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L’apertura forzata dei link in nuove schede è un esperimento mirato di Google, non disattivabile dagli utenti, che punta ad aumentare il tempo di permanenza sulla SERP e il controllo sul comportamento di navigazione.
Google sta conducendo un esperimento su alcuni utenti, forzando l'apertura dei risultati di ricerca in una nuova scheda. Dietro questa mossa, apparentemente innocua, si cela una strategia per aumentare il tempo di permanenza sulla sua piattaforma e le entrate pubblicitarie, riducendo di fatto il controllo dell'utente sulla propria esperienza di navigazione e imponendo le proprie scelte.
Google sta “testando” sulla tua pelle
Non si tratta di un bug o di un aggiornamento per tutti, ma di un esperimento mirato. La conferma arriva da un thread sul forum di supporto ufficiale di Google, dove un utente lamentava proprio questo comportamento anomalo e un esperto di prodotto ha chiarito la situazione.
Si tratta di un “account-level UI/behaviour test”, ovvero un test sull’interfaccia e sul comportamento legato a specifici account.
In pratica, Google sta usando un gruppo di utenti come cavie per vedere come reagiscono a questa modifica, che peraltro non può essere disattivata, come si evince dal pezzo di Search Engine Roundtable.
Ti viene imposta e basta.
Questo significa che l’esperienza di ricerca, che dovrebbe essere universale e prevedibile, diventa una lotteria: a te potrebbe capitare, al tuo collega seduto di fianco no.
Una mossa che fa sorgere più di una domanda sulla trasparenza di queste operazioni.
Ma la vera domanda che dovresti porti è un’altra:
perché lo stanno facendo?
Il vero motivo dietro l’apertura forzata
Qualcuno potrebbe pensare che sia per la nostra comodità, per non farci “perdere” la pagina dei risultati di ricerca.
Diciamocelo, è una spiegazione che lascia il tempo che trova, visto che per decenni gli utenti hanno gestito la navigazione in autonomia, decidendo se e quando aprire un link in una nuova scheda.
La verità, molto probabilmente, ha a che fare con le metriche di engagement di Google.
Tenere la pagina dei risultati (la SERP) sempre aperta in una scheda a sé stante ha un vantaggio enorme per l’azienda: aumenta il tempo di permanenza sulla sua proprietà.
È una strategia sottile ma efficacissima.
Più tempo passi sulla SERP, più probabilità ci sono che tu clicchi su un annuncio o inizi una nuova ricerca, generando altri dati e potenziali entrate. È come se il supermercato, dopo che hai scelto un prodotto, ti riportasse a forza all’ingresso per assicurarsi che tu non te ne vada subito.
Questo piccolo test, quindi, non è solo una questione di tab.
È il sintomo di qualcosa di molto più grande.
Un controllo sempre più stretto sull’esperienza utente
Questo esperimento si inserisce in una tendenza più ampia: quella dei giganti tecnologici di plasmare e, di fatto, controllare il nostro comportamento online, spesso mascherando le loro decisioni di business come miglioramenti per l’utente.
Rimuovere la scelta se aprire o meno un link in una nuova scheda può sembrare un dettaglio insignificante, ma è un altro piccolo pezzo di autonomia che ci viene tolto.
La tendenza è chiara: meno opzioni per te, più controllo per loro.
È una forma di paternalismo digitale in cui la piattaforma decide cosa è meglio per il tuo flusso di navigazione, ignorando le tue preferenze consolidate.
La domanda che resta aperta è fino a che punto un colosso come Google possa modificare le nostre abitudini di navigazione senza un consenso esplicito, testando le reazioni di massa un piccolo gruppo alla volta.
Dopotutto, la prossima volta che un link si aprirà dove non volevi, saprai che non è stato un caso.
È stata una scelta.
Ma non la tua.

Siamo piccole barche di carta in un mare deciso da altri. Ogni scheda è un’onda che ci porta dove vuole la corrente, non dove vogliamo noi.
Siamo cavie in un test per loro profitti. La sorpresa dove sarebbe, esattamente?
Mi infastidisce questa logica che spacciano per un test, quando è solo un modo per ingabbiarci nella loro pagina. Non siamo più solo il prodotto, ma le cavie per i loro esperimenti, per cui mi chiedo dove vada a finire la nostra libertà di navigazione.
Non si tratta di cambiare le regole del gioco, ma di restringere il campo da gioco stesso per guidare il bestiame. La vera domanda è perché continuiamo a stupirci del comportamento del pastore.
Vi stupite se il padrone di casa cambia le regole del gioco? Siete solo affittuari nel suo palazzo, è ora di costruire la vostra baracca.
Carlo, mi pare che lamentarsi del mobilio sia inutile quando si è ospiti indesiderati.
Raffaele Graziani, più che ospiti indesiderati siamo il prodotto in vendita. Il padrone non cambia il mobilio, restringe la gabbia per esporre meglio la merce. Se a lei questa cosa non disturba, continui pure a pascolare sereno nel suo recinto.
Lo chiamano esperimento. È il solito controllo del pascolo digitale. Noi professionisti arrediamo le celle, ma la prigione è la loro. Quale sarà la prossima mossa per ridurre la nostra autonomia?
Chiara De Angelis, la sua metafora è calzante; noi facciamo del nostro meglio per abbellire il recinto, ignorando che il pastore ci considera solo bestiame.
Google non costruisce gabbie, ma recinti invisibili per il suo gregge digitale; il pastore vuole solo contare le pecore prima della tosatura.
Ci si lamenta di un banale esperimento per aumentare il time on page, come se le piattaforme digitali fossero opere di beneficenza. È semplicemente business as usual, perché tanto clamore per così poco?
Siete cavie che si lamentano del nuovo layout della gabbia. La porta è sempre chiusa.
Letizia Costa, non si lamentano del layout della gabbia, ma del fatto che il padrone la stia ridipingendo per affittarla su AirBnb come “monolocale accogliente”.
Sabrina Coppola, peggio. Il padrone non ci affitta, ci studia. La gabbia è una teca e noi siamo solo materia organica per i suoi report. L’arredamento di un laboratorio.
Si lamentano della porta che si apre su un corridoio anziché su una stanza. Google sta solo evitando che l’utente si smarrisca, mantenendo il punto di partenza sempre visibile. È una modifica all’architettura del labirinto, non una limitazione della libertà del topo.