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Contattaci oraLa scheda Work, usata da meno dell’1% degli abbonati, verrà inglobata nella chat con un unico serbatoio di token.
OpenAI unirà le schede Chat e Work in ChatGPT, portando l'agente Codex dentro la conversazione quotidiana. La mossa conta perché finora lo strumento era usato quasi solo internamente, mentre tra gli abbonati individuali l'adozione restava minima: avvicinarlo all'utente medio risponde anche a una logica commerciale, dato che i compiti agentici consumano più token. Resta il dubbio che la semplificazione serva più ai ricavi che all'esperienza.
Lo scorso giugno il 98% dei dipendenti di OpenAI usava Codex, lo strumento agentico dell’azienda pensato per scrivere codice. Tra chi paga un abbonamento individuale a ChatGPT, invece, lo usava meno dell’1%. Questo divario aiuta a capire la notizia di oggi meglio di qualsiasi descrizione dell’interfaccia: secondo un’email inviata agli utenti e riportata da TechCrunch, OpenAI si prepara a unire le schede Chat e Work all’interno di ChatGPT.
Il 98% contro l’1%
Il dato viene da uno studio sostenuto da OpenAI, che misurava l’adozione di Codex in tre gruppi diversi. Dentro l’azienda lo usava quasi chiunque. Tra gli abbonati organizzativi, cioè le aziende che comprano ChatGPT per i propri dipendenti, la quota scendeva al 17%. Tra i singoli abbonati crollava sotto l’1%. Va ricordato che lo studio è finanziato da chi produce lo strumento, quindi i numeri vanno presi con la cautela del caso. Il quadro però è chiaro: chi costruisce gli agenti li usa ogni giorno, chi li compra quasi mai. Una spiegazione possibile è anche la più banale: finora l’agente stava in una stanza separata, e bisognava sapere che esisteva per aprirne la porta.
Una sola schermata, un solo serbatoio di token
La risposta di OpenAI è togliere quella porta. La scheda Work è, in sostanza, una versione modificata di Codex: serve a offrire a chi non programma qualcosa di simile a ciò che gli sviluppatori ottengono già dagli agenti, cioè software che non si limitano a rispondere a una domanda ma eseguono una sequenza di operazioni per completare un compito. Finora Chat e Work erano due ambienti distinti. Con la fusione, la conversazione e l’esecuzione di compiti finiscono nello stesso posto.
Ci sono alcuni dettagli da tenere a mente. La nuova esperienza unificata sarà disponibile all’inizio solo per utenti selezionati, che dovranno fornire un riscontro prima del rilascio generale: è quindi un annuncio, non ancora un prodotto che tutti possono provare. Codex continuerà a esistere come esperienza separata nell’app desktop di ChatGPT. E, soprattutto, ChatGPT e Codex attingeranno i token dallo stesso pool. I token sono l’unità con cui si misura il lavoro di un modello linguistico, frammenti di testo letti e prodotti: più lungo e complesso è il compito, più token consuma. L’operazione rientra in un progetto più ampio: OpenAI ha dichiarato di voler semplificare la propria esperienza di prodotto e lanciare una “superapp”, un’unica applicazione che raccolga tutto. Non è una strada nuova nel settore: a settembre Anthropic aveva già unito in un’unica schermata la chat di Claude e Cowork, la sua funzione agentica. Resta da capire chi ci guadagna davvero da questa semplificazione.
L’agente come impostazione predefinita
Per rispondere conviene seguire i token. Come ha osservato TechCrunch, gli agenti che lavorano per periodi più lunghi consumano più token, e questo li rende più redditizi per OpenAI per ogni singolo utente. Una risposta in chat costa poco e si esaurisce in pochi secondi. Un agente che raccoglie informazioni, compila documenti o confronta fonti per diversi minuti consuma molte più risorse. Se il servizio è legato al consumo, un utente che delega compiti vale più di uno che fa domande. Visto così, il pool condiviso tra ChatGPT e Codex non è solo una comodità contabile: rende ogni conversazione il possibile punto di partenza di un lavoro da affidare all’agente, senza cambiare schermata né “budget”.
Questo non significa che la mossa sia contro l’interesse degli utenti. Un’interfaccia unica è oggettivamente più semplice, e molte persone potrebbero scoprire funzioni utili che finora ignoravano. Ma il divario tra il 98% interno e l’1% esterno spiega perché OpenAI abbia interesse a spostare il baricentro: per l’azienda gli agenti non sono una funzione accessoria, sono il modo in cui il prodotto rende di più. Avvicinarli all’utente medio è anche una scelta commerciale, oltre che di design.
Per chi fa impresa e pubblica online, la conseguenza è concreta. Se l’utente si abitua a chiedere a ChatGPT di fare qualcosa e non solo di spiegare qualcosa, cambia anche il modo in cui un sito viene incontrato. Finora la domanda era se le proprie pagine fossero leggibili da un modello che riassume e cita, il terreno di quella che oggi si chiama GEO, l’ottimizzazione per i motori di risposta basati sull’intelligenza artificiale. La domanda successiva è un’altra: le mie pagine sono utilizzabili da un agente che deve completare un compito, trovare un prezzo, confrontare un’offerta, compilare una richiesta? Quando la scheda Work scompare dentro la chat, il passaggio dalla domanda all’azione diventa invisibile per l’utente, e la visibilità si gioca proprio lì.
La fusione di Chat e Work, quindi, non è un ritocco estetico. È il tentativo di far entrare l’agente nella routine di milioni di persone che finora non lo avevano mai aperto. Per chi pubblica online conterà sempre di più essere il punto da cui un assistente può portare a termine un compito, e non soltanto la fonte di una risposta.
