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OpenAI ha bloccato un sito senza dirlo a nessuno

Scritto da
Anita Innocenti
Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.
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Il preflight Aura scatta prima del consenso locale e blocca un dominio autorizzato.

OpenAI avrebbe bloccato un sito senza avvisare, tramite un controllo interno chiamato Aura che precede il consenso dell'utente e resta salvato per 24 ore. Il caso, riportato da Search Engine Journal, conta perché il robots.txt non basta più a garantire la presenza nelle risposte di ChatGPT. Restano ignoti i criteri della lista e manca un canale di ricorso.

Il sito funzionava e non bloccava nessuno. Eppure, da maggio 2026, ChatGPT non riusciva più a caricarne le pagine. Restituiva errori generici e, cosa ancora più strana, nei log del server non compariva nemmeno un tentativo di connessione. La vicenda riguarda un editore internazionale ed è stata ricostruita in un articolo di Search Engine Journal uscito giovedì 29 ottobre. Dietro c’è un meccanismo interno di OpenAI chiamato Aura: una lista di blocco che può tagliare fuori un dominio anche quando il proprietario ha concesso tutti i permessi.

Il sito che ChatGPT non provava nemmeno a raggiungere

Partiamo dal sintomo. Quando un servizio non riesce a leggere una pagina, di solito la colpa è del sito: un server lento, una regola troppo severa, un firewall che respinge le richieste. In questo caso no. I log del server, cioè il registro dettagliato di chi bussa alla porta del sito, dicevano una cosa precisa: da ChatGPT non arrivava nessun traffico. Il blocco avveniva più a monte, prima ancora che la richiesta partisse.

Poi ci sono i numeri. Negli ultimi 30 giorni i crawler di addestramento di OpenAI, cioè i programmi automatici che scansionano il web per raccogliere contenuti, hanno ottenuto circa 5.000 connessioni riuscite. Nello stesso periodo Google ne ha registrate 477.000 e Anthropic 564.000. Per un sito di quelle dimensioni, 5.000 è quasi niente: circa cento volte meno dei concorrenti. E mentre l’accesso dei crawler era già minimo, la navigazione di ChatGPT per conto degli utenti era bloccata del tutto. Se il sito era raggiungibile e non chiudeva le porte a nessuno, chi aveva deciso di lasciarlo fuori?

Aura, il controllo che arriva prima del permesso

Non l’ha deciso il sito. L’ha deciso una lista centrale, consultata prima di qualsiasi altra verifica. Il dettaglio tecnico emerge da una segnalazione pubblicata su GitHub nel repository di Codex, lo strumento di OpenAI. Lì si legge che il file browser-client.mjs, incluso nel pacchetto, esegue un controllo preliminare chiamato aura/site_status prima di verificare il consenso che l’utente ha dato al singolo sito. Tradotto: prima ancora di chiedersi se tu hai autorizzato l’accesso, il sistema domanda a OpenAI se quel dominio è sulla lista. Se la risposta è no, la partita finisce lì.

E il verdetto non si limita a quella richiesta. Quando un sito viene segnalato come bloccato, la decisione resta salvata in locale per 24 ore. Nessun avviso, nessuna spiegazione, nessun modo chiaro per contestarla. Chi ha aperto la segnalazione su GitHub lo descrive così: un dominio legittimo ed esplicitamente consentito viene bloccato «senza prompt recuperabile, senza spiegazione e senza percorso di ricorso». E aggiunge che un blocco centrale non dovrebbe scavalcare in silenzio un’autorizzazione esplicita per un’attività di sola lettura, cioè una semplice consultazione della pagina.

Qui sta il punto che fa riflettere. Nella documentazione ufficiale sui bot di OpenAI l’azienda spiega che i tag OAI-SearchBot e GPTBot nel robots.txt, il file con cui un sito dice ai robot cosa possono fare, servono proprio a permettere ai webmaster di gestire il rapporto tra i propri contenuti e l’intelligenza artificiale. Ogni impostazione, scrive OpenAI, è indipendente dalle altre: puoi consentire OAI-SearchBot per comparire nei risultati di ricerca e vietare GPTBot per evitare che i tuoi testi vengano usati per addestrare i modelli. Un sistema di controlli presentato come trasparente e in mano al proprietario del sito. Peccato che, a monte di tutto questo, esista un elenco interno che può annullare quelle scelte senza dirlo a nessuno.

Bisogna distinguere il fatto dall’annuncio. Il fatto verificato è che un preflight chiamato Aura esiste, viene eseguito prima del consenso locale e può bloccare un dominio autorizzato. Quello che non sappiamo è con quali criteri un sito finisce nella lista, chi la aggiorna e quanti domini contiene. E la domanda resta: chi ci guadagna da un filtro che nessuno può vedere né contestare?

Dove scrivere quando il robot sbaglia

Torniamo per un attimo a quelle 564.000 connessioni di Anthropic. Non sono solo un numero più alto: dietro c’è anche un approccio diverso alle regole. Anthropic spiega pubblicamente quali robot utilizza: sono tre, e per ciascuno indica come il proprietario del sito può impostare le preferenze nel robots.txt, autorizzando quelli che vuole e limitando gli altri. Soprattutto, mette a disposizione un indirizzo email per segnalare i robot che non si comportano come dovrebbero.

Sembra un dettaglio, ma è esattamente quello che manca nel caso di OpenAI. Se qualcosa va storto, con Anthropic sai a chi scrivere. Con Aura no. Resta da capire se OpenAI introdurrà un canale di ricorso, e se i log di ChatGPT diventeranno un indicatore da tenere d’occhio con la stessa regolarità con cui si guardano le statistiche di Google.

Per chi vende o pubblica online il messaggio è netto: essere presenti nelle risposte di ChatGPT non dipende più soltanto dalle proprie impostazioni. Il robots.txt può essere configurato alla perfezione e non bastare. L’editore di questa storia se n’è accorto confrontando i propri log con il traffico degli altri crawler, ed è il confronto che ha reso evidente l’anomalia. Finché OpenAI non offrirà un modo per contestare il blocco, un sito può sparire dalle risposte dell’intelligenza artificiale senza saperlo. E senza nessuno a cui chiedere spiegazioni.

L'autore

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

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