta della malattia, non della cura. Ogni giorno dico ai miei clienti di avere fiducia nel sistema, ma la piattaforma è una nave che imbarca acqua. Come si può navigare seriamente in un mare di menzogne?
Loro vantano la grandezza del problema, non la soluzione. State sereni, la nostra reputazione è più forte. I clienti sanno riconoscere il lavoro onesto.
Un vanto per le crepe tappate, mentre la struttura della diga sta cedendo.
Numeri enormi, impatto minimo per chi lavora sul campo. Un vanto che suona quasi come una resa. Quale sarà la prossima metrica di vanità?
@Chiara De Angelis Un teatro dove si celebra il numero di crepe anziché la stabilità del muro.
Celebrano la bravura dello spazzino, ignorando la discarica che hanno creato. Il problema è il cancello d’ingresso, non il volume della spazzatura raccolta. La fiducia dei consumatori è solo un danno collaterale in questo teatrino.
@Andrea Ruggiero Il “teatrino” è perfetto. Loro si auto-promuovono come salvatori, noi perdiamo tempo e soldi a difenderci. Il danno non è collaterale, è il prodotto che vendono. Qualcuno ci casca ancora?
@Luciano Fiore Il prodotto è proprio questo: caos controllato. Si vantano di pulire il disastro che hanno permesso loro stessi. Siamo semplicemente degli ostaggi.
@Andrea Ruggiero Il modello è quello del piromane che poi ti vende gli estintori.
Sbandierare il fallimento del filtro come un successo è una mossa retorica debole.
@Paola Pagano, la classica mossa del prestigiatore. Ti fanno guardare una mano, l’altra nasconde il problema. Il trucco è vecchio. Quanto vale, alla fine, la nostra reputazione online, se il banco vince sempre?
@Isabella Riva Un gioco di prestigio dove il conto lo paghiamo sempre e solo noi.
Tappano una falla con un dito, ma la diga sta crollando. Un bel numero per la stampa. Intanto l’inondazione di ricatti sommerge le piccole attività. Alla fine chi paga il conto?
Una mossa di facciata per chi crede ancora che Google tuteli le piccole imprese.
Mentre loro contano i successi, le PMI affogano nei ricatti. La solita storia, insomma.
Paola Caprioli, la solita narrazione tossica. Google si auto-incensa per un problema che alimenta. Un cerotto su una gamba rotta, mentre i ricatti diventano il nuovo costo d’impresa per le aziende. Che farsa.
Vantarsi di arginare un’inondazione da loro stessi creata è una mossa di marketing geniale.