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Dietro ai proclami trionfali si nasconde una realtà ben diversa, con perdite di cassa stimate a 17 miliardi di dollari nel 2026 e un modello di business che fa acqua da tutte le parti
Nonostante un fatturato da capogiro, OpenAI si prepara a una perdita di 17 miliardi di dollari nel 2026. Il paradosso è che più utenti usano ChatGPT, più l'azienda perde soldi. Per sopravvivere, punta a una raccolta fondi senza precedenti, all'integrazione della pubblicità e a nuovo hardware, cercando disperatamente un modello di business sostenibile prima che sia troppo tardi.
OpenAI: una crescita da capogiro che nasconde un buco da 17 miliardi di dollari
Se anche tu sei convinto che OpenAI sia una macchina da soldi inarrestabile, forse è il caso di dare un’occhiata più da vicino ai numeri.
Perché dietro i proclami trionfali si nasconde una realtà ben diversa: nel 2026, l’azienda si prepara ad affrontare una perdita di cassa stimata in 17 miliardi di dollari, a fronte di un fatturato annuo previsto di 20 miliardi.
Un’emorragia finanziaria che cresce quasi al doppio della velocità rispetto all’anno precedente e che mette in discussione la sostenibilità dell’intero progetto, nonostante gli impegni per infrastrutture che arrivano alla cifra stratosferica di 1.400 miliardi di dollari.
Una situazione che, diciamocelo, non è sostenibile a lungo termine.
E allora, come pensano di tappare una falla così gigantesca?
Il paradosso di OpenAI: più la usi, più loro perdono soldi
Il vero nodo della questione sta in un paradosso economico che fa riflettere.
Stando a dati interni di Microsoft trapelati, nella prima metà del 2025 i costi di inferenza di OpenAI – cioè le spese per far funzionare i modelli e rispondere alle tue domande – hanno superato i ricavi. In pratica, ogni volta che un utente interagisce con ChatGPT, per l’azienda è un costo vivo che brucia più di quanto non incassi.
Questo significa che la crescita degli utenti, invece di portare a una maggiore redditività come in un business tradizionale, accelera le perdite.
Più successo ottengono, più soldi bruciano.
Certo, la crescita del fatturato è stata impressionante: hanno raggiunto i 20 miliardi di dollari di entrate annualizzate in circa due anni, un traguardo che a Google e Facebook ne ha richiesti rispettivamente cinque e sei.
Ma se ogni nuovo cliente ti costa più di quanto ti rende, a che gioco stai giocando?
Ma raccogliere capitali è una cosa, costruire un modello di business che stia in piedi è tutta un’altra storia. A quanto pare, a Sam Altman e soci le idee non mancano, anche se alcune sembrano prese di peso dal manuale delle “vecchie” Big Tech che dicevano di voler superare.
La “cura”: una raccolta fondi da 100 miliardi che solleva qualche dubbio
Per far fronte a questa crisi, OpenAI ha lanciato una richiesta di finanziamento senza precedenti: 100 miliardi di dollari, che potrebbero portare la valutazione dell’azienda a circa 830 miliardi.
Una cifra mostruosa.
Tra gli investitori spiccano nomi come Amazon, pronta a mettere sul piatto 10 miliardi, e Nvidia. E qui le cose si fanno interessanti. Nvidia avrebbe lasciato intendere un impegno da 100 miliardi, a patto che quei soldi tornino indietro sotto forma di acquisti delle sue preziose schede grafiche.
Un circolo vizioso in cui l’investitore finanzia il suo stesso cliente per garantirsi commesse future. Diciamo che non sembra proprio un’iniezione di fiducia disinteressata nel progetto.
Nel frattempo, per contenere i costi, l’azienda ha attivato un “Codice Rosso”, sospendendo progetti non essenziali per concentrarsi sulla competizione diretta con Gemini di Google. Si stanno persino muovendo verso strategie di integrazione verticale, come lo sviluppo di chip personalizzati con Broadcom per ridurre la dipendenza, guarda caso, proprio da Nvidia.
Insomma, i soldi potrebbero anche arrivare, ma la domanda resta:
Basteranno a rendere sostenibile un modello che, al momento, fa acqua da tutte le parti?
La risposta sembra risiedere in un cambio di rotta radicale.
Pubblicità, chip su misura e un “iPhone dell’AI”: la disperata ricerca di un futuro sostenibile
Se pensavi che ChatGPT sarebbe rimasto uno spazio pulito e senza interruzioni, preparati a cambiare idea.
Fonti interne confermano che nel 2026 la pubblicità verrà integrata direttamente nell’interfaccia di chat. Sì, hai capito bene: aspettati di vedere annunci sponsorizzati fare capolino nelle tue conversazioni.
Accordi con giganti del commercio come Etsy e Walmart sono già in fase avanzata, trasformando il chatbot in una vera e propria piattaforma di vendita. Non solo: è in cantiere un dispositivo hardware consumer, sviluppato in collaborazione con Jony Ive (la mente dietro il design di Apple), nel tentativo di creare un “canale” proprietario e nuove fonti di ricavo.
L’obiettivo dichiarato è a dir poco ambizioso: passare da circa 10 miliardi di fatturato nel 2025 a 100 miliardi entro il 2028. Nessuna azienda nella storia, nemmeno Google, è cresciuta così in fretta partendo da una base simile.
Il mercato, intanto, non sembra così convinto. Le aziende quotate strettamente legate a OpenAI stanno già subendo contraccolpi in borsa. Un’eventuale quotazione in borsa (IPO) di OpenAI, secondo il CFO, non avverrà prima del 2027, sempre che riescano a dimostrare che il loro modello di business può finalmente generare profitti.
Il 2026 si preannuncia quindi come l’anno della verità: capiremo se questa scommessa da trilioni di dollari è la base per una nuova rivoluzione tecnologica o semplicemente il più grande e costoso castello di carte mai costruito.
