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Contattaci oraBadge Search Profile per publisher e creator USA: i dati sul traffico raccontano una sfida complessa
Google ha pubblicato una guida per aggiungere il badge Search Profile ai siti web, strumento attivo per publisher statunitensi. L'iniziativa promette maggiore visibilità su Discover, ma arriva mentre i dati mostrano cali di traffico fino al 40% per alcuni editori e del 14% per i brand non-news. Il sospetto è che si tratti di una nuova forma di dipendenza dal canale.
Sembra un manuale tecnico, eppure è il sintomo di una partita più grande per il controllo del traffico editoriale. Google ha pubblicato ieri una guida sul badge Search Profile, con le istruzioni per aggiungerlo ai siti web. Poche righe operative, ma dietro c’è una mossa che tocca chiunque pubblichi contenuti online e viva di traffico da ricerca.
La funzione Search Profile, spiega la guida, è attualmente abilitata per publisher e creator con base negli Stati Uniti. In pratica, un Search profile è un luogo centrale su Google che raccoglie i contenuti di un publisher o di un creator attraverso il loro sito web e piattaforme come YouTube, Facebook, Instagram, TikTok e X. Quando gli utenti seguono un Search profile, i contenuti collegati possono apparire con più facilità in Google Discover. E per chi incontra problemi durante l’implementazione, Google rimanda alla Google Search Central Help Community, dove possono aiutare altri utenti e volontari, non i dipendenti di Google.
Un badge per unificare la presenza su Search
Fermiamoci un attimo su cosa significa, tradotto dal gergo. Google dice ai publisher: mettete un badge sul vostro sito, portate il pubblico dentro il vostro profilo su Search e in cambio avrete più visibilità. Google ha lanciato i Search profiles come uno spazio dedicato e condivisibile per editori e creator, pensato per mettere in evidenza i contenuti su più piattaforme e aiutare il pubblico a trovare informazioni accurate e aggiornate sulle fonti. Detto così, sembra una vetrina. Ed è esattamente il punto: sembra.
La domanda da porsi è perché Google spinga i publisher a concentrare la propria presenza proprio adesso. La risposta non sta nella guida tecnica. Sta nei numeri della scorsa estate e in una storia che si ripete.
Il paradosso dei numeri: più controllo, meno traffico
I featured snippet di Google, le Accelerated Mobile Pages e i Facebook Instant Articles hanno tutti promesso di migliorare l’esperienza utente. E tutti hanno finito per centralizzare il controllo e indebolire l’economia dell’editoria sul web aperto. Lo ricorda un’analisi della DCN, l’organizzazione che riunisce gli editori premium. Il copione è noto: prima la promessa di visibilità, poi la dipendenza dal canale, infine la compressione dei margini.
I numeri raccontano che il copione non è cambiato. Come riportato da NPR a fine luglio 2025, il traffico verso il sito della CNN è diminuito di circa il 30% rispetto a un anno prima. Nello stesso periodo, i siti di Business Insider e HuffPost hanno visto crolli di traffico intorno al 40%, secondo i dati di Similarweb, società di analisi del mercato digitale. Ad agosto 2025, la DCN segnalava un calo mediano del 10% su base annua nel traffico di referral da Google Search verso gli editori premium in appena otto settimane: i brand non-news avevano subito il colpo più duro, con un -14%, mentre i brand news erano scesi del 7%.
Ecco il paradosso. Google offre più visibilità — il badge, Discover, i profili — mentre i suoi stessi canali drenano traffico ai publisher. Non è una contraddizione: è una strategia. Più controllo centrale sulla distribuzione, meno potere per chi produce i contenuti.
Ma se il trend è questo, perché alcuni editori firmano accordi con OpenAI invece di affidarsi a Google? È qui che la partita si sposta.
La partita si sposta: chi controllerà la distribuzione?
La risposta è in un accordo che pochi hanno notato. Già a giugno 2025, come riportato da TechCrunch, diversi editori, tra cui The Atlantic, hanno stretto intese con OpenAI. Non è un dettaglio: è il segnale che una parte dell’editoria premium sta cercando alternative alla distribuzione controllata da Google. Se l’intelligenza artificiale diventa il nuovo punto di accesso alle informazioni, chi firma prima si assicura un posto in quel nuovo flusso di traffico.
Il quadro è completo. Resta solo da capire se il badge Search Profile diventerà un nuovo punto di accesso per i publisher o l’ennesimo strumento di dipendenza. La risposta non arriverà dalle guide tecniche: arriverà dai numeri del traffico nelle prossime settimane.
Per chi fa impresa online, la lezione è semplice: non esiste più un solo canale di traffico garantito. I Search Profile vanno testati come un nuovo strumento di visibilità, ma con la consapevolezza che Google sta riscrivendo le regole della distribuzione editoriale. La vera partita non è il badge, ma chi controllerà l’accesso al pubblico nei prossimi anni.
