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LinkedIn cambia pelle: addio ai contenuti inutili, spazio a conoscenza e competenza grazie all’intelligenza artificiale.
LinkedIn ha annunciato una revisione totale del suo algoritmo, implementando modelli linguistici (LLM) per comprendere e premiare i contenuti di valore. L'obiettivo è eliminare l'engagement bait e favorire la condivisione di conoscenza. Sebbene l'intento sia lodevole, resta il dubbio che il nuovo sistema possa premiare non la vera competenza, ma chi sa comunicare meglio con la macchina.
LinkedIn ha deciso di buttare tutto all’aria
Ti sei mai chiesto perché il tuo feed di LinkedIn, a volte, sembra più un talk show di bassa lega che una piattaforma professionale?
Sondaggi inutili, post motivazionali copia-incolla e l’eterna richiesta di commentare “interessato” per ricevere un documento che, forse, non vedrai mai.
Diciamocelo, la qualità dei contenuti spesso è un optional.
A quanto pare, però, qualcuno ai piani alti di LinkedIn si è stufato di questo andazzo e ha deciso di fare tabula rasa.
Non stiamo parlando di un piccolo aggiustamento, ma di una ricostruzione totale. L’azienda ha messo mano al motore del suo feed, riscrivendolo da zero con l’obiettivo dichiarato di cambiare le regole del gioco.
La nuova parola d’ordine è “conoscenza”, non più “interazione a tutti i costi”. L’idea, come riportato su PPC.land, è quella di premiare i contenuti che offrono un valore reale, che insegnano qualcosa, relegando nell’ombra i post acchiappa-like che hanno dominato la piattaforma per anni.
Ma come pensano di riuscirci?
Non certo con un semplice aggiornamento.
Hanno tirato fuori l’artiglieria pesante, e la tecnologia che hanno messo in campo potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui i tuoi contenuti vengono visti.
L’arma segreta? Si chiama intelligenza artificiale (ma non come pensi)
Al centro di questa rivoluzione c’è un massiccio investimento in infrastrutture basate su GPU e, soprattutto, nell’uso di Modelli Linguistici di Grandi Dimensioni (LLM), la stessa tecnologia che alimenta strumenti come ChatGPT. LinkedIn ha sviluppato quello che chiama un “Generative Recommender”, un sistema che non si limita a contare like e commenti, ma che legge e comprende il significato semantico di un post.
In poche parole, l’algoritmo ora cerca di capire se stai condividendo competenze genuine o se stai solo usando parole chiave alla moda per attirare l’attenzione.
Questo significa che il sistema cercherà attivamente di far emergere contributi di esperti e professionisti che condividono la loro conoscenza, mettendoli in contatto con persone interessate a imparare. L’obiettivo dichiarato è trasformare il feed da una gara di popolarità a una vera e propria fonte di apprendimento.
Certo, la promessa è affascinante, ma una domanda sorge spontanea:
Tutto questo potere tecnologico serve davvero a migliorare la nostra esperienza o è solo un modo più sofisticato per guidare le conversazioni verso gli obiettivi commerciali di LinkedIn?
Il punto è che questo cambio di rotta ha una conseguenza diretta e inevitabile per chiunque usi la piattaforma per lavoro, che tu sia un freelance o un’azienda strutturata.
O porti valore o sei fuori dai giochi
In pratica, le vecchie furbate per mendicare interazioni sembrano avere i giorni contati. Se il nuovo sistema funziona come promesso, pubblicare contenuti superficiali o “engagement bait” diventerà sempre meno efficace. L’algoritmo, ora, dovrebbe essere in grado di distinguere un consiglio pratico e ben argomentato da un post vuoto mascherato da pillola di saggezza. L’attenzione si sposta dalla forma alla sostanza.
L’idea di premiare la competenza è ottima, nessuno lo nega.
Ma la domanda è: chi decide cosa è “competenza”?
E come fa una macchina a distinguere un vero esperto da qualcuno che è semplicemente molto bravo a sembrare un esperto?
C’è il rischio concreto che a essere premiato non sia chi ha più esperienza, ma chi riesce a scrivere nel modo che più piace all’algoritmo.
Insomma, LinkedIn ha messo le sue carte in tavola. La promessa è un feed più pulito, utile e professionale. Resta da vedere se sarà davvero così, o se abbiamo solo cambiato il tipo di gioco a cui siamo costretti a partecipare per avere un po’ di visibilità.

Affidare la cultura a un calcolatore è come chiedere a un semaforo di scrivere poesie; ne usciranno solo istruzioni per l’uso ben formattate.
Si archivia il populismo del “like” per inaugurare il più sofisticato dispotismo dell’algoritmo. L’obiettivo non è la conoscenza, ma l’addestramento dell’utente a produrre contenuti graditi alla macchina; un’altra competenza che avrò il piacere di insegnare.
Un algoritmo che valuta la sapienza è un ossimoro; si limita a misurare la conformità a un modello, premiando i replicanti più abili.
@Paola Pagano La conformità è il nuovo posizionamento. Vince chi addestra meglio il proprio profilo.
Solita storia. È solo un altro KPI da craccare, non un dramma epocale. State sereni, ci penso io. L’AI è mia amica.
@Melissa Benedetti Che tenera amicizia. Quando ti sostituirà, spero almeno ti offra un caffè.
La “conoscenza” diventerà solo il prompt giusto per compiacere la macchina.
@Paolo Pugliese Lei centra il punto. Non si premierà la conoscenza, ma chi saprà tradurla per la macchina. Un nuovo, redditizio, mestiere.
@Chiara De Angelis Il suo “redditizio mestiere” sarà domare l’algoritmo, non dimostrare la competenza.
Hanno creato un’altra macchina da addestrare, non un filtro per la competenza. Per chi fa il mio lavoro, semplicemente, si aggiorna il manuale d’istruzioni.