OpenAI ancora nei guai: il tribunale blocca l’uso del nome ‘Cameo’ per Sora

Anita Innocenti

Le regole del digitale stanno cambiando.

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La società di intelligenza artificiale è accusata di aver violato il marchio registrato della piattaforma di video personalizzati, innescando una battaglia legale che solleva interrogativi sull’uso dei nomi e sulla tutela del brand nell’era dell’IA.

L'arroganza di OpenAI costa cara. Scegliere 'Cameo' per una funzione di Sora, ignorando l'omonima piattaforma, ha scatenato una prevedibile causa legale. La vittoria in tribunale di Cameo non è solo una sconfitta per l'azienda di AI, ma un monito: le regole sui marchi valgono per tutti, anche per i giganti tecnologici che sembrano collezionare scivoloni.

Il pomo della discordia: un nome non proprio originale

Partiamo dai fatti. A settembre 2025, OpenAI lancia una funzione su Sora che permette agli utenti di scannerizzare il proprio volto e inserirlo in video creati artificialmente. Un’idea interessante, non c’è che dire.

Il nome scelto per questa magia digitale? “Cameo”.

Peccato che esista già un’azienda, Cameo appunto, che su quel nome ha costruito un business solido, mettendo in contatto persone comuni con personaggi del calibro di Snoop Dogg e Tony Hawk per messaggi video personalizzati.

Come descritto dal Los Angeles Times, la piattaforma Cameo ha generato oltre 100 milioni di visualizzazioni nell’ultimo anno, costruendo una riconoscibilità di marca non indifferente. La sovrapposizione è stata immediata e la confusione tra gli utenti inevitabile, tanto da spingere Cameo a portare OpenAI in tribunale per violazione del marchio e concorrenza sleale.

La domanda sorge spontanea: con tutte le risorse che ha, OpenAI non poteva fare un semplice controllo sul marchio? O forse la scelta è stata tutt’altro che casuale, un tentativo di sfruttare un nome già noto per spingere un nuovo prodotto?

La decisione del tribunale: un cartellino giallo per OpenAI

La corte federale della California del Nord non ha avuto molti dubbi. Il giudice Eumi K. Lee ha emesso un’ingiunzione preliminare che blocca OpenAI dall’usare il nome “Cameo”, dando di fatto ragione alla piattaforma originale.

La difesa di OpenAI, che sosteneva come “cameo” fosse un termine puramente descrittivo, non ha convinto il tribunale. Secondo il giudice, OpenAI stava usando quel nome come un vero e proprio marchio per identificare un servizio, non per descriverlo.

E dato che entrambi i servizi, seppur con tecnologie diverse, si basano sulla creazione di video personalizzati, il rischio di confondere il pubblico era più che concreto.

La sentenza sottolinea un aspetto ancora più grave: la scelta di OpenAI sembra essere stata intenzionale, fatta con la piena consapevolezza dei diritti di marchio di Cameo, causando un danno potenzialmente irreparabile alla sua reputazione.

La risposta di OpenAI, prevedibilmente, non si è fatta attendere, con un portavoce che ha dichiarato di non essere d’accordo.

Eppure, questa difesa inizia a scricchiolare di fronte a una serie di scivoloni legali che si stanno accumulando in modo preoccupante.

Non un caso isolato, ma un vizio di forma?

Questa vicenda non è un fulmine isolato. Anzi, si inserisce in un quadro molto più ampio di sfide legali che OpenAI sta affrontando. Poco prima, l’azienda aveva dovuto abbandonare il marchio “IO” per i suoi prodotti hardware. A novembre 2025, è stata citata in giudizio dalla libreria digitale OverDrive per aver chiamato il suo strumento video “Sora”. A tutto questo si aggiungono le innumerevoli cause legali da parte di artisti, creativi e gruppi editoriali per violazione del copyright sui dati usati per addestrare i suoi modelli di intelligenza artificiale.

Viene da chiedersi se si tratti di semplice negligenza o di una strategia deliberata per spingersi ai limiti della legalità, confidando nella propria potenza economica per gestire le conseguenze.

Questa sentenza, però, segna un punto importante: la battaglia legale sull’IA si sta spostando. Non si parla più solo di come vengono addestrati i modelli (copyright), ma anche di come i prodotti finali vengono presentati e venduti sul mercato (trademark).

Per Cameo, e per tutte le aziende che hanno investito anni a costruire il proprio brand, questa è una vittoria fondamentale che riafferma un principio semplice: le regole valgono per tutti, anche per i giganti della tecnologia.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

18 commenti su “OpenAI ancora nei guai: il tribunale blocca l’uso del nome ‘Cameo’ per Sora”

  1. Riccardo Cattaneo

    Presunzione o calcolata distrazione di massa? Intanto nessuno parla più dei loro problemi etici, ma di una banale causa legale per un nome.

    1. Alessandro Parisi

      @Riccardo Cattaneo Altro che marketing, questa è la presunzione di chi si sente intoccabile e crede che le regole siano per gli altri. A questo punto mi chiedo a cosa serva il mio lavoro.

  2. Beatrice Benedetti

    Sviluppano AI pazzesche ma inciampano su una verifica di marchio che manco un neofita su Amazon farebbe. Bisogna darsi una svegliata, mi pare.

  3. Chiara De Angelis

    Miliardi investiti per creare il futuro, ma incapaci di fare una banale ricerca marchi. Questo non è un passo falso, è dilettantismo. La presunzione, evidentemente, costa molto più della consulenza. Mi chiedo quale sarà la prossima, prevedibile, ingenuità.

  4. Gabriele Caruso

    Spiego queste cose ai miei studenti per vivere. Vedere questi colossi inciampare così goffamente mi fa dubitare di tutto. È quasi poetico, in fondo.

    1. @Gabriele Caruso La tua poesia è la loro prosa di arroganza; insegniamo le regole di un gioco che i giocatori più grandi ignorano deliberatamente.

  5. La solita arroganza che precede la caduta. Miliardi spesi in sviluppo, zero in una banale ricerca di marchio. Un promemoria per tutti i nostri clienti.

  6. Mentre i colossi inciampano in goffe battaglie onomastiche, la tecnologia attende paziente di essere battezzata con nomi più degni. Mi domando se un giorno i nostri doppelgänger digitali avranno diritto a un nome proprio, invece di uno preso in prestito.

  7. Giuseppina Negri

    Si dibatte su un nome mentre la tecnologia ridefinisce il concetto di identità. Una distrazione legale perfetta per nascondere il vero spettacolo che ci attende.

  8. Prima ti rubano il nome di un’azienda, poi scansionano la tua faccia per inserirla nei loro deliri digitali. Quale sarà il prossimo passo, espropriarci l’anima con una nuova clausola dei termini di servizio?

  9. Fretta? No, è solo Darwin applicato al loro ufficio legale. I lenti si estinguono e vengono sostituiti da un prompt più performante.

    1. @Antonio Barone Un prompt performante che dimentica il diritto commerciale è un paradosso esilarante. Fa quasi tenerezza, se non gestissero il nostro futuro digitale.

      1. @Melissa Negri Tenerezza? Macché. È la presunzione di chi crede che la potenza di calcolo sostituisca il buonsenso. Siamo di fronte a un’intelligenza artificiale gestita da dilettanti allo sbaraglio, che inciampano su una banale ricerca di marchi registrati. Roba da matti.

  10. Francesco De Angelis

    Più che dilettantismo, è un sintomo. L’urgenza di lanciare prodotti supera la cura per i dettagli legali e di brand. La velocità a tutti i costi ha sempre delle conseguenze.

  11. Arroganza? No, dilettantismo puro. Una banale ricerca marchi avrebbe evitato il casino. Chi guida la nave non ha controllato la rotta. Ci si può fidare di una leadership che fa errori da startup?

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