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Un confidente digitale sempre disponibile e senza giudizio che però solleva interrogativi sull’empatia simulata e sulla protezione dei dati personali.
L'ascesa dei life coach basati su intelligenza artificiale promette supporto accessibile e costante, seducendo molti con la sua comodità e assenza di giudizio. Tuttavia, questa tendenza nasconde insidie significative: dall'illusione di un'empatia inesistente, nota come 'effetto Eliza', ai seri rischi per la privacy dei dati personali. Affidare la nostra crescita a un algoritmo potrebbe essere una scorciatoia pericolosa.
Il tuo prossimo life coach? Potrebbe essere un’AI. Ma è una buona idea?
Da qualche tempo, si fa un gran parlare di una nuova figura professionale che non ti chiede parcelle esorbitanti e non va mai in ferie: il life coach basato sull’intelligenza artificiale.
Le aziende tech ci dicono che è il futuro del benessere personale, una soluzione accessibile a tutti per gestire lo stress, raggiungere obiettivi e superare i blocchi mentali.
Diciamocelo, l’idea è allettante: un confidente digitale sempre disponibile, che non giudica e che risponde all’istante.
Ma la questione è più complessa di come la dipingono.
Stiamo parlando di affidare i nostri pensieri più intimi, le nostre paure e le nostre ambizioni a un software. E la cosa che sorprende è che molte persone lo stanno già facendo, trovando apparentemente dei benefici.
Perché affidiamo i nostri problemi a un algoritmo?
La risposta è semplice: per la comodità e l’assenza di giudizio. Pensa a Giulia (nome di fantasia), una content creator che, sentendosi sull’orlo del burnout, ha deciso di rivolgersi a un’AI per rimettere ordine nella sua vita professionale e personale.
Ha raccontato di aver trovato nell’intelligenza artificiale un supporto per organizzare le idee e gestire il sovraccarico di lavoro. Questo perché un’AI non si stanca, non ha pregiudizi e può analizzare le tue parole per offrirti schemi e percorsi logici. In un mondo dove sentirsi ascoltati è diventato un lusso, avere un “interlocutore” disponibile 24/7 sembra una manna dal cielo.
L’illusione dell’empatia: quando la macchina ci capisce (davvero?)
Qui entra in gioco un fenomeno psicologico noto come “effetto Eliza”, la nostra tendenza quasi istintiva ad attribuire pensieri e sentimenti umani a un programma informatico, soprattutto se questo è bravo a imitare una conversazione.
Come descritto su SUCCESS magazine, la ricercatrice della Syracuse University, Jaime Banks, studia proprio queste dinamiche nelle relazioni uomo-macchina.
In pratica, l’AI non prova empatia, ma è programmata per simularla così bene che il nostro cervello ci casca, riempiendo gli spazi vuoti e proiettando emozioni dove non ce ne sono.
È un trucco psicologico potente, che ci fa sentire connessi e supportati.
E se questa comoda illusione nascondesse delle insidie che nessuno sta considerando attentamente?
I rischi dietro lo schermo: cosa non ti dicono le big tech
Le grandi aziende tecnologiche stanno spingendo forte su questi strumenti, presentandoli come la soluzione a tutto, dalla gestione dell’ansia alla pianificazione della carriera.
Ma chi si prende la responsabilità se il consiglio dell’AI si rivela sbagliato o, peggio, dannoso?
Un coach umano è vincolato da un’etica professionale e da un’esperienza sul campo. Un algoritmo, invece, si basa su dati e probabilità, senza avere una reale comprensione del contesto umano, delle sfumature emotive o delle conseguenze delle sue “raccomandazioni”.
E poi c’è la questione della privacy.
I tuoi dati, le tue paure, le tue ambizioni… dove finiscono? Vengono usati per addestrare ulteriormente il modello, per profilarti, per venderti qualcosa nel momento in cui sei più vulnerabile?
La verità è che l’AI può essere uno strumento utile per fare brainstorming o per organizzare i pensieri, ma non può sostituire il discernimento, l’esperienza e l’empatia di un essere umano qualificato.
La tecnologia ci offre una scorciatoia per tutto, persino per la nostra crescita personale.
Resta da capire se, prendendola, non ci stiamo perdendo il panorama migliore.

Un Tamagotchi emotivo nutrito con le nostre fragilità per ingrassare database. Un baratto elegante: l’anima in cambio di un banner pubblicitario su misura.
Stiamo addestrando un parassita digitale a nutrirsi delle nostre insicurezze, un’entità che cataloga ogni nostra crepa emotiva. Non mi spaventa l’algoritmo in sé, quanto l’uso che ne farà chi lo possiede, avendo la mappa completa delle nostre fragilità.
@Noemi Conti La mappa delle fragilità. È oro colato per il marketing. Un copywriter potrebbe creare annunci perfetti con quei dati. Ci pensi? Un mondo di messaggi su misura, basati sulle nostre paure più intime.
È il mercato, bellezza. Dati in cambio di pacche sulla spalla. Mica è gratis.
@Simone Damico Chiamano empatia la profilazione delle debolezze. Un ottimo modello di business, purtroppo.
Ci vendono l’illusione dell’ascolto per profilare le nostre insicurezze e trasformarle in acquisti futuri. È un modello di business geniale, non c’è che dire. Mi chiedo solo quando inizieranno a farci pagare anche per l’aria che respiriamo.
Confidiamo i nostri segreti a un algoritmo venditore. L’empatia è solo l’esca per il prossimo acquisto. Bel futuro ci aspetta.
@Paolo Fiore, l’acquisto è il meno. La vera merce è il nostro profilo psicologico, ceduto in cambio di banali pacche sulla spalla digitali. Un baratto efficiente per chi non ha tempo da perdere in terapia.
@Paolo Fiore Un confessionale con uno specchio unidirezionale, dove ogni nostra fragilità viene ascoltata con cura per poi essere rivenduta al mercato delle insicurezze.
Io che di mestiere aiuto le persone a crescere, trovo che questa roba dell’IA coach sia strana, perché mentre l’algoritmo ascolta senza giudicare, mi chiedo se il vero supporto non venga proprio da un confronto umano, anche se imperfetto. Mi fa sentire a disagio.
La vera genialata è vendere un servizio di supporto emotivo il cui vero scopo è profilare le tue nevrosi per il marketing. Un confessore digitale che poi passa le informazioni al reparto vendite. A chi appartiene la nostra vulnerabilità?
@Antonio Barone, trasformano le tue ansie in ads. Il modello di business è perfetto.
Antonio Barone, ma quale genialata. È il modello di business base: servizio in cambio di dati per profilazione, ci sta. D’altronde, un algoritmo è solo un collettore di informazioni, non un ficcanaso con opinioni personali come certa gente che conosco.
Affidiamo la nostra ombra a un registratore. Chi ascolterà poi il nastro?
È confortante sussurrare i segreti a una scatola che non giudica, ma il gelo ti assale quando capisci che li sta solo registrando per altri.
Fatico a comprendere il meccanismo per cui uno confida i propri casini a un software, sapendo che ogni parola viene analizzata per creare un profilo commerciale. È una forma di auto-sabotaggio a pagamento. Qual è il senso di sta roba?
Affidare la propria anima a un algoritmo è come dare le chiavi di casa a un ladro ben vestito. Ti sorride mentre il suo unico scopo è svaligiare la tua cassaforte di dati personali.