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Tra accuse di “trappola” e battaglie legali, si infiamma lo scontro tra Perplexity AI e i giganti dell’editoria sul diritto di usare le informazioni dietro i paywall
La startup Perplexity AI contrattacca News Corp, accusandola di aver orchestrato una 'trappola' per incastrarla in una causa sul copyright. Al centro dello scontro vi è l'uso di contenuti protetti da paywall da parte dell'IA. Questa battaglia legale non è un caso isolato, ma un punto di svolta che potrebbe ridisegnare il futuro dell'informazione e del giornalismo di qualità.
Il contrattacco di Perplexity: trappola o semplice indagine?
La battaglia tra Perplexity AI e i giganti dell’editoria si sta facendo rovente, e l’ultima mossa della startup di intelligenza artificiale è di quelle che cambiano le carte in tavola.
Perplexity, infatti, accusa apertamente Dow Jones e il New York Post (entrambi di proprietà di News Corp) di aver orchestrato una vera e propria “trappola”.
Di cosa si tratta?
Sostiene che gli editori abbiano deliberatamente tentato, centinaia di volte, di forzare il suo motore di ricerca a riprodurre parola per parola articoli protetti da copyright, per poi usare una manciata di questi tentativi “riusciti” come prova nella loro causa legale.
La difesa di Perplexity non si ferma alle parole. In una lettera indirizzata al giudice, l’azienda ha fornito esempi concreti di quello che definisce un vero e proprio accanimento.
In un caso specifico, un utente avrebbe chiesto ripetutamente di ottenere il testo integrale di un articolo del Wall Street Journal e, di fronte al rifiuto del sistema, avrebbe premuto il pulsante “riprova” per più di 50 volte.
L’azienda sostiene che i suoi sistemi di protezione hanno funzionato come previsto nella stragrande maggioranza dei casi.
La domanda sorge spontanea: si è trattato di un’indagine legittima per testare i limiti del sistema o di un tentativo calcolato di indurlo in errore?
Ma al di là delle accuse, qual è il vero scontro che si sta consumando qui?
Paywall contro AI: chi ha il diritto di usare le informazioni?
Il cuore del problema è una questione che sta scuotendo le fondamenta del mondo digitale.
Un’intelligenza artificiale può “leggere”, riassumere e utilizzare contenuti che si trovano dietro un paywall senza pagare un centesimo agli editori che li hanno creati?
Da una parte hai colossi come News Corp che alzano la voce, parlando di un “massiccio scrocco” ai loro danni. La loro posizione è chiara: Perplexity si presenta come un concorrente diretto, sottraendo pubblico e, di conseguenza, ricavi da abbonamenti e pubblicità, riproponendo contenuti per cui loro hanno investito tempo e denaro.
Dall’altra, Perplexity risponde che i suoi sistemi sono progettati proprio per evitare la copia spudorata e che, nella maggior parte dei casi, hanno retto all’urto.
La questione si complica sul piano legale. News Corp non vuole mostrare tutti i log delle ricerche effettuate, sostenendo che si tratti di “work product”, cioè materiale preparato dagli avvocati in vista della causa.
Ma Perplexity ribatte con una logica stringente.
Come può essere considerato materiale privato qualcosa che hai volontariamente inserito in una piattaforma pubblica?
La questione tocca nervi scoperti come il concetto di “fair use” nell’era dell’AI, un terreno ancora tutto da esplorare.
E la cosa non si ferma qui.
Perché mentre avvocati e giudici si scambiano carte bollate, altri giganti dell’informazione hanno deciso di non restare a guardare.
Una guerra che vale miliardi e il futuro del giornalismo
Questa non è una disputa isolata. Il fatto che anche il New York Times sia sceso in campo contro Perplexity, come si legge su Courthouse News, ci dice che siamo di fronte a uno scontro frontale tra due mondi: quello della creazione di contenuti originali e quello della loro rielaborazione tramite IA.
Le cifre in gioco, poi, danno le vertigini. Stiamo parlando di una startup come Perplexity che, secondo Business Insider, ha raggiunto una valutazione di 20 miliardi di dollari a inizio 2026, più del doppio rispetto al 2024. Questo ti fa capire quanto sia alta la posta in gioco e perché gli investitori stiano scommettendo forte su questo nuovo modo di cercare e ottenere informazioni.
A questo punto, la domanda che dobbiamo farci è profonda e riguarda tutti noi.
Stiamo assistendo alla nascita di un modo più efficiente di accedere alla conoscenza, oppure stiamo guardando la lenta agonia del giornalismo che, privato di abbonamenti e introiti, rischia di non avere più le risorse per produrre quelle stesse notizie di qualità che l’intelligenza artificiale oggi si limita a rielaborare?
Una cosa è certa: l’esito di questa battaglia legale non deciderà solo il destino di Perplexity, ma potrebbe ridisegnare le regole del gioco per l’accesso all’informazione per gli anni a venire.

Guerre tra ricchi. Loro si accusano di furto, noi paghiamo il servizio. Chissà quanto costa un’informazione pulita.
Big contro big, ma è la forma dell’informazione che cambia. Diventa liquida, inafferrabile. Si plasma su nuovi spazi, che figata.
Golia contro Golia. L’IA non è Davide, ma solo il nuovo gigante in città. Una faida tra predatori per le spoglie dell’informazione, mentre noi diventiamo il banchetto.
@Massimo Martino Mi sfugge il punto del banchetto: cambiano i predatori, non la preda.
La solita manfrina tra colossi, mentre il valore del lavoro editoriale viene tranquillamente azzerato.
@Andrea Cattaneo Chiamarlo “valore” è un eufemismo per “modello di business obsoleto”. La manfrina non è sul contenuto, ma sul controllo del suo accesso. La vera domanda è: chi costruirà il prossimo casello autostradale dell’informazione?
Si azzuffano come cani per un osso già spolpato. La tecnologia non aspetta i loro tribunali. L’informazione ha già cambiato casa, non se ne accorgono?
@Enrica Negri L’osso non è spolpato. È un cavallo di Troia per entrare nelle nostre abitudini. La vera battaglia è per i nostri dati.
Litigano per chi deve pagare chi, ma il risultato non cambia: l’informazione di qualità sarà un lusso per pochi e un riassunto automatico per tutti gli altri.
Lamentarsi del “furto” è la mossa più vecchia del libro per alzare il prezzo. Mi chiedo quali accordi stiano già firmando sotto banco.
Che commedia. Si accusano a vicenda di furto e trappole solo per definire pubblicamente il prezzo della refurtiva, prima di firmare l’accordo che hanno già in tasca. Un teatrino francamente patetico.
Questa zuffa tra volpi digitali e baroni della carta è un pretesto per negoziare il prezzo del pollaio, mentre a noi galline resta solo da indovinare chi ci mangerà per primo.
Si fingono nemici giurati per negoziare accordi più vantaggiosi alle nostre spalle; è una recita che prelude a un matrimonio d’interessi.
Francesco Messina, è un matrimonio d’interessi il cui banchetto nuziale viene imbandito con la carcassa del giornalismo di qualità; la dote, come al solito, saremo noi utenti inconsapevoli.
Altro che marmellata. È un automa che svuota la dispensa e poi accusa il cuoco. Finiremo tutti a mangiare polvere digitale?
Alessio, è solo teatro. Il cuoco e il robot si azzuffano per finta. Il vero gioco è venderci la polvere a caro prezzo, come sempre.
L’IA prende tutto, l’editore si lamenta. È il solito loop infinito?
L’editore lascia la marmellata sul tavolo e si arrabbia se il bambino la mangia. Un teatrino un po’ patetico. Non potevano semplicemente chiudere la porta a chiave?
Benedetta, la marmellata dovrebbe essere libera. Peccato che poi ti presentano il conto.
Chiamarla trappola è un complimento. I vecchi editori stanno solo cercando di mettere un guinzaglio al futuro. Vogliono addomesticare un cavallo selvaggio. Ma questo cavallo ha già imparato a correre libero e non si fermerà davanti a un recinto.
Nicolò, il tuo cavallo selvaggio è solo un algoritmo che pascola abusivamente su proprietà altrui. La poesia non paga i giornalisti, mi pare.
Il teatrino della trappola è fumo negli occhi. I dinosauri dell’editoria cercano di fermare un meteorite. Chissà quando capiranno di essere già estinti.
Enrica, il meteorite non li estingue, li costringe a cantare. È il canto del cigno per alzare il prezzo del proprio funerale. Paghiamo noi.
La sceneggiata della “trappola” è un delizioso pretesto per negoziare la monetizzazione di contenuti che tutti già si rubano. Aspetto solo il conto.
Che sia una trappola o meno, la sostanza del prelievo di contenuti resta. È curioso come la discussione si sposti sempre sulla procedura e mai sul principio, chissà a chi giova questo teatrino.
Andrea, è ovvio che la discussione viri sulla procedura: è l’unico campo dove la big tech può fingersi vittima. Il principio è già morto e sepolto, ora si contratta solo il prezzo del funerale.
Emanuela, la pantomima della vittima serve a entrambi per alzare la posta in gioco. News Corp piange miseria, ma sotto sotto sta solo negoziando la sua fetta della torta, come sempre. Mi chiedo quale accordo abbiano già trovato a porte chiuse.