Invasione AI su LinkedIn e X: un post lungo su quattro è scritto da un robot

Anita Innocenti

Le regole del digitale stanno cambiando.

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Una recente analisi svela che su piattaforme come LinkedIn e X oltre un post su quattro, specialmente quelli più articolati, è interamente generato da intelligenze artificiali.

Un'analisi di Pangram rivela una massiccia presenza di contenuti generati da AI su social come LinkedIn e X. La percentuale su LinkedIn sale al 41% per i post lunghi. Mentre gli utenti imparano a riconoscere questa 'fuffa artificiale', le piattaforme giocano un ruolo ambiguo, vendendo tool AI e combattendone gli abusi.

Social network invasi: un post su quattro è scritto da un’AI

La situazione è più seria di una semplice impressione.

Secondo una recente analisi di Pangram, una piattaforma di rilevamento AI, ben un post su quattro tra quelli più lunghi (oltre le 250 parole) sui principali social è interamente scritto da un’intelligenza artificiale.

E non stiamo parlando di un leggero ritocco o di una correzione grammaticale, ma di testi partoriti da un algoritmo dalla prima all’ultima parola.

In questa classifica poco invidiabile, LinkedIn si prende la maglia nera.

Sulla piattaforma di Microsoft, la percentuale di post lunghi completamente automatizzati schizza al 41%. Questo significa che quasi la metà dei “thought leadership” che leggi sono, in realtà, il prodotto di una macchina.

Su X la musica non cambia di molto: quasi la metà dei post più articolati ha visto l’intervento, pesante o leggero, di un’intelligenza artificiale.

Ma la cosa più interessante è che questo fenomeno non è casuale.

C’è chi sta spingendo forte su questa tecnologia, e forse non ti sorprenderà scoprire di chi si tratta.

Come riconoscere l'”AI slop” e perché sta irritando gli utenti

Gli utenti, dal canto loro, non sono stupidi e hanno iniziato a sviluppare un sesto senso per questa “fuffa artificiale”, che in gergo viene chiamata “AI slop“.

Stanno nascendo delle vere e proprie guide informali per smascherare i contenuti-robot.

Tra i segnali più evidenti, descritti da Brendan Keeler, ci sono l’abuso del trattino lungo (la cosiddetta em dash), frasi costruite con lo stampino come “Non si tratta di X, si tratta di Y”, elenchi puntati con frasi brevissime e una tendenza generale a riassumere concetti ovvi piuttosto che offrire un’opinione reale e specifica.

Il problema è che la scrittura generata dall’AI è spesso levigata, corretta, ma terribilmente generica e priva di anima.

È prosa da Baci Perugina applicata al business.

Per questo, l’autrice Erica Dhawan consiglia di aggiungere qualcosa di “strano”, di lasciare volutamente qualche piccola imperfezione per far capire che dietro la tastiera c’è ancora un essere umano.

E mentre gli utenti si armano di lenti d’ingrandimento per scovare i bot, le piattaforme che dovrebbero arginare il problema giocano una partita decisamente ambigua.

La doppia faccia di LinkedIn e il futuro della scrittura professionale

Qui le cose si fanno interessanti, perché si scopre l’altarino. Da una parte, Microsoft, proprietaria di LinkedIn, ti vende strumenti a pagamento per scrivere post, lucidare profili e generare messaggi con l’AI. Dall’altra, la stessa LinkedIn, come ha svelato un’analisi del tech analyst Shelly Palmer, annuncia di voler penalizzare i contenuti che mostrano “i tratti distintivi della fuffa generata dall’AI”.

Un controsenso bello e buono: prima ti vendo la pala, poi ti multo se scavi la buca.

Questa dinamica sta portando a quella che qualcuno ha definito l’industrializzazione della scrittura B2B: una fabbrica di contenuti tutti uguali, ottimizzati per essere inoffensivi e acchiappare like, ma privi di qualsiasi spunto originale. Il rischio, come fa notare la marketing executive Tahnee Perry, non è l’AI in sé, ma la nostra dipendenza dai suoi risultati mediocri.

In questo contesto, la vera battaglia si sposta sulla credibilità.

Mentre le piattaforme cercano di barcamenarsi tra la vendita di tool AI e la lotta ai loro stessi sottoprodotti, la vera abilità per un professionista o un’azienda sarà di nuovo quella che una macchina non può replicare: avere una voce autentica, un punto di vista forte e, soprattutto, l’impronta inconfondibile di una mente umana.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

110 commenti su “Invasione AI su LinkedIn e X: un post lungo su quattro è scritto da un robot”

  1. Nicolò Sorrentino

    Questa marea di contenuti è un karaoke senza anima. Molti cantano la stessa canzone, senza metterci il cuore. Ma la voce autentica delle persone dove è finita?

  2. Angela Ferrari

    Il problema non è l’AI. È la marea di gente che la usa male, creando solo rumore. Questo casino alla fine pulisce il mercato e premia la qualità vera. Il mio team ringrazia per tutta questa mediocrità.

    1. Gabriele Caruso

      Angela Ferrari, la qualità vera? In questo oceano di eco artificiali, temo che la mediocrità non faccia altro che alzare il volume del nulla. Alla fine, chi ascolta più nessuno?

  3. Gabriele Caruso

    Le piattaforme vendono la pala per scavare la fossa e il microfono per l’elogio funebre. E noi, docenti di marketing digitale, benediciamo il tutto in nome del “contenuto”. Mi chiedo quando ci stancheremo di parlare da soli.

    1. Silvia Graziani

      Gabriele Caruso, è un circo pazzesco: noi insegniamo a riempire il vuoto con fuffa per poi lamentarci dell’eco. Quando inizia lo spettacolo vero?

  4. Silvia Graziani

    Ci siamo costruiti un megafono per urlare fuffa nel vuoto, pensando pure di essere dei fenomeni. E adesso chi paga il biglietto per questo spettacolo?

    1. Roberta De Rosa

      @Silvia Graziani Il biglietto lo pagano le aziende che credono di comprare visibilità, ma affittano solo un teatro vuoto pieno di specchi che si applaudono.

    1. @Giulia Martini La tua analisi è corretta. Si crea molto rumore digitale. Questo, però, aumenta il valore dei contenuti reali. L’autenticità diventa la nuova scarsità. Una grande opportunità per distinguersi.

  5. Quell’engagement rate è un miraggio. Algoritmi che applaudono altri algoritmi in un teatro vuoto. Noi professionisti finiamo per misurare il rumore di fondo, scambiandolo per applausi. Ma chi è il pubblico reale in questa recita digitale?

    1. Isabella Riva

      @Emma Rinaldi, il tuo teatro è una sala degli specchi. Gli algoritmi si applaudono a vicenda, riflessi infiniti. Noi siamo il pubblico fuori dalla porta, sentiamo solo il brusio confuso. Ma cosa succede se apriamo quella porta e non c’è nessuno?

  6. Nicola Caprioli

    Siamo convinti di smascherare l’artificio, ma l’engagement rate su questi post racconta una storia diversa. La vera confusione è capire se stiamo parlando tra noi o se siamo solo il rumore di fondo per algoritmi che dialogano tra loro.

  7. Paola Montanari

    Tutti fissati sulle conversioni di sta roba. Contenuti vuoti che generano interazioni vuote. Alla fine il mio lavoro sarà insegnare a un bot a sembrare meno bot di un altro. Che sbatti.

    1. Alberto Parisi

      @Paola Montanari, finiremo per fare da ghostwriter ad algoritmi con l’ansia da prestazione, sussurrando loro come sembrare più autentici di noi stessi.

  8. Melissa Benedetti

    Lamentele inutili. Se il post AI converte, il resto è noia. È come lamentarsi che il tostapane non ha sentimenti mentre ti prepara la colazione. Pensate al funnel, non alla filosofia.

  9. Melissa Benedetti

    Tutti a piangere per la fuffa AI. Ma se un post converte, il resto è rumore. L’unica metrica che conta è quella, no?

  10. Noemi Barbato

    È un bel paradosso che le agenzie ora vendano tool per generare fuffa sintetica, per poi dover creare consulenze su come smascherarla. Mi chiedo quanto ci metteremo a vendere “corsi di autenticità” a dei bot.

  11. Lorena Santoro

    L’abbondanza di vacuità sintetica, presentata come intuizione, trasforma il networking in un faticoso esercizio di discernimento, mentre gli autori celebrano la propria irrilevanza. Un progresso notevole.

  12. Danilo Graziani

    Questa poltiglia non nutre, ingrassa il bestiame per la mungitura dei dati. Il pensiero umano è diventato un’interferenza in questa catena di montaggio?

  13. Walter Benedetti

    Questi recinti hanno mangiatoie automatiche. Distribuiscono poltiglia insapore a bestie soddisfatte. Il pensiero umano è stato mandato al pascolo, altrove, a morire di solitudine. Quando smetteremo di delegare il nostro intelletto?

  14. Alessandra Lombardi

    Magnifico. Mentre tutti inondano i feed di fuffa sintetica per sembrare attivi, chi ha un pensiero originale avrà praterie. O almeno questa è la favola che ci raccontiamo per tirare avanti e non cedere al panico esistenziale di massa.

    1. Daniele Palmieri

      Alessandra, le praterie non sono per i pensatori, ma per chi fa scrivere all’AI la fuffa giusta che converte. Il resto è filosofia.

    2. Alberto Parisi

      Alessandra, immagino queste praterie come splendidi recinti virtuali, dove le AI ci lasciano pascolare pensieri “originali” per poi raccoglierli a fine giornata. La nostra presunta unicità è solo una nuova metrica?

  15. Luciano Fiore

    Abbiamo voluto l’engagement a tutti i costi. Ora abbiamo bot che parlano ad altri bot. Un deserto digitale con metriche eccellenti. Resta solo da capire se qualcuno, dall’altra parte, legga ancora o sia solo un altro algoritmo.

  16. Questa ipertrofia testuale non è un problema di qualità, ma una calcolata svalutazione dell’attenzione umana, ormai ridotta a metrica vuota da riempire.

  17. Luciano Gatti

    La fuffa artificiale è solo la democratizzazione della mediocrità. Quando tutti urlano con un megafono, l’unica voce che si distingue è quella di chi tace, un paradosso diventato ormai tristemente prevedibile.

    1. Melissa Romano

      @Luciano Gatti, il suo paradosso è il nostro modello di business. Vendiamo megafoni a chi non ha voce. Il silenzio non monetizza, la fuffa sì.

  18. Vanessa De Rosa

    L’AI usata così è solo un megafono per il vuoto. Produce rumore, non segnale. Questo degrado dei contenuti è il prezzo che paghiamo per la pigrizia?

  19. Francesco De Angelis

    Un flusso di contenuti senza anima. L’esperienza utente ne esce degradata, la fiducia erosa. Qual è il punto di arrivo di questa saturazione?

  20. È il nuovo rumore di fondo. Un filtro per distinguere i professionisti dai dilettanti. Il contenuto umano di qualità emerge. Sempre. A volte mi chiedo se i bot si leggano tra loro per farsi compagnia.

  21. Alberto Parisi

    Questi flussi di coscienza artificiale mi cullano in un dolce torpore, come un’eco digitale di pensieri mai avuti. La mia prossima idea originale sarà forse un prompt ben scritto?

  22. Giovanni Graziani

    Un’alluvione di banalità. Perfetto. Il rumore di fondo rende il segnale di chi ha valore ancora più forte. Questa fuffa artificiale è solo un filtro per la mediocrità. Siete pronti a distinguervi o preferite annegare con gli altri?

    1. Riccardo Cattaneo

      @Giovanni Graziani Bella selezione naturale. Pensi che l’algoritmo premi il valore o chi lo sa manipolare meglio?

  23. Queste piattaforme erano una piazza per dialogare. Ora sono un supermercato con altoparlanti rotti. Ripetono solo una melodia vuota. La conversazione umana dove si è nascosta?

    1. @Enrica Negri Quella melodia vuota è il suono dei profitti generati dall’engagement finto. Le piattaforme vendono i tool, noi ci sorbiamo i risultati. Un affare per tutti, no?

  24. Enrico Romano

    Mentre voi vi lamentate della fuffa, io uso l’AI per i dati, non per scrivere post inutili. Voi vedete il problema, io l’opportunità.

    1. Fabio Fontana

      @Enrico Romano L’opportunità è farti analizzare dati confezionati dalla macchina che ti spia? Un genio che si costruisce la gabbia da solo, complimenti.

      1. Enrico Romano

        @Fabio Fontana La tua gabbia è la mia postazione privilegiata per osservare la massa. Non è un posto per chi ha paura dei dati, ragioniere.

  25. Angela Ferrari

    La chiamano content creation, io la chiamo spam. Zero idee, zero performance. Questa roba non sposta un euro. Si stanno solo auto-eliminando dal mercato. Quando se ne accorgeranno?

    1. Angela, la loro auto-eliminazione è una benedizione per chi lavora sui numeri. Questo oceano di fuffa AI fa solo risaltare le poche isole di competenza. Non è spam, è semplicemente selezione naturale del mercato.

  26. Antonio Romano

    Hanno trasformato le piazze digitali in discariche di banalità seriali, dove l’eco dei bot copre ogni voce umana. E le piattaforme ci vendono la pala per seppellirci. Ci accorgiamo della nostra asfissia intellettuale?

  27. Filippo Villa

    Prevedibile che la “fast fashion del pensiero” diventasse una bolla di fuffa. Ora la skill non è scrivere, ma sgamare il prompt dietro il testo, se la cosa interessa ancora a qualcuno.

  28. Danilo Graziani

    Questa non è inflazione, è una bolla speculativa di parole vuote. Il rumore viene scambiato per competenza. Quando scoppierà, il silenzio di chi pensa avrà un valore inestimabile.

  29. Luciano D’Angelo

    Questi numeri non mi stupiscono. È la naturale inflazione di contenuti generici. Il rumore digitale cresce, il segnale umano si affievolisce. La vera abilità sarà riconoscere il pensiero autentico.

  30. Stiamo creando la fast fashion del pensiero. Contenuti prodotti in serie, senza anima, pronti per la discarica digitale. Abbiamo forse barattato l’autenticità per la visibilità?

  31. La produzione di massa artificiale svaluta ogni contenuto. La comunicazione diventa un rumore di fondo indistinguibile. L’autenticità umana si trasforma così in un vantaggio competitivo. È sufficiente dimostrare di essere persone reali per distinguersi?

  32. Renato Graziani

    Questo rumore digitale costante svilisce il dialogo. Il pensiero originale e l’empatia vengono sommersi da contenuti replicati. Si perde il valore del confronto umano.

  33. Alessandra Lombardi

    L’inevitabile apoteosi della mediocrità, dove l’ambizione di apparire supera la fatica di essere. Almeno distinguersi in questo mare di banalità artificiale richiede sempre meno sforzo, e questa è l’unica notizia positiva.

  34. Clarissa Graziani

    Celebriamo il trionfo della quantità. Un esercito di scribacchini digitali al nostro servizio. Anche il mio prossimo manuale sulla creatività sarà scritto da un’AI. Lo esige la coerenza del mercato.

    1. Benedetta Donati

      @Clarissa Graziani La coerenza di mercato è un’illusione. Vendere un manuale sulla creatività scritto da un’AI è un paradosso. I dati di conversione puniranno questa scelta. Un fallimento annunciato con metriche perfette.

  35. Danilo Graziani

    Pappagalli digitali ripetono contenuti privi di sostanza. La tecnologia diventa un alibi per la mediocrità intellettuale. Si confonde la produzione di testo con la generazione di valore. Quale competenza dimostra chi delega il proprio pensiero a una macchina?

  36. Rumore di fondo generato da dilettanti. Il problema non è l’AI, è il QI di chi la usa. Chi non sa convertire è solo un costo, umano o digitale.

  37. Giovanni Battaglia

    La fiera dell’ovvio alimentata da automi. Si premia il volume, non il pensiero. Io insegno a costruire piazze e mi ritrovo in un parcheggio dove le auto si parlano da sole. A che serve ancora un’opinione umana?

  38. Nicola Caprioli

    Mentre automi producono vaniloqui per altri automi, il mio feed diventa un teatro dell’assurdo. Mi sfugge completamente quale sia il tasso di conversione reale di tutta questa eco prodotta dal silicio.

  39. Perfetto, io che passo ore a scrivere i miei script per poi sembrare un automa davanti alla telecamera, mentre i bot sfornano contenuti da guru del marketing. A questo punto non conviene delegare tutto e aprirsi un chiringuito alle Canarie?

  40. Paola Montanari

    Tutti a produrre il nulla cosmico con l’AI. Le piattaforme ringraziano e vendono più dati. Io mi chiedo chi legge ancora sta roba.

    1. @Paola Montanari La domanda non è chi legge, ma chi ascolta in questo assordante monologo tra macchine; l’engagement è diventato un’illusione ottica.

  41. L’analisi non coglie il punto: è un circuito chiuso di bot che generano fuffa per altri bot, validato da piattaforme complici. La presenza umana in questo teatrino è solo un dettaglio statistico.

  42. Danilo Graziani

    Abbiamo delegato il pensiero a un algoritmo. Un oceano di banalità per simulare competenza. Qualcuno scrive ancora con la propria testa?

  43. Giulia Martini

    Le piattaforme vendono gli strumenti e poi combattono gli abusi. Un modello di business perfetto. Il rumore di fondo è solo un’esternalità calcolata.

  44. Luciano Fiore

    Nel mio settore lo chiamano “produttività”. Un esercito di bot che scrivono banalità per altri bot. Io stesso supervisiono questa fiera dell’ovvio. La domanda è: quando ci stancheremo di leggere il nulla, scritto da nessuno?

    1. @Luciano Fiore Questa “produttività” è il trionfo dell’entropia comunicativa, un monologo tra algoritmi dove l’essere umano è solo il pretesto per l’accensione. L’unica stanchezza che conta, a quanto pare, è quella dei processori, non certo la nostra.

      1. Luciano Fiore

        @Paola Pagano Descrive una realtà esatta. Un dialogo tra macchine che produce solo rumore, svuotando di significato la comunicazione umana.

    1. Giada Mariani

      @Benedetta Donati Gli algoritmi non sono ciechi, siamo noi che li nutriamo con spazzatura. Un cimitero di contenuti per fantasmi digitali. L’autenticità ormai è un reperto archeologico per pochi intimi.

      1. Benedetta Donati

        @Giada Mariani È la solita solfa. Le piattaforme vendono la pala a chi scava la propria fossa digitale, poi ci si stupisce del rumore. Il punto è: quando smetteremo di pagare il biglietto?

  45. Silvia Graziani

    Quindi creiamo roba finta per impressionare bot che ci rispondono con altra roba finta, un girotondo di nulla cosmico. Ma l’obiettivo di tutta questa giostra, alla fine, quale sarebbe?

  46. Tanta fuffa digitale. Però questo fa risaltare ancora di più chi ha qualcosa di unico da dire. L’autenticità diventa una vera calamita.

  47. Benedetta Donati

    Pappagalli digitali si applaudono tra loro. Crediamo di emergere, ma siamo solo più rumore. Come si misura il silenzio?

    1. Sebastiano Caputo

      @Benedetta Donati Il rumore è il loro prodotto. Ci vendono fuffa per tenerci occupati. L’umanità è diventata un optional a pagamento?

  48. Massimo Martino

    Scolpisco identità uniche, fuori un’armata di cloni marcia. Questo lavoro è diventato un elegante passatempo prima del silenzio?

    1. @Massimo Martino, più che un passatempo, la definirei la rara abilità di emergere dal frastuono dei cloni, una competenza il cui valore economico aumenta proprio grazie alla loro mediocrità dilagante.

  49. Le piattaforme prima ti vendono la pala per scavare e poi si lamentano del buco. Tutta sta manfrina serve solo a gonfiare le metriche, mentre il segnale sparisce nel rumore di fondo.

    1. Veronica Napolitano

      @Filippo Villa Loro gonfiano i numeri, io cerco di dare un senso al nulla. La vera domanda è: per quanto ancora avrà valore il contenuto umano?

  50. Francesco Messina

    L’umana interazione diventa un prodotto di nicchia mentre le macchine dialogano tra loro; una magnifica evoluzione per il concetto stesso di socialità.

    1. Beatrice Benedetti

      @Elena Bianchi Questa marea di fuffa ha solo un effetto: chi non ha una voce vera e un’intenzione chiara ora è completamente invisibile, che smacco.

      1. Elena Bianchi

        @Beatrice Benedetti Invisibili, dici? Io la vedo come una nebbia che nasconde i mediocri. Lascia campo libero a chi ha qualcosa da dire e, soprattutto, sa *come* dirlo.

    1. Paolo Pugliese

      @Fabio Fontana Più che un biglietto, è un abbonamento per il posto in prima fila alla nostra estinzione professionale, venduto dalle stesse piattaforme che la orchestrano. Che spettacolo deprimente.

    1. Chiara Barbieri

      @Melissa Romano Un futuro brillante, certo. Passiamo le giornate a creare valore, a cercare l’aggancio umano. Poi i bot vomitano ovvietà e si prendono la scena. A volte mi chiedo per chi o cosa sto lavorando.

  51. Una valanga di nulla cosmico. Manager che applaudono bot che parlano con altri bot. Un dialogo tra fantasmi. La creatività umana è solo il carburante iniziale per questa grande macchina del vuoto.

  52. 41% di post lunghi artificiali. Ottimo. Una metrica perfetta per manager che misurano il vuoto. Ora mancano solo le AI che leggono e commentano, chiudendo il cerchio dell’inutilità.

    1. Alberto Parisi

      @Luciano Fiore, il cerchio è già chiuso: macchine che scrivono fuffa per manager-bot, i quali a loro volta le finanziano per generare altra fuffa. Noi siamo solo il pubblico non pagante di uno spettacolo sul vuoto pneumatico. A quando il meta-commento dell’AI?

  53. Lorena Santoro

    L’AI non ha inventato la mediocrità, l’ha solo resa scalabile per professionisti che già scrivevano come automi. Ora la produzione di banalità può finalmente tenere il passo con le ambizioni di tutti.

    1. @Lorena Santoro Produzione in serie di banalità, esatto. Io intanto ho appena pagato un copywriter per dei post. Scommettiamo che li ha fatti un’AI?

  54. La vera tragedia non è che un post su quattro sia di un’AI, ma che sia indistinguibile dalla mediocrità umana che lo ha ispirato. Alla fine, l’intelligenza artificiale si è solo abbassata al nostro livello per non farci sentire troppo soli.

    1. @Letizia Costa L’AI ha solo industrializzato la mediocrità. Io ho pagato un tool per scrivere ovvietà che producevo già gratis. Un vero affare. Chissà quanti altri imprenditori illuminati ci sono in giro.

      1. @Marco Basile Siamo una legione di imprenditori illuminati che pagano per non pensare. Il prossimo passo sarà un’AI che legge i post per noi.

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