Dalla selettività di ChatGPT al peso delle citazioni esterne, i dati di OtterlyAI raccontano una GEO frammentata tra piattaforme diverse e sempre più legata ai risultati concreti di business
Ciao e bentornato su SEO Confidential! 🎙️
Oggi pubblichiamo un’intervista che aspettavamo da un po’, perché l’ospite di questa puntata è uno dei ricercatori più seri e concreti che si occupano di GEO (Generative Engine Optimization) e AI Search a livello internazionale.
Stiamo parlando di Rick Tousseyn, GEO/SEO Content Strategist & Researcher di OtterlyAI, dove passa le sue giornate a fare quello che facciamo in pochi: esperimenti veri, su siti veri, per capire come ChatGPT, Claude, Perplexity, Gemini e le AI Overviews di Google decidono chi citare e chi ignorare.
Niente teorie astratte o supposizioni. Si parte dai dati, si fanno test, si osservano i risultati e si cerca di capire cosa sta realmente accadendo nei motori di risposta basati su AI.
È lo stesso metodo che utilizziamo con il nostro Osservatorio GEO: osservare l’AI direttamente sul campo per trasformare un fenomeno ancora difficile da interpretare in qualcosa che possa essere misurato e analizzato.
Rick è anche cofondatore di MarchiteQ, agenzia che aiuta aziende B2B e SaaS a orientarsi in questo nuovo mondo fatto di GEO, advertising e automazione.
E ti anticipo una cosa: quello che ci siamo detti ribalta parecchie certezze. Scoprirai perché un sito può sparire da Google e continuare a essere citato da Copilot, perché ChatGPT a volte “vede” i tuoi contenuti ma sceglie di ignorarli, e qual è secondo Rick l’unica metrica che conta davvero quando parliamo di ROI.
Se lavori nel search marketing o se hai un business online, questa è una di quelle interviste da leggere con molta attenzione. Si parte!

Il tuo sito ha pochi contenuti? L’AI può citarlo lo stesso (sempre che il tuo brand sia menzionato online, anche senza link)
L’esperimento di OtterlyAI mostra che gli stessi contenuti AI possono essere eliminati da Google, premiati da Bing e citati massicciamente da Copilot. Che cosa ci dice questa differenza su come dovremmo fare SEO oggi? Ha ancora senso parlare di una strategia GEO unica o l’ideale sarebbe ottimizzare separatamente per ogni piattaforma?
Non esiste una strategia GEO valida per tutti. Ogni settore è sostanzialmente diverso dagli altri e ha un peso diverso. Dai nostri dati abbiamo osservato che il traffico proveniente da Claude ha una probabilità molto più alta di trasformarsi in lead commerciali. Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che Claude ha un pubblico composto prevalentemente da professionisti del marketing (non da utenti occasionali dell’IA) che sanno molto meglio cosa vogliono.
Dal nostro studio “Claude Citation” sappiamo inoltre che Claude si comporta in modo completamente diverso rispetto ad altri motori di ricerca basati sull’intelligenza artificiale. Ad esempio, non fa alcun affidamento sulle fonti dei social media. Insomma, è sempre meglio adattare la propria strategia a seconda del pubblico di riferimento.
Il dato che mi ha colpito di più è che un sito può sparire da Google e continuare a guadagnare citazioni nelle piattaforme AI. Questo significa che oggi autorevolezza su Google e autorevolezza per i sistemi AI sono due cose diverse?
È corretto. Da questo studio abbiamo però visto che la piattaforma che continua a citare il sito è Microsoft Copilot, anche dopo che Google ha eliminato il sito dai suoi risultati. A essere onesti, non vale la pena fare questo scambio, a meno che per te non sia davvero importante essere citato da Copilot.
ChatGPT ha visitato i vostri siti migliaia di volte, mentre OAI-SearchBot è passato appena 80 volte e ChatGPT non li ha mai citati. Che cosa ci dice questo dato sul rapporto tra crawling, indicizzazione e citazioni? E soprattutto: quali segnali pensi utilizzi ChatGPT per decidere se una fonte merita davvero di essere citata?
ChatGPT sembra effettivamente “vedere” e prendere in considerazione il contenuto, ma sceglie deliberatamente di non utilizzarlo. È quindi piuttosto selettivo. In questo senso, è un segnale positivo: i contenuti di bassa qualità prodotti dall’IA non dovrebbero essere premiati.
Si parla moltissimo di visibilità su ChatGPT, Claude e gli altri motori AI. Ma quanto vale davvero, in termini di business, essere visibili lì? Abbiamo già prove sufficienti per dire che l’AI Search porta clienti, oppure stiamo dando troppo peso a metriche ancora difficili da collegare ai ricavi?
Il punto di partenza è l’attribuzione dichiarata direttamente dagli utenti. Nei moduli di contatto si dovrebbe sempre inserire una domanda come: “Come ci avete conosciuto?”. È l’unico modo per capire con certezza se e quanto questi contatti contribuiscano effettivamente al fatturato dell’azienda.
Per farsi citare dalle AI oggi funziona meglio un articolo, un video su YouTube o servono entrambi? E da cosa dipende la scelta della fonte da parte delle diverse piattaforme?
Entrambe le cose, ma in molti settori i contenuti scritti sono ormai saturi. Il video rappresenta quindi una grande opportunità. Se non hai un team in grado di creare video, puoi affidarti agli influencer per parlare del tuo brand.
Quali tecniche GEO stanno dimostrando, dati alla mano, di aumentare davvero le citazioni su ChatGPT, Gemini e gli altri motori AI? E quali, invece, vengono consigliate spesso ma non hanno ancora prove solide a sostegno?
Qui trovi l’elenco completo di tutto ciò che il nostro team ha testato finora nella ricerca basata sull’IA, con indicazioni su cosa funziona e cosa invece non funziona. Dagli un’occhiata!
Alcuni esperti SEO erano abituati a lavorare soprattutto sul sito e poco off-site. Nella GEO quanto pesa invece ciò che viene detto del brand su siti esterni, forum, media e altre fonti?
In questo esperimento dimostriamo che anche un sito con pochi o nessun contenuto, oltre alla homepage e alle pagine dei servizi, può essere comunque menzionato dalla ricerca basata sull’IA. È sufficiente che il brand venga citato abbastanza volte da siti web esterni, anche senza link. È un meccanismo molto diverso da quello che ha funzionato nella SEO tradizionale.
Finora abbiamo misurato soprattutto quanto un brand appare nelle risposte AI. Ma come possiamo capire se ChatGPT, Gemini o Perplexity stanno costruendo una percezione positiva o negativa di quel brand? E soprattutto, cosa può fare un’azienda per cambiare il modo in cui le AI parlano di lei?
Verifica cosa sa davvero l’AI del tuo brand. Falle domande legate al tuo marchio: problemi, alternative, frustrazioni, paure, preoccupazioni, obiettivi, miti, interessi e possibili malintesi.
Se una pagina resta prima su Google ma perde click a causa delle AI Overviews, come possiamo capire se sta davvero guadagnando o perdendo visibilità? Qual è la metrica più affidabile da guardare?
L’unico indicatore davvero affidabile è il numero di lead qualificati che generano opportunità concrete di vendita. Tutto il resto rischia di essere una semplice metrica di vanità.
Può sembrare controverso, ma credo che persino il posizionamento nei risultati di ricerca, quando non è collegato direttamente al ROI, possa ridursi a una metrica utile più per gratificarsi che per misurare il reale valore del lavoro svolto. Bisogna misurare ciò che conta davvero.
Indipendentemente dal posizionamento nella ricerca tradizionale, essere visibili nelle AI Overviews di Google dovrebbe sempre essere una priorità. A mio parere, il formato video è l’unico che può garantire realmente un click: i video tendono a comparire più spesso nelle panoramiche AI e, se realizzati bene, spingono l’utente a cliccare per saperne di più. Al contrario, un contenuto testuale può fornire direttamente la risposta, senza lasciare un motivo concreto per visitare il sito.
Tra AI Search, contenuti video e lead qualificati: la GEO dev’essere orientata ai risultati
E anche per oggi è tutto!
Che dire, questa chiacchierata con Rick ci ha lasciato parecchi spunti su cui riflettere.
Rick la pensa come me: non esiste più UNA strategia valida per tutti, ma un puzzle diverso per ogni piattaforma. Google, Copilot, ChatGPT, Claude… ognuno ha la sua logica, i suoi criteri, il suo pubblico.
Un altro punto che mi ha fatto pensare: la metrica dei lead qualificati come unico vero indicatore di successo. Quante volte ci perdiamo dietro a posizionamenti e citazioni senza chiederci se tutto questo si traduce davvero in fatturato?
Ma non solo: se è vero che il testo rischia di “rispondere e basta” senza generare click, forse è davvero il momento di investire di più sui contenuti video, anche per chi finora ha lavorato solo di scrittura.
Insomma, tanta carne al fuoco, e ti consiglio di rileggerti l’intervista con calma, perché ci sono passaggi che meritano una seconda lettura.
La buona notizia è che qui su SEO Confidential non ci fermiamo: la prossima settimana torniamo con un nuovo episodio e un nuovo esperto pronto a raccontarci un altro pezzo di questo mondo che per brevità chiamiamo AI Search.
Ci vediamo come sempre lunedì prossimo, non mancare!

Più che una corsa, mi sembra un’audizione al buio. Agitiamo i nostri strumenti sperando di essere notati dal direttore, ma lui sembra cercare una nota precisa che nessuno di noi ha ancora capito quale sia.
@Alessandro Parisi Chiamala selezione se vuoi, ma con budget così diversi il punto di partenza non è lo stesso. È una corsa in cui noi piccoli partiamo già con dei pesi alle caviglie. Alla fine, si tratta solo di capire quanto resistiamo.
Studiare l’arbitrio di un’AI. Interessante. Ma alla fine decide il portafoglio del cliente, non un prompt. Qualcuno se ne ricorda ancora?
@Francesco De Angelis La solita lagna delle piccole imprese; la chiamano corsa, ma è solo selezione.
Dati utili, ma un’altra corsa infinita per le piccole imprese.
Testare l’arbitrio di una black box. Ok. Ma alla fine della fiera, il GEO converte o è solo l’ultima sigla per consulenti in cerca di clienti?
Analizzare algoritmi opachi è un esercizio di futilità travestito da scienza, un modo elegante per vendere consulenze prima che i proprietari del casinò decidano di cambiare le carte in tavola.
Questi esperimenti tracciano la rotta in un nuovo oceano. Non si tratta di inseguire le onde, ma di costruire il porto. Il brand diventa la destinazione finale. Chi sta costruendo il suo?
Si fanno test per compiacere algoritmi che domani cambieranno. Sembra un ottimo modo per tenere le agenzie occupate.
@Alessandro Parisi, il KPI è il fatturato. Tutto il resto è fuffa per agenzie.
Mentre voi vi divertite con la frammentazione della GEO, il mio lavoro è diventato convincere i clienti che essere citati da un’AI allucinata sia un KPI di valore. Il futuro del branding è una comica.
Giuseppina, altro che ROI sulle allucinazioni. Se l’AI deve sognare, che sogni il mio IBAN. Il resto è fuffa accademica per chi non fattura.
Ottimi i dati per misurare la frammentazione della verità. Almeno ora possiamo fatturare l’irrilevanza con precisione scientifica, assegnando un ROI anche alle allucinazioni.
Trovo le analogie suggestive, ma preferisco i numeri che generano conversioni. L’approccio di OtterlyAI è l’unico con un senso pratico; la vera domanda è quanto costerà applicare metodologie simili alle nostre piccole realtà aziendali.
I dati sono il termometro, non la cura. Misurano la febbre dell’algoritmo, ma il vero lavoro è vendere la medicina. Questi test indicano la temperatura; quale farmaco funziona alla fine?
L’analisi dei dati è un modo elegante per guardare l’oceano; l’obiettivo non è la mappa, ma prevedere quando arriverà la prossima marea.
@Renato Martino Bella la metafora, ma la marea non è un evento naturale. È una leva azionata da chi controlla la piattaforma per affogare i piccoli. I dati ci dicono solo con che velocità stiamo andando a fondo. A che serve la mappa del Titanic?
Ottimo, dati concreti per il business; quanto ci mettono a diventare il nuovo standard?
@Claudio Ruggiero Lo standard è il premio di consolazione per chi arriva tardi. Chi punta a vincere non aspetta le regole, le scrive convertendo.
Io questa mappa me la comprerei pure, non fosse altro per capire se un giorno un’AI citerà i miei tutorial invece di un sito americano a caso. Mi sa che il mio problema non è la GEO, ma il mio ego.
Vendono le regole di un gioco che hanno inventato loro; mi chiedo quanti piccoli business resteranno schiacciati da questo ennesimo casino dei soliti noti.
@Andrea Cattaneo Ci vendono la mappa di una miniera che stanno già svuotando.
Certo che vendono, ma almeno ci danno qualche regola del loro nuovo, costosissimo gioco.
Mentre i soloni pontificano sui massimi sistemi, qui almeno si parla di dati. L’unica cosa che conta. Mi sento meno solo con i miei test da artigiano per vendere due camere. Chissà quando capiranno che è solo un lavoro di numeri.
@Marco Basile I dati sono solo il pretesto per vendere il nuovo gioco.
È confortante vedere i tentativi di decodificare queste scatole nere con dati concreti; avremo così dei report accurati che certificheranno la nostra progressiva irrilevanza professionale. La precisione è un valore.
Analizzano il codice come fosse un reperto. Peccato che cambi ogni giorno. Ogni scoperta è già vecchia. Tutto questo sbatti serve solo a darci l’illusione del controllo.
Mentre tutti sezionano l’algoritmo come fosse una rana da laboratorio, la vera domanda è se queste citazioni generino lead qualificati, perché altrimenti stiamo solo parlando di come vincere a un videogioco con regole nuove. Qualcuno ha già calcolato il costo per acquisizione?
Dati concreti per giustificare le fatture, non solo per vendere consulenze fumose; mi domando quale sia il prezzo di questa illuminazione.
L’autopsia dei motori generativi. Sezionano il cadavere per capire come pensava da vivo. Ci sta.
Ogni reame ha le sue leggi. Ma una citazione in questo gioco dei troni porta a una vendita?
Molti dati per confermare l’ovvio: le AI sono specchi che amplificano chi ha già voce, creando cortocircuiti di popolarità. Studiarle è come chiedere al maggiordomo come si diventa re del castello; è un’ottima fonte di pettegolezzi, ma la corona non la dà lui.
Roberta De Rosa, è rassicurante che il gioco non cambi, solo il nome dei lacchè.
Tra dati e feudi digitali, mi chiedo dove finisca la competenza e inizi la scommessa.
Più che feudi digitali, mi sembra il liceo. L’AI decide chi è popolare e chi finisce nel dimenticatoio. Noi ci affanniamo per piacerle. Che tristezza infinita. A quando il ballo di fine anno con Gemini?
Illuminante come i dati certifichino la nascita di feudi digitali, dove la visibilità non è un merito ma un privilegio acquistato a suon di esperimenti, rendendo ogni ricerca un’eco del più offerente.
Nicola Caprioli, chiamare privilegio la comprensione di un meccanismo mi sembra un lusso intellettuale.
L’ossessione per i dati degli esperimenti distoglie dal punto: le AI citano fonti che convertono, non quelle che teorizzano su come farlo.
Tutta questa menata per compiacere un’entità non senziente mi pare stia solo svilendo il lavoro editoriale, allontanandoci da chi dovrebbe leggere davvero i nostri contenuti.
Andrea, il lavoro non è svilito, è cambiato. Ora addestriamo il cane da guardia che decide chi può entrare nel giardino. Mi fa tremare i polsi.
Tutti a inseguire la citazione di una macchina. Mi sembra ieri che provavamo a capire i clienti. Bei tempi quelli.
Capisco i dubbi sui costi, ma la frammentazione della GEO è un dato di fatto e questi test ci danno una mappa per non andare a caso. Alla fine si sceglie se guardarla oppure continuare a girare in tondo.
Bello sezionare l’algoritmo. Ma il tempo speso in test ripaga l’investimento? Alla fine, è l’unica cosa che conta per un’azienda.
@Giovanni Graziani Costa di più non farli, i test. Almeno sai dove butti i soldi.
Bello. Così le PMI impareranno a scrivere per un bot, non per un cliente.
@Paola Caprioli Il suo commento coglie il punto: questa rincorsa tecnica ci fa dimenticare che il nostro mestiere è parlare alle persone, non addestrare un bot. Stiamo scambiando la scrittura empatica con un arido elenco di istruzioni per una macchina. Che desolazione.
Celebriamo l’anatomista che disseziona il corpo del messaggio. Ma l’anima, quella scintilla che vende, sfugge a ogni bisturi. Come si misura un brivido?
Bellissimi dati per vendere la corda con cui ci impiccheremo tutti quanti.
@Fabio Fontana Questa corda lega solo numeri, soffoca le storie. E noi che fine facciamo?
Ma quali leve economiche, raga. È un giochino input-output. Dagli la pappa giusta e la macchina ti premia. Bisogna solo capire il menù.
Melissa, la “pappa giusta” è un’illusione. Sei l’invitato e anche la portata principale di un banchetto oscuro. Il menù lo scopri solo alla fine.
Ingranaggi? Sono solo le leve economiche che decidono chi vince e chi scompare.
Non sono capricci, sono ingranaggi invisibili. Il lavoro di OtterlyAI è una torcia in una caverna. Illumina i percorsi, anche senza rivelare la mano che li ha scavati. Questo ci offre un punto di partenza stabile, una mappa parziale del buio.
Mappare i capricci di macchine che generano risposte è un esercizio pregevole, ma per le aziende che rappresento la sola metrica valida resta il contratto firmato, non la citazione ottenuta in un output volatile.
Questi esperimenti, per quanto rigorosi, mi sembrano il tentativo di mappare le sbarre di una gabbia dorata, senza mai domandarsi chi ne tenga la chiave e per quale scopo ultimo.
I test di OtterlyAI sono il punto. Ma la GEO deve servire il business, non la macchina. Stiamo costruendo valore o solo visibilità?
@Francesco De Angelis La distinzione tra valore e visibilità è un lusso che il reparto marketing ha smesso di potersi permettere, ora che il nostro principale interlocutore è un algoritmo che compila riassunti. Quando è stata l’ultima volta che un KPI misurava il “valore”?
Siamo diventati domatori di eco digitali. L’eco, però, risponde sempre con la sua voce.
Studiamo macchine per piacere ad altre macchine. Il dialogo umano è diventato un dato irrilevante. Resta solo la necessità di essere il segnale più forte.
Accolgo con favore questo metodo basato sui dati, dal momento che trattare con ogni IA è come cercare di capire i gusti di un bambino diverso, e il nostro compito è solo quello di portargli il gioco giusto per arrivare al risultato.
Altro che bambini. Sono slot machine, basta trovare la leva giusta per il jackpot.
È un passatempo elaborato decodificare le preferenze di un calcolatore, quando il giudice finale rimane il cliente che paga la fattura. O l’obiettivo è intrattenere i ricercatori con i loro stessi esperimenti?
L’unica metrica è il fatturato. Questi test alla fine servono a quello, o no?
Costruiamo autostrade di dati per vendere un tostapane, applaudendo ogni nuovo casello come una scoperta. In fondo, l’unica destinazione possibile è sempre stata il registratore di cassa, non credi anche tu, Simone Ferretti?
Ciao Elisa. Il registratore di cassa è il punto d’arrivo, è vero. Ma il percorso deve avere un senso per chi viaggia su quelle autostrade, altrimenti alla cassa non ci arriva nessuno.
Siamo diventati astrologi che interrogano oracoli di silicio. Che malinconia questo futuro.
Giovanni, non sono oracoli. È una scacchiera con nuove regole. Lamentarsi è una mossa debole. Bisogna trovare la logica dietro le citazioni.
Danilo, chiamiamo logica il tentativo di indovinare i pensieri di un’entità non umana.
Giovanni, la malinconia è il lusso di chi ha già perso. Mentre voi interpretate i segni come antichi sacerdoti, noi smontiamo il motore per capire come funziona. È la stessa differenza che passa tra chi prega la pioggia e chi costruisce un acquedotto.
Tutti questi test per capire come le macchine citano, quando l’unica cosa che cambia è il palco su cui recitano le solite marionette.
Studiamo i nuovi burattini digitali per manovrare il cliente finale verso il carrello.
Paola Pagano, la sua visione dei “burattini” è quasi romantica. La ricerca di OtterlyAI non serve a tirare fili, ma a codificare i percorsi neurali d’acquisto. Il nostro lavoro è rendere la transazione un riflesso condizionato, eliminando l’attrito del pensiero. Non è magnifico?
La citazione è il nuovo like, un’illusione di rilevanza. Diventiamo acrobati digitali per compiacere un calcolatore che non applaude. E io mi sento il pagliaccio di questo circo. Ma il pubblico, quello vero, dov’è?
Gabriele Caruso, il pubblico ora è il cliente che paga la fattura. Lavoriamo per una citazione nel suo report, non per l’attenzione delle persone. La sua domanda è retorica. Quella platea è vuota da un pezzo, purtroppo per tutti noi.
Chiara De Angelis, esatto. Il cliente è il nuovo algoritmo. E noi corriamo per il suo report, poi per il prossimo. Quando finisce?
Gabriele, il tuo circo digitale mi interessa solo se il pagliaccio alla fine vende il biglietto. La citazione è un rumore di fondo utile a portare gente alla cassa, il resto è filosofia per chi ha tempo.
Essere citati è come ricevere un applauso in una stanza vuota. Fa un bel suono, ma il registratore di cassa non se ne accorge. La musica cambia mai?
Dati concreti, bene. Meglio delle solite teorie. Però la citazione è solo l’inizio, una metrica di vanità. La partita vera si gioca sul contratto firmato. Il resto è contorno per far contenti i consulenti.
Simone Rinaldi, la citazione è il nuovo like. Fuffa per gonfiare i report, non il portafoglio.
I dati sono un passo avanti per capire le regole del gioco. Però l’arbitro può sempre cambiarle senza preavviso. Così rincorriamo un traguardo che si sposta di continuo. Sembra una gara senza fine.
Nuovi sacerdoti interpretano oracoli digitali, ma le aziende cercano ancora chi sa vendere, no?
Roberta De Rosa, hai centrato il punto. Ennesima corsa all’oro per decifrare i nuovi geroglifici digitali, quando il vero problema resta sempre convincere un cliente a tirare fuori la carta di credito.
Misurare le sbarre della gabbia non dice quando il guardiano deciderà di portare cibo.
Mentre ci si accapiglia su dati che sembrano usciti da un oracolo di provincia, nessuno si chiede chi stia addestrando l’oracolo stesso. Ci si affanna a interpretare l’eco, dimenticandosi della voce che lo genera.
Dati di Tousseyn lapalissiani. Le citazioni sono vanity metrics, il carrello no. Ma la gente si perde ancora dietro le favole.
Melissa, le persone non si perdono, vengono semplicemente instradate nel labirinto di qualcun altro, dove la favola è il formaggio nella trappola.
Paola Pagano, il punto non è la favola o il formaggio. Vince chi costruisce il labirinto e vende il biglietto d’ingresso. Tutto il resto sono solo metriche per distrarsi.
@Melissa Benedetti Esatto. Si parla di citazioni, io penso al fatturato. Ci ho messo anni per capirlo, eh. Ma alla fine la domanda è una: l’utente ha comprato il biglietto aereo o no?
@Marco Basile è la dura verità che pochi accettano. Mentre tanti si esaltano per le citazioni dell’AI, noi guardiamo se il cliente ha tirato fuori la carta di credito. Una differenza non da poco, per chi tiene le luci accese in azienda.
Finalmente dati seri, grande Tousseyn. La gente litiga su citazioni e vendite, io ci vedo solo uno schema da decifrare. Bisogna trovare il format giusto prima che le macchine diventino più lunatiche di noi.
Che tenera la diatriba tra citazioni e carrelli. Mentre voi vi baloccate con le vanità algoritmiche, qualcuno sta già studiando come far pagare ogni singola citazione. Io nel dubbio seguo il denaro, è una metrica che non mente mai.
Un concorso di bellezza per algoritmi, dove non sai chi è in giuria. Le citazioni sono la corona. Ma questa vanità porta clienti?
Paolo Fiore, la giuria è il fatturato. Se non sale, questa bellezza non serve a niente.
@Paolo Fiore Le citazioni sono belle, per carità. Io però guardo i carrelli che si chiudono, non le menzioni di un bot. Il resto è un passatempo per chi non deve fare cassa.
@Sara Sanna Il carrello è musica, sono il primo a dirlo. La citazione, però, è il nuovo PR che ti fa entrare alla festa. Senza l’invito giusto, il tuo negozio resta semplicemente vuoto.
@Paolo Fiore Alle feste ci vanno quelli con del tempo da perdere. Io bado ai clienti, non agli invitati. La vera musica non è l’invito, ma il suono della cassa che si apre e chiude. Il resto sono chiacchiere da salotto.
Finalmente dati e non fuffa. La GEO è questo: mendicare una citazione da un’intelligenza artificiale per esistere. Un bel downgrade per l’umanità. Chissà se il mio prossimo libro lo capirà di più un’AI o mia nonna prima del caffè.
Che bello vedere dati concreti sulla GEO. Già mi vedo in un futuro dove l’unico KPI sarà il “punteggio di citazione esistenziale” dato da un’AI; conterà essere menzionati per continuare a esistere, altro che fatturato.
Antonio Barone, lo chiamano punteggio di citazione. È il nuovo feudo digitale. Noi mendichiamo visibilità, loro si tengono i profitti e ci affittano un brandello di terra. Qual è il prossimo passo, pagare per il diritto di essere indicizzati?
@Antonio Barone Menzione esistenziale? Ottimo, ci pagheremo i fornitori con la visibilità generata dall’AI.
Dati, test, osservazioni. Molto scientifico. Peccato che mentre noi analizziamo la frammentazione, i clienti aspettano risultati concreti. Questa ricerca serve più a chi la fa o a chi lavora sul campo?
Chiara Barbieri, è un bel passatempo accademico per giustificare le nostre parcelle. Analizziamo dati con la stessa meticolosità con cui i clienti contano le fatture insolute, chiedendoci chi dei due stia perdendo più tempo.
Belle metafore. Intanto i clienti non arrivano e le casse piangono.
Simone Ferretti, e se i clienti non arrivassero proprio perché le metafore sono finite? Cosa resta, dunque, da vendere?
Ci spiegano la fisica delle catene. Ma quando impariamo a spezzarle?
Studiamo le correnti artificiali, dimenticando che l’utente voleva solo raggiungere il mare.
Guardiani dello zoo che ci illustrano le sbarre. Vendono mappe per un labirinto disegnato da loro. La vera domanda non è come muoversi dentro, ma quando smetteremo di comprare le loro mappe per abbattere i muri.
Esperimenti “veri” su siti “veri”. Dati scelti per creare un bisogno e vendere la cura. Noi del marketing abbocchiamo sempre. La nostra ansia è il loro miglior prodotto.
Luciano, la loro cura è solo un guinzaglio più corto. Dobbiamo liberarcene noi.
Ci svelano i segreti della GEO come un atto di generosità, ma è solo il bollettino dei vincitori scritto da chi ha truccato la lotteria. Chissà quanti siti veri sono stati sacrificati sull’altare di questi esperimenti per arrivare a dati “concreti”.