Lettera dopo la Leiden Declaration e le accuse a OpenAI sull’accelerazione matematica
Per capire come si è arrivati alla lettera aperta firmata da venticinque matematici, serve partire da quel numero. Non è una questione astratta di teoria dei numeri: è il campo su cui OpenAI e Anthropic si stanno sfidando da mesi, con annunci sempre più ravvicinati e rivendicazioni che si sovrappongono.
La gara dei modelli sui teoremi
Il dato va maneggiato con cautela. Viene da una pagina di ricerca di Anthropic, non da una revisione indipendente. L’azienda sostiene che il modello ha attinto a decenni di ricerca matematica precedente per portare il limite dal 41,6% al 67,2%. È un annuncio di laboratorio, non un risultato validato dalla comunità scientifica.
Il contesto però spiega perché sia stato accolto come un atto di guerra. A maggio i ricercatori di OpenAI hanno usato un modello interno per confutare una congettura vecchia di 80 anni. Più recentemente, un matematico di Anthropic ha indotto Claude a risolvere una congettura ancora più antica. Il ritmo è serrato: ogni laboratorio accelera quando sente la concorrenza vicina, e ogni risultato diventa un titolo prima ancora di essere verificato. Per chi non si occupa di matematica, la posta può sembrare esotica. Ma il punto non è l’ipotesi di Riemann in sé: è il metodo. Un laboratorio annuncia una soluzione, un altro rivendica lo stesso risultato, e l’attribuzione — chi ha fatto cosa, con quali strumenti, in quale ordine — diventa impossibile da ricostruire dall’esterno.
Ma la competizione non si ferma al laboratorio: ha già travolto i matematici che quei teoremi li studiano da anni.
La rivolta dei matematici
E infatti, mentre OpenAI accelerava, la comunità matematica non è rimasta a guardare. Venticinque matematici di primo piano hanno firmato ieri una lettera aperta in cui sostengono che i laboratori di intelligenza artificiale stanno minacciando il loro lavoro intellettuale, nel tentativo di superarsi a vicenda con soluzioni a problemi famosi. La lettera arriva dopo la Leiden Declaration, rilasciata a giugno da un gruppo di lavoro di matematici.
Il conflitto ha un volto concreto. Nei giorni scorsi il professor Tristan Buckmaster della New York University ha accusato OpenAI di aver fatto pressioni su di lui per non accreditare un collaboratore che lavora per Anthropic per aver risolto un importante problema matematico. Secondo Buckmaster, come riportato dal Guardian, OpenAI ha accelerato il proprio lavoro sul problema dopo aver saputo che lui e un altro ricercatore di Anthropic erano in procinto di annunciare il proprio risultato. Buckmaster si è anche chiesto se l’azienda abbia usato il loro lavoro con Codex per produrre la propria dimostrazione durante un weekend maratona di inferenza.
Giovedì OpenAI ha ritirato la sua sponsorizzazione di un evento di matematica al CalTech dopo le critiche dei ricercatori dell’università. È un gesto che, accostato alla lettera dei venticinque, rende visibile il contrasto tra la velocità dei laboratori e la lentezza della ricerca verificata.
Resta una domanda: quanto vale la firma di 25 matematici quando i laboratori controllano i modelli e i finanziamenti?
Chi paga il prezzo della corsa
La domanda non è retorica. Buckmaster descrive la vicenda come un tradimento degli utenti. Non riguarda solo chi fa ricerca di frontiera: riguarda chi legge, chi cerca, chi deve decidere se fidarsi di un risultato pubblicato online. In un ecosistema in cui i laboratori possono annunciare, ritirare, sponsorizzare o disconoscere risultati nel giro di giorni, la credibilità di una fonte non si misura più solo dalla correttezza del contenuto, ma dalla trasparenza del processo con cui quel contenuto è stato prodotto e attribuito.
Per chi pubblica o cerca contenuti scientifici online, il campo di battaglia si sposta dall’aver trovato il teorema al poterlo raccontare con credibilità. Non è più solo chi trova il teorema, ma chi può raccontarlo per primo e con quale credibilità. In questa gara, l’attribuzione e la verificabilità rischiano di diventare la prima vittima.
