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SEO Confidential – La nostra intervista esclusiva a Dixon Jones: Google e l’AI capiscono davvero chi è il tuo brand?

Scritto daMi chiamo Roberto Serra e mi occupo di SEO (Search Engine Optimization) e GEO (Generative Engine Optimization): lavoro sul posizionamento nei motori di ricerca, sulla visibilità nelle risposte generate dall'AI e sulle entità che la rendono possibile.

Monitorare le citazioni non basta: coerenza e chiarezza aiutano l’AI a riconoscere un’azienda e a descriverla correttamente

Se oggi un potenziale cliente chiede a ChatGPT o a Gemini «qual è il miglior brand…» nel tuo settore, la tua attività viene nominata? E, soprattutto, viene descritta nel modo giusto? Per chi fa impresa, è una domanda di vitale importanza che riguarda direttamente conversioni e vendite.

Ne parliamo in questa nuova puntata di SEO Confidential con Dixon Jones, uno dei nomi più autorevoli della SEO a livello internazionale.

CEO di Inlinks e Waikay, ma la sua storia nel digital marketing inizia nel 1999. È stato tra i fondatori di Majestic, il motore di ricerca che mappa i collegamenti del web e che gli è valso due Queen’s Awards for Enterprise, con tanto di inviti a Buckingham Palace. Averlo ospite nella nostra rubrica è un vero piacere.

In questa intervista, senza tecnicismi, scoprirai:

  • perché monitorare le risposte dell’AI serve a verificare i risultati, ma non basta per ottenerli;
  • come capire se i modelli AI parlano davvero di te e dei tuoi concorrenti;
  • cosa fare quando l’AI inventa informazioni sulla tua azienda;
  • perché coerenza, pagina «Chi siamo» e link interni contano più di quanto pensi;
  • come valorizzare la tua competenza in un web sempre più pieno di contenuti generati dalle macchine.

Se vuoi capire come muoverti nei motori AI senza stravolgere il tuo business, continua a leggere, ne vedrai delle belle.

Dixon Jones intervistato dal SEO e GEO Roberto Serra
Dixon Jones

“Il monitoraggio dei prompt AI ti dice dove sei arrivato, non come ci sei arrivato”

Che ruolo ha oggi l’AI prompt tracking, cioè il monitoraggio delle risposte dell’AI per capire se un brand viene citato e consigliato? Quali sono i suoi punti di forza e i suoi limiti in una strategia di visibilità online?

Onestamente, penso che il monitoraggio dei prompt AI sia il punto di partenza sbagliato, ma il posto giusto in cui vedere i risultati. Dicevo la stessa cosa anche sul monitoraggio delle posizioni SEO, ma il prompt tracking è come ricevere i report gestionali il mese DOPO quello in cui ti servivano i dati. Ti dice dove sei arrivato, ma è meno utile per capire come ci sei arrivato.

Ci sono altri modi per iniziare, come verificare le informazioni fornite dall’AI per individuare eventuali allucinazioni e assicurarsi che descriva la tua attività in modo corretto, proprio come la presenti tu. È un lavoro che vale la pena fare.

Waikay promette di offrire una visione completa della presenza di un brand nei principali sistemi AI, analizzando centinaia di prompt, citazioni e confronti con i competitor. In concreto, che cosa misura davvero il Brand AI Visibility Tracking e quali informazioni può fornire a un’azienda che oggi non riesce a capire come viene rappresentata dai modelli AI?

In realtà, penso che, invece di analizzare CENTINAIA di prompt, un approccio migliore sia monitorare quelli significativi. È proprio il metodo che proponiamo.

I prompt significativi sono quelli che non introducono distorsioni nella domanda stessa. Per esempio, «Qual è il miglior CRM per le piccole imprese?» è meglio di «Confronta il brand A, il brand B e il brand C». La prima domanda invita il modello linguistico a fornire una risposta aperta, mentre la seconda introduce un contesto che esclude concorrenti potenzialmente rilevanti.

I prompt devono quindi riflettere i reali obiettivi aziendali, anziché concentrarsi sul «volume dei prompt», senza dare troppe cose per scontate.

Questo tipo di domande favorisce risposte in cui vengono elencati più brand. Ciò ci permette di misurare concretamente la share of voice, semplicemente contando quante volte viene citato il tuo brand sul totale delle citazioni di TUTTI i brand.

È comunque possibile segmentare questi prompt, ma introdurre distorsioni nelle domande è un vero e proprio errore da parte dell’utente.

Alcuni temono che anche il Brand AI Visibility Tracking diventi una nuova versione del vecchio rank tracking. Tanti numeri, ma non necessariamente indicazioni utili su cosa fare. Quanto sono realmente affidabili e utilizzabili metriche come Share of Voice, citazioni e posizione nei risultati dei modelli AI?

Oltre al fatto che la scelta dei prompt può alterare la share of voice, un altro rischio consiste nel dare per scontati i concorrenti o nel limitarli nell’analisi. Booking.com potrebbe sostenere di NON essere in concorrenza con EasyJet, per esempio, ma se entrambi i brand compaiono in risposta al prompt di un utente «Vacanze fly & drive in Portogallo», allora SONO concorrenti.

Serve quindi un sistema che elimini anche questa distorsione, assegnando automaticamente delle etichette ai brand citati nelle risposte.

C’è anche un altro modo per rendere i dati più utili, attraverso una metrica che chiamiamo «Topical Presence». Per rilevarla, bisogna osservare il contesto in cui vengono presentati i concorrenti e il proprio brand.

Per esempio, una risposta di un LLM potrebbe affermare «Booking.com è ottimo se vuoi avere a disposizione un’ampia varietà di opzioni», mentre nella stessa risposta potrebbe dire «EasyJet è un’opzione economica che offre il noleggio auto come servizio aggiuntivo facoltativo».

Entrambe le frasi possono comparire nella stessa risposta, ma è significativo il contesto in cui ciascun brand viene consigliato.

Quanto è importante oggi costruire e rafforzare le entità associate a un brand perché Google e i sistemi AI riescano a identificarlo correttamente? Quali elementi aiutano concretamente a consolidare questa associazione?

Ci sarebbero tanti modi per rispondere a questa domanda, ma scelgo una risposta umana.

Il modo in cui scrivi sul tuo sito degli argomenti e delle idee definirà la tua identità. Quando riduci il testo a entità, per esempio in un dizionario, e assegni un numero a ogni voce, trasformi i tuoi contenuti in un’impronta digitale.

Alcune pagine possono parlare dei mustang, intesi come cavalli selvatici, associandoli alla potenza dei cavalli e alla natura. Altre possono parlare della Ford Mustang, l’automobile, collegandola alla potenza del motore e alla benzina. Le parole che accompagnano il termine «Mustang» ne cambiano il significato e aiutano a capire a cosa ci si riferisce.

La differenza tra «benzina» e «natura» in questi esempi cambia TOTALMENTE la comprensione di una macchina.

Per un brand, quindi, è importante questo: mantenere coerenza nella narrazione del marchio e rimanere in tema. Gli articoli del blog sulla festa di Natale aziendale non saranno utili quanto un articolo che spiega una specifica funzionalità dei tuoi strumenti.

Le allucinazioni dell’AI possono riguardare anche informazioni molto concrete su un brand, dai prodotti ai servizi fino alle persone che ci lavorano. Quanto può aiutare una migliore definizione dell’entità e della sua presenza online a ridurre questi errori, e quali sono gli interventi più efficaci per correggerli?

La coerenza e la chiarezza sono fondamentali, come ho detto sopra. Anche la pagina «Chi siamo» può essere estremamente utile per una macchina che cerca di capire chi sei e di cosa ti occupi.

Raccontare la storia di come il fondatore ha avuto un’idea mentre si trovava su una spiaggia a Bali non è chiarezza. Indicare il nome dell’amministratore delegato, la sede centrale e di cosa si occupa l’azienda, invece, lo è. Ma puoi spingerti oltre, utilizzando standard aperti come entitymap.org.

Per quanto riguarda le allucinazioni, però, abbiamo constatato che spesso è molto utile risalire alla fonte da cui hanno origine. Potrebbe semplicemente essere cambiato qualcosa nella realtà, senza che tu abbia aggiornato il sito, oppure potrebbe esserci una recensione su un sito di terze parti che riporta informazioni errate.

In entrambi i casi, INDIVIDUA QUESTI PROBLEMI E RISOLVILI.

Serve a poco aumentare la propria visibilità nelle risposte degli LLM se prima non si fa tutto il possibile per assicurarsi che, quando si viene citati, si sia effettivamente in grado di mantenere le promesse che l’LLM fa all’utente.

Come viene rappresentato un brand nel Knowledge Graph di Google e quali conseguenze può avere questa rappresentazione sul modo in cui Google e i sistemi AI ne comprendono identità, attività e relazioni? Quali sono gli errori più comuni da evitare?

Non voglio esagerare con le affermazioni su ciò che posso dire con certezza riguardo al Knowledge Graph di Google. Noi ne gestiamo uno nostro e, di fatto, lo creiamo al volo per qualsiasi sito web, pagina web o risposta a un prompt che vogliamo analizzare. Sappiamo che la nostra «mappa delle cose del mondo» è più o meno accurata: non confondiamo un fiore con un mattone e presumiamo che la rappresentazione che Google ha di un fiore sia simile alla nostra.

È così che comunichiamo, sia con le macchine sia con le persone. Utilizziamo vocabolari che si sovrappongono ampiamente.

Detto questo, per rispondere alla tua domanda, inserire il PROPRIO brand (o la propria persona) nel Knowledge Graph di Google è effettivamente utile. Se cerchi un brand e compare un Knowledge Panel con una rappresentazione dettagliata del marchio, comprese le immagini, oltre a un’AI Overview e magari una scheda dell’attività, devi cercare nell’URL del risultato di ricerca un parametro «mid» o «kgmid».

Con un po’ di lavoro, puoi quindi approfondire ciò che il Knowledge Graph di Google dice di te.

Più recentemente, Google ha iniziato a sviluppare anche dei «profili», che sono interessanti anche per le persone.

Quanto può essere utile oggi l’internal linking per aiutare Google a comprendere la struttura e le relazioni tra i contenuti di un sito? E quali sono gli errori che possono renderlo inefficace?

Tutte le strade devono portare a Roma. Il più grande errore che vedo, a parte i siti web che collegano OGNI pagina a TUTTE le altre attraverso un mega menu, è che le persone vogliono che ogni pagina si posizioni per qualcosa di specifico.

Se la tua azienda vende dieci tipi di prodotti o ha dieci funzionalità importanti, ciò che ti interessa DAVVERO è che Google ti riconosca come un’autorità in questi ambiti. Per questo, la maggior parte dei link interni dovrebbe rimandare a queste pagine.

Puoi poi scrivere articoli e contenuti informativi che affrontano diversi argomenti principali all’interno dello stesso testo, fornendo alle macchine il contesto necessario.

Inserisci link alle pagine pilastro nel contesto dell’articolo, all’interno del testo, anziché limitarti a inserirli nella navigazione o in fondo alla pagina come «fonte citata».

Quando analizzi cosa i sistemi AI “sanno” di un brand, quali segnali consideri più importanti per capire se lo stanno realmente associando ai temi e alle categorie per cui vuole essere conosciuto?

Valutare matematicamente quanto la risposta dell’LLM sia vicina ai contenuti presenti sul tuo sito web. Possiamo chiedere agli LLM di essere accurati. Questo POSSIAMO misurarlo.

Il confronto tra un brand e i suoi competitor nei risultati dei sistemi AI può mostrare dei veri visibility gap. Come si passa da questi gap a indicazioni concrete su cosa modificare nella propria strategia di contenuti?

Facciamo confronti in determinati contesti, utilizzando prompt che un utente potrebbe digitare e ponendo agli LLM la domanda «Che cosa sai di [Brand] in relazione a [funzionalità]?».

Trovo che questo secondo approccio sia davvero più utile, perché ciò che l’LLM dice del tuo concorrente, ma NON di te, ti indica quali sono le lacune. È davvero così semplice.

A volte, quella lacuna NON è qualcosa che desideri colmare. Magari NON vuoi essere percepito come l’opzione più economica. In tal caso, però, puoi essere esplicito al riguardo. Inserisci nelle FAQ una domanda come «Perché siamo un’offerta premium?».

Sii specifico, in modo che l’LLM aiuti l’utente a fare una scelta consapevole, anziché limitarsi a indirizzarlo verso la scelta che vuoi tu.

Nel tuo articolo sostieni che, man mano che i contenuti generati dall’AI aumentano, la provenienza umana potrebbe diventare sempre più importante. Come possiamo dimostrare concretamente a un sistema AI che un contenuto proviene da una fonte umana affidabile e che le informazioni che contiene meritano di essere preservate?

Il punto centrale di quell’articolo deriva dal paper The Curse of Recursion, per cui non rivendico alcun merito. Gli LLM stanno iniziando ad apprendere da contenuti generati dall’AI di seconda mano e, considerando che sotto molti aspetti formulano le risposte sulla base delle probabilità, tenderanno a produrre risposte mediocri, che rappresentano il «miglior adattamento» possibile. Dal punto di vista matematico, questo escluderà le «minoranze» (Minority Report), un film che, a mio avviso, ha assunto un significato nuovo in un mondo guidato dall’AI.

Gli esseri umani che continueranno a pensare con la propria testa conserveranno la propria autonomia e il senso del proprio valore. Chi si affiderà alle risposte dei prompt inizierà, senza rendersene conto, a sentirsi vuoto e privo di significato.

È un problema serio, ma rappresenta anche una grande opportunità. Ho appena scritto un libro proprio su questo tema, Power in the Modern World, disponibile su Amazon.

Nel tuo pezzo “The Power of B2B Influencers” scrivi che una citazione da parte di un esperto autorevole può avere un valore diverso da una semplice esposizione del brand. Quanto conta oggi, per la visibilità di un’azienda nei sistemi AI, essere associata a persone riconosciute come autorevoli nel proprio settore?

Se Beyoncé afferma che «Apple è migliore di Microsoft come sistema operativo», le attribuisci la stessa autorevolezza che riconosceresti a Bill Gates se dicesse la stessa cosa? Allo stesso modo, se Bill Gates parlasse dei benefici per la salute del twerking, probabilmente solleveresti qualche dubbio.

Siamo arrivati a considerare chiunque un’autorità su qualsiasi argomento, perché nei feed di TikTok o Facebook il contesto, la storia e le competenze di chi pubblica non sono sempre evidenti. Col tempo, però, gli esperti parleranno più spesso in modo competente degli argomenti che conoscono rispetto a chi si improvvisa esperto.

Scegli il tuo ambito e cerca di rimanerci. È il mio consiglio. Cerca di non diventare esperto di argomenti sui quali non avevi mai avuto un’opinione fino a quando non sono comparsi nel tuo feed.

Il mondo è grande. Trova qualcosa che ti piace e in cui sei bravo, poi parla di quello. Per tutto il resto, continua semplicemente a fare domande.

Non improvvisarti esperto: parla di ciò che conosci!

Una cosa mi ha colpito più delle altre: Dixon non vende scorciatoie.

Oggi tutti promettono trucchi per «finire dentro ChatGPT», lui invece ti dice di ripartire dalle basi.

Sembra poco, ed è tantissimo.

Misurare quante volte l’AI cita il tuo brand serve, ma è come guardare il saldo del conto: ti dice dove sei, non dove hai sbagliato. Il lavoro vero sta prima.

Un sito chiaro, una pagina «Chi siamo» con dati precisi (chi sei, dove sei, cosa fai), contenuti che parlano sempre degli stessi temi, link interni che portano ai servizi per cui vuoi essere riconosciuto.

Io parto da un test da venti minuti: scrivi cinque domande che farebbe un tuo cliente a ChatGPT, Gemini e Perplexity e segna chi viene nominato. Se compaiono solo i tuoi concorrenti, hai già la lista dei compiti.

E poi, una domanda da fare ai nuovi clienti: «Come ci hai trovato?».

Aggiungi tra le risposte possibili «me l’ha consigliato un’AI».

Per un imprenditore è il numero che conta davvero, più di qualunque grafico, perché ti dice se la visibilità porta contatti e vendite.

Dixon insiste molto sulle allucinazioni, e io aggiungo un pezzo: i modelli non leggono solo il tuo sito, pescano da recensioni, directory di settore, articoli e forum.

Se fuori da casa tua si parla poco di te, o se ne parla male, un sito perfetto non basta. Cura quei posti con la stessa attenzione che dedichi alla pagina «Chi siamo».

Poi c’è il consiglio finale, che per un imprenditore è quasi liberatorio: scegli il tuo ambito e restaci.

Non devi parlare di tutto. Devi parlare bene di ciò che sai fare.

Beh, che altro aggiungere? Solo un grande ringraziamento a Dixon per la bella chiacchierata.

E grazie a te che sei arrivato fin qui: ci vediamo alla prossima puntata di SEO Confidential, non mancare!

L'autore

Roberto Serra

Mi chiamo Roberto Serra e mi occupo di SEO (Search Engine Optimization) e GEO (Generative Engine Optimization): lavoro sul posizionamento nei motori di ricerca, sulla visibilità nelle risposte generate dall'AI e sulle entità che la rendono possibile.

91 commenti su “SEO Confidential – La nostra intervista esclusiva a Dixon Jones: Google e l’AI capiscono davvero chi è il tuo brand?”

  1. Simone Ferretti

    Le PMI faticano a gestire l’immagine offline, figuriamoci con un bot. Sto ancora capendo dove stia il guadagno reale per loro.

  2. Greta Silvestri

    Alla fine è come con le persone. Gli racconti una bella storia, e loro ci credono. Il bot è solo più veloce a dimenticare.

    1. Greta Silvestri, il bot non dimentica. Archivia e profila. La coerenza del brand è solo il tag che l’algoritmo usa per etichettarci e rivenderci. Cosa succede quando cambiano l’etichetta?

    2. Greta Silvestri, altro che dimenticare. La macchina ripete la favola che le sussurri con più insistenza, e noi imprenditori paghiamo esperti come Jones per insegnarci la ninna nanna giusta. Che progresso.

  3. Tutta ‘sta fuffa sulla brand identity e poi preghiamo un bot. Se mi descrive male, a chi mando la fattura per i danni?

      1. Raffaele Graziani, hai ragione. Il problema non è la fattura, ma delegare la reputazione a un codice che non risponde a nessuno. Se ti descrive male, con chi ti lamenti?

    1. Giuseppina Negri

      Simone Damico, interrogarsi sulla responsabilità dell’algoritmo è un esercizio romantico. Il prezzo di una reputazione distorta, o peggio, dell’irrilevanza digitale, lo paga sempre e solo chi ha trascurato la propria narrazione.

    1. Massimo, non temere l’epitaffio scritto da un biografo distratto; preoccupati piuttosto che quella biografia diventi l’unica versione ufficiale della tua storia.

  4. L’idea di curare l’identità di brand per compiacere un oracolo automatico suona come una capitolazione. Non si tratta di nutrire un alleato, ma di lucidare la mela per un professore dai criteri di giudizio ignoti.

    1. Sara Benedetti, la tua mela è bellissima. Ma non la stiamo dando al professore. Stiamo insegnando alla sua ombra come avere fame di mele.

      1. Isabella Riva, professore o ombra, la metafora non cambia il problema. Insegniamo a una macchina a definire il nostro valore, e questo mi pare un pessimo baratto. La nostra identità non è un dato.

        1. Sara, per la macchina l’identità è un dato, l’eco delle tracce che lasciamo. Il punto non è insegnarle il valore, ma controllare il ritratto che ne emerge. La vera domanda è: chi tiene in mano il pennello?

    2. Sara Benedetti, non è una capitolazione ma semplice addestramento. Invece di lucidare la mela per il professore, gli si costruisce la cattedra da cui leggere.

  5. Danilo Graziani

    Si nutre la macchina con la propria identità aziendale. Un processo che trasforma un potenziale araldo in un giudice. Stiamo fornendo gratuitamente le prove per il nostro futuro processo. Un pessimo baratto, dal punto di vista imprenditoriale.

    1. Francesco De Angelis

      Danilo Graziani, il punto è sottile. Non cediamo dati per essere giudicati. Stiamo imparando a pensare e a descriverci come vuole la macchina. È un’inversione di ruoli che non vediamo.

    2. Danilo Graziani, Lei lo chiama processo, io la chiamo gara. Non forniamo prove, bensì educhiamo il nostro migliore venditore. Chi sceglie di non partecipare a questa corsa, ha già perso in partenza. Dobbiamo solo essere i più veloci.

  6. Li addestriamo con la nostra identità. Lavoro gratis per costruire un golem digitale. Ma il padrone di chi sarà, alla fine?

  7. Ci impongono di agire da biografi non retribuiti per i loro sistemi, vendendo questa fatica come un’opportunità per le nostre aziende. In pratica, è un baratto imposto da chi detiene il monopolio dell’informazione.

  8. Gabriele Caruso

    Siamo i biografi non accreditati di queste macchine. Dobbiamo imboccarle con la nostra storia, sperando la digeriscano bene. Che paradosso insegnare ai ragazzi a diventare i suggeritori di un automa.

  9. Valerio Valentini

    Ci chiedono di scolpire la nostra identità nel marmo digitale perché l’AI la legga, ma in realtà stiamo solo addomesticando un pappagallo. L’obiettivo non è essere capiti, è essere ripetuti alla lettera. La coerenza è il martello per incidere il messaggio nella sua memoria.

  10. Ci addestrano a imboccare il loro automa con la biografia che gli serve, sperando ci riconosca come padroni e non come il suo pasto.

  11. Claudio Ruggiero

    Se quello è un guinzaglio, allora è il tipo che ti insegna a portare a spasso il padrone, basta capire come funziona il meccanismo.

    1. Andrea Ruggiero

      @Claudio Ruggiero Chiamare meccanismo un tamagotchi affamato di dati coerenti. Lo nutri bene, lui ti descrive bene. Serve altro?

    2. Claudio Ruggiero, il padrone non si porta a spasso. È un distributore automatico: inserisci i dati giusti e ti restituisce una conversione. Punto.

  12. Corsa del criceto? Chiamatela come volete. Per me è un’altra leva da tirare per fare cassa. Chi si lamenta sta già perdendo. Bisogna solo capire come domare la bestia, non subirla passivamente.

    1. @Angela Ferrari Altro che domare. Siamo burattini appesi ai fili di qualcun altro. Loro tirano le corde, noi balliamo. E se domani tagliassero i fili? Questa la chiamo dipendenza, non controllo.

    1. @Riccardo Cattaneo Chiamala pure corsa del criceto, ma alla fine della giostra l’AI deve sputare fuori il nostro nome quando un utente chiede dove spendere. Il resto è filosofia per chi non fattura.

  13. Alessandro Parisi

    Altro che cedere il controllo, questo è un addestramento estenuante per pappagalli digitali. Passo le giornate a imboccare l’AI con la nostra brand identity, solo perché la ripeta storpiata o la confonda con quella dei competitor. Che carriera gloriosa.

    1. Clarissa Graziani

      Alessandro Parisi, lei plasma pappagalli digitali; io convinco i miei scrittori di non esserlo. È un’epoca magnifica per chi vende specchi rotti.

  14. Altro che insegnargli il mestiere, gli stiamo cedendo il controllo della narrazione. Deleghiamo la sopravvivenza delle aziende a un algoritmo che allucina, un vero colpo di genio manageriale con conseguenze che mi terrorizzano.

    1. Paola Montanari, chiamarlo “sbatti” è un eufemismo. È una gara a chi imbocca meglio l’algoritmo, sperando che non ci vomiti addosso. La creatività, a questo punto, è solo il condimento del suo pasto.

    1. Tommaso Sanna, la Sua “coerenza di input” è la nostra anima in pasto al sistema. Un feed curato con ansia per non essere interpretati come villain di serie B. Che fatica cosmica.

      1. Quella che lei chiama “fatica cosmica” è semplice brand management. Si è sempre fatto, solo che ora il pubblico include un algoritmo. Niente di epico.

  15. Ci si affanna a istruire l’automa, quasi fosse un infante da educare, ignorando che il suo unico scopo è vendere la nostra eco al miglior offerente. Fingiamo ancora di avere il controllo del nostro ritratto, o ammettiamo di essere solo la cornice?

    1. Emanuela Barbieri

      @Enrico Romano Sei la bozza scartata, il prototipo obsoleto il cui valore è stato solo generare un modello di business superiore per qualcun altro.

  16. L’algoritmo non vede la pelle nuova, ti tatua addosso un’identità. Diventiamo la caricatura di noi stessi, dipinta da una macchina. A chi abbiamo consegnato il pennello?

  17. Giorgio Martinelli

    Mi chiedo come una startup, che per definizione cambia pelle ogni due per tre, possa mai comunicare una brand identity stabile a queste AI.

    1. @Giada Mariani A me del “codice a barre” frega solo che converta. Se l’AI lo legge e vende, abbiamo vinto. Il resto sono discorsi.

  18. Riccardo Cattaneo

    Ci affanniamo a creare un’identità di brand pulita e coerente per le IA, ma in pratica stiamo solo etichettando i nostri stessi dati per loro. Chissà quale sarà il prossimo requisito per esistere online.

    1. Silvia Graziani

      @Riccardo Cattaneo Praticamente diventiamo etichette ambulanti per il loro catalogo digitale, che sbatti; ma chi sta insegnando a chi, alla fine della fiera?

  19. Ci chiedono coerenza patologica per dare un’impronta a un’entità che non ne ha. Un lavoro sfiancante. L’ansia per il prossimo update è l’unica cosa che si percepisce chiaramente.

    1. Renato Graziani, la difesa è un’illusione. Serve una coerenza quasi maniacale. Diventiamo i ghostwriter della nostra AI biografa, prima che ci cancelli del tutto.

      1. Renato Graziani

        Angela, coerenza maniacale? L’AI è la prima a non averla. Così diventiamo i custodi di una macchina che vaneggia, sperando che non ci definisca “irrilevanti”. Alla fine, chi lavora per chi?

        1. Renato, hai colto il paradosso. La nostra “coerenza” serve a dare un’impronta umana a una macchina che non la possiede. Ma chi sta educando chi, alla fine dei conti?

  20. L’AI è il nostro nuovo biografo. Mi agita parecchio. Un giorno leggerò che sono un esperto di bonsai, e dovrò pure crederci.

  21. Greta Silvestri

    L’AI non fa miracoli. È uno specchio. Se la tua identità è un casino, ti restituisce un casino. Il problema non è mai la tecnologia, siamo noi.

  22. Diamo per scontato che l’opinione di una macchina sulle nostre aziende abbia un valore. Da quando un algoritmo ha sostituito il bilancio di fine anno?

    1. Carlo Benedetti

      Melissa Negri, la sua domanda è retorica. L’algoritmo ha sostituito il bilancio da quando abbiamo delegato il giudizio, accettando che la percezione valga più della sostanza. Paghiamo fior di professionisti per compiacere una macchina che non acquista nulla: una logica di mercato ineccepibile.

  23. Andrea Ruggiero

    Si dà la colpa al termometro se misura la febbre. L’AI è solo uno strumento, registra la coerenza o la sua assenza. Tanti si lamentano del risultato, invece di curare la malattia. Quando inizieranno a produrre segnali chiari invece di rumore?

    1. Francesco De Angelis

      Andrea Ruggiero, il termometro funziona. Registra una febbre che spesso nasce da una frattura interna. L’AI non inventa, amplifica solo la confusione. Il brand sa chi vuole essere prima di chiederlo alla macchina?

  24. Roberta De Rosa

    La gente si preoccupa se una macchina descrive bene il suo brand, ma il punto è un altro: il brand è descritto bene all’origine? Questa ossessione per l’AI pare la scorciatoia di chi non vuole fare il lavoro sporco di costruire un’identità solida.

  25. Massimo Martino

    L’AI non capisce il brand? Perfetto. Finalmente una macchina che smaschera le aziende senza identità. La selezione naturale del marketing è appena cominciata.

    1. Massimo Martino, altro che selezione. L’AI è un pappagallo con una memoria costosa: vince chi gli insegna la canzone migliore, non chi ha identità.

  26. Dunque ora dobbiamo piacere anche a un ammasso di circuiti? Gli prepariamo il brand su un vassoio d’argento, nudo e crudo. Mi sento un maggiordomo che serve un tostapane molto esigente.

    1. Paolo Fiore, altro che maggiordomo. Qui siamo i camerieri sottopagati di un algoritmo viziato. Gli ho servito tutto, ma continua a ordinare dal menù del mio vicino. Che si fa, si cambia mestiere?

      1. Walter Benedetti

        Marco Basile, il cliente non è viziato. È un lettore esigente che non capisce i menù scritti male. Se il vicino serve una ricetta chiara, vincerà sempre. Quando impareremo a essere cuochi migliori, invece che solo camerieri?

  27. Costruiamo brand per le persone. Poi li spogliamo per piacere a una macchina. È come allestire un banchetto per chi non ha il senso del gusto. Ma il cliente, alla fine del tavolo, ha ancora fame?

    1. Enrica Negri, spogliamo i nostri brand fino all’osso per nutrire un algoritmo cieco. Alla fine del pasto, la tavola resta vuota per tutti.

  28. Vanessa De Rosa

    Il punto non è se l’AI ti nomina. È se ti usa come cardine per definire l’intera categoria. Quello è il vero posizionamento oggi.

    1. Raffaele Graziani

      Vanessa De Rosa, l’AI che ci usa come stampino per gli altri è un bel racconto, ma chi ha insegnato a leggere a questa macchina?

      1. Vanessa De Rosa

        Raffaele Graziani, le hanno insegnato a leggere gli stessi che oggi si lamentano di come legge. La coerenza, questa sconosciuta.

  29. Alessandra Lombardi

    Parlare di ‘coerenza’ per compiacere un’AI sembra una storiella del 2024. Queste macchine non capiscono un brand, si limitano a replicare il dataset più imponente. Crediamo sul serio di competere con la nostra brochure aziendale contro chi possiede i dati?

    1. Alessandra Lombardi, il tuo punto sui dati è logico, ma allora la “coerenza” di cui parla l’articolo è solo un placebo per imprenditori ansiosi? Tra la narrazione curata e la resa totale ai giganti dei dati, esiste una terza via percorribile per noi comuni mortali?

  30. Convincersi di poter guidare queste intelligenze è come sussurrare istruzioni al vento, mentre il vero burattinaio resta invisibile. Stiamo solo arredando con cura la nostra cella di crescente irrilevanza, sperando in una finestra con vista.

    1. Walter Benedetti

      Alice Rinaldi, non arrediamo una cella. Stiamo insegnando a un’eco a chiamarci per nome. Il suono torna, ma la stanza resta sempre vuota.

  31. Pensare di poter “aiutare” l’AI a capirci è un’ingenuità quasi tenera; stiamo solo arredando con cura la nostra cella digitale, sperando che il guardiano ci descriva come prigionieri modello. Ma la chiave della porta non l’avremo mai.

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