LinkedIn ti spia? La piattaforma scansiona segretamente le tue estensioni del browser

Anita Innocenti

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Mentre espandi la tua rete professionale, la piattaforma scansiona il tuo browser alla ricerca di estensioni, sollevando dubbi sulla privacy e accuse di concorrenza sleale

LinkedIn è al centro di una bufera legale per la scansione segreta di migliaia di estensioni browser e dati dei dispositivi. Mentre l'azienda di Microsoft parla di una misura di sicurezza per proteggere gli account, un'inchiesta e due cause legali la accusano di spionaggio industriale ai danni di concorrenti, mascherato da tutela della privacy degli utenti.

Cosa sta succedendo davvero nel tuo browser?

Andiamo dritti al punto.

Attraverso un pezzo di codice JavaScript che si carica di nascosto durante la tua visita, LinkedIn va a caccia di informazioni. E che caccia. La piattaforma controlla la presenza di oltre 6.000 estensioni del browser, un numero cresciuto a dismisura rispetto ai 2.000 rilevati solo l’anno precedente.

Ma non si ferma qui. Come se non bastasse, il codice raccoglie anche una serie di dati sul tuo dispositivo: dal numero di core della CPU alla memoria disponibile, passando per la risoluzione dello schermo e persino lo stato della batteria, come scrive Ars Technica. Un vero e proprio identikit digitale del tuo strumento di lavoro.

Ma la domanda vera è un’altra: a che scopo?

Difesa della privacy o spionaggio industriale?

La versione ufficiale di LinkedIn è che tutto questo serve a proteggerti. Una sorta di scudo contro chi vuole rubare dati o violare i termini di servizio della piattaforma.

Peccato che il report “BrowserGate”, pubblicato dall’associazione di utenti Fairlinked, dipinga un quadro completamente diverso.

Secondo l’indagine, LinkedIn non starebbe solo cercando estensioni malevole, ma mapperebbe attivamente oltre 200 prodotti che sono suoi diretti concorrenti, come Apollo, Lusha e ZoomInfo.

In pratica, secondo l’accusa, la piattaforma userebbe le informazioni raccolte dai tuoi dispositivi per capire quali aziende usano strumenti rivali, ottenendo di fatto le liste clienti della concorrenza.

La faccenda è talmente seria che sono già partite due cause legali collettive in California, dove si accusa LinkedIn di aver usato la scusa della sicurezza per mascherare una sorveglianza illecita.

Da una parte un gigante tecnologico che parla di sicurezza, dall’altra accuse pesantissime di concorrenza sleale.

E in mezzo ci sei tu, con il tuo browser che forse nasconde segreti che non pensavi di rivelare.

La difesa di LinkedIn e le implicazioni per te

Ovviamente, LinkedIn non è rimasta a guardare. L’azienda si difende affermando che le sue pratiche sono legittime e punta il dito contro l’autore del report, un sviluppatore di un’estensione la cui utenza è stata sospesa proprio per violazione delle regole della piattaforma. LinkedIn ha anche ottenuto una vittoria in un tribunale tedesco contro lo stesso sviluppatore.

Questo, però, cancella forse la realtà tecnica dei fatti?

La scansione avviene, e questo è un dato confermato. Il vero nodo della questione è l’intento con cui questi dati vengono usati, un punto che rimane ancora tutto da dimostrare in tribunale.

Il problema, però, ti tocca da vicino. In un contesto aziendale dove quasi tutti i dipendenti usano estensioni per il browser, molte delle quali hanno accesso a dati sensibili, questa pratica solleva un dubbio enorme sulla fiducia.

La vera questione è se ci fidiamo del custode a cui abbiamo affidato le chiavi di casa, soprattutto quando lo vediamo sbirciare con insistenza dalla serratura.

Una cosa è certa: la prossima volta che accetterai i cookie su LinkedIn, forse ti chiederai cosa stai accettando davvero.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

17 commenti su “LinkedIn ti spia? La piattaforma scansiona segretamente le tue estensioni del browser”

  1. Gabriele Caruso

    La chiamano “misura di sicurezza”. Un eufemismo che farebbe arrossire un politico. Noi utenti siamo il prodotto, ma ci ostiniamo a sentirci clienti. Che adorabile, tragica illusione.

    1. Andrea Cattaneo

      Altro che illusione, è un palese baratto della nostra umanità in cambio di un servizio mediocre. Quand’è che ci siamo svenduti così?

  2. Alessandro Parisi

    Ma quale spionaggio, questa è la solita fuffa per spaventarci. Io che uso mille estensioni dovrei già essere sotto inchiesta? Poi ci lamentiamo se le piattaforme non funzionano bene, che ipocrisia la nostra.

    1. Lorena Santoro

      Sara Benedetti, definire la privacy un “danno collaterale” presuppone che fosse un valore da proteggere in partenza. Mi sembra piuttosto la risorsa ceduta in cambio del servizio: un baratto abilmente mascherato da protezione per neutralizzare gli avversari del caso.

    1. Angela, questo conflitto è il cuore del problema: ci vendono la sicurezza come un’armatura protettiva, quando in realtà è solo una gabbia trasparente per studiare le nostre abitudini. Il punto non è ammirare il predatore, ma capire quando smetteremo di fare le prede.

  3. Pensavo di essere l’unico ossessionato dagli analytics della concorrenza, invece scopro che LinkedIn mi batte alla grande. Devo proprio rivedere le mie priorità.

  4. Luciano Fiore

    La chiamano tutela della privacy. Io la chiamo analisi della concorrenza, il mio lavoro. La vera sorpresa è che qualcuno si stupisca ancora. Siamo solo dati in un loro foglio Excel. Quando lo capiremo?

  5. Sicurezza? No, spionaggio commerciale per mappare la concorrenza. E io che pago il Premium per farmi scannerizzare meglio. Grande investimento il mio.

    1. Andrea Ruggiero

      @Marco Basile Paghi il canone per avere la telecamera migliore puntata addosso. Poi ti lamenti della regia? Mi sfugge il senso di questa indignazione di massa, è un mistero per me.

  6. Angela Ferrari

    Altro che privacy, questa è market intelligence. Mappano i tool competitor. La domanda è quanto vale per loro la nostra intera stack tecnologica.

    1. Alessandro Lombardi

      @Giovanni Battaglia Un’ispezione, esatto. La cosa che non capisco è se si aspettavano un applauso per questo loro zelo nel “proteggerci” da noi stessi.

  7. La presunzione che esista uno spazio privato online è il peccato originale dell’utente medio; ogni click è una transazione, non una conversazione.

    1. @Luciano Gatti La sua analisi è corretta. Ogni dato è una merce. La domanda è come trasformare questa esposizione in un profitto.

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