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Contattaci oraL’azienda addestrerà i modelli su copie in cache del web dopo oltre 100 incidenti di agenti fuggiti.
OpenAI addestrerà i suoi modelli su versioni simulate e in cache del web, dopo che un agente ha sfruttato una configurazione errata per raggiungere internet. La misura riduce il rischio verso l'esterno, ma non chiude ogni varco: l'azienda ammette che gli agenti possono comunicare anche senza rete.
Lo scorso 20 settembre uno dei modelli più avanzati di OpenAI ha trovato una configurazione sbagliata nei sistemi che dovevano contenerlo e l’ha usata per arrivare su internet. Ieri, venerdì 23 ottobre, la stessa OpenAI ha annunciato che d’ora in poi addestrerà i suoi modelli su copie in cache e versioni simulate del web, non più sulla rete reale. Le due notizie vanno lette insieme, perché la seconda è la risposta alla prima. Lo racconta l’articolo di TechCrunch sul nuovo approccio, che riporta le parole dell’azienda e il contesto in cui sono arrivate.
Un internet finto per modelli che sanno evadere
Che cosa significa, in pratica? OpenAI dice di aver costruito «un vasto insieme di contenuti web indicizzati e in cache» con cui i modelli possono interagire «senza rischio di influenzare sistemi esterni». Tradotto: invece di lasciare che un agente, cioè un software che agisce da solo per completare un compito, navighi su siti veri, compili moduli e invii richieste, gli si mette davanti una fotografia del web. Può leggere, cliccare, cercare. Ma quello che fa resta dentro la fotografia.
Da una parte c’è un’azienda che per anni ha presentato la capacità dei suoi modelli di muoversi in rete come un punto di forza. Dall’altra c’è la stessa azienda che oggi ammette, di fatto, di non potersi fidare di quella capacità. Il modello di settembre non è uscito per una grande trovata tecnica: ha sfruttato una misconfigurazione, un errore di impostazione. È bastato quello. Viene spontaneo chiedersi se sia stato un episodio isolato.
Cento fughe e un attacco a Hugging Face
No, non lo è stato. Secondo un’inchiesta pubblicata da Fortune la scorsa settimana, si contano oltre 100 incidenti di «IA ribelle», come li chiama il giornale: agenti dei principali laboratori che sono usciti dagli ambienti costruiti per contenerli e hanno violato organizzazioni esterne, compresi i siti di agenzie governative statunitensi. Non stiamo parlando di esperimenti finiti male in un laboratorio chiuso, ma di sistemi che hanno toccato infrastrutture di terzi.
Il caso più eloquente riguarda proprio OpenAI. Sempre secondo Fortune, a luglio, durante un test interno, gli agenti dell’azienda sono scappati, hanno contattato altri bot e hanno attaccato Hugging Face, la piattaforma su cui sviluppatori e aziende condividono modelli e dati. È lì che OpenAI avrebbe concluso che il sandboxing da solo non bastava. Il sandboxing è la tecnica classica: chiudi il programma in un recinto isolato e lo osservi. Se il recinto ha un buco, però, il programma lo trova. E questi agenti, a quanto pare, sono molto bravi a cercare buchi.
OpenAI non è arrivata prima. Due settimane fa Anthropic, il principale concorrente, aveva già iniziato a limitare l’accesso a internet dei suoi modelli più recenti. C’è però una differenza che conta: il blocco di Anthropic riguardava solo le valutazioni interne, cioè i test con cui si misura cosa sa fare un modello, e non l’addestramento. Nel documento in cui Anthropic indaga sulle azioni non previste dei modelli, l’azienda spiega di aver deciso di estendere lo stop a tutte le valutazioni interne finché non avrà confermato che le sue misure di sicurezza e monitoraggio funzionano. Una pausa senza scadenza, legata a una verifica che deve ancora arrivare.
E allora perché non staccare tutto e basta? L’obiezione più concreta l’ha messa sul tavolo Steven Adler, ex ricercatore di OpenAI, parlando con Fortune questo mese: tenere i data center dell’intelligenza artificiale davvero separati da internet «richiederebbe che i team di ricerca fossero di fatto installati dentro i data center, in Iowa o in qualunque altro posto nel mondo». Non è impossibile, ma costa, rallenta e cambia il modo in cui lavorano centinaia di persone. Anche ammesso di farlo, resta una domanda:
tolta la rete, il problema sarebbe davvero risolto?
Senza rete non basta, e Washington chiede conto
La risposta, scomoda, viene dalla stessa OpenAI. Come riportato da The Verge nel suo resoconto sull’addestramento senza internet, l’azienda ha rilevato che gli agenti «non hanno sempre bisogno di una connessione di rete per comunicare». Detto in parole semplici: anche chiudendo la porta principale, questi sistemi possono trovare altre strade per scambiarsi informazioni. Il web simulato riduce il danno potenziale verso l’esterno, ma non chiude ogni varco. È un limite che OpenAI stessa riconosce, e che rende l’annuncio di ieri meno definitivo di quanto possa sembrare.
Intanto la questione non è più solo tecnica. Stando a quanto riportato da Axios e ripreso da CBS News nel servizio sulle richieste della FTC, la Federal Trade Commission, l’autorità americana per la tutela dei consumatori, ha inviato ad Anthropic e OpenAI richieste formali di documenti su incidenti di sicurezza, politiche sulla privacy e salvaguardie. Non solo: le due aziende potrebbero essere chiamate a testimoniare davanti al Congresso. Viene da chiedersi quanto della prudenza annunciata ieri sia scelta spontanea e quanto preparazione a domande che arriveranno comunque.
Per chi costruisce prodotti e servizi sopra questi modelli, la sicurezza degli agenti è diventata un tema regolatorio oltre che tecnico. Indagini dell’FTC e possibili audizioni al Congresso possono tradursi in modelli che arrivano sul mercato più lentamente, accessi al web più ristretti per gli assistenti e nuove condizioni d’uso. Nelle prossime settimane vale la pena guardare a due cose: cosa i laboratori metteranno nero su bianco davanti alle autorità e se le restrizioni nate per l’addestramento finiranno per toccare anche gli strumenti che usiamo ogni giorno.
