La sedicesima causa contro Meta segue la strategia già usata nel caso Kadrey
Meta, l’azienda che vuole costruire il futuro, è stata appena accusata di usare BitTorrent per piratare libri di testo. Non blockbuster, non canzoni pop: manuali scolastici. Il 2 luglio scorso, è stata depositata la causa Sullivan v. Meta, la sedicesima per violazione del copyright legata all’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. L’immagine è perfetta: il gigante della tecnologia che fa il torrent.
L’accusa: Meta e il manuale scolastico piratato
Michael Sullivan e altri autori di libri didattici accusano Meta di aver scaricato illegalmente le loro opere da biblioteche ombra (le cosiddette shadow library) via BitTorrent, per poi usarle come materiale di addestramento per i propri modelli. La denuncia porta la firma anche di Mark Zuckerberg, citato personalmente in tre cause per IA: questa, la già nota Elsevier e quella di Hobbs. È la terza volta che il fondatore di Meta finisce nell’elenco degli imputati in una disputa sul copyright generativo.
Il caso si inserisce in un filone che sta facendo scuola. La nuova azione legale ricalca infatti la strategia di Bartz: sostenere che Meta ha piratato manuali da biblioteche ombra attraverso BitTorrent, esattamente come già contestato nel procedimento Kadrey v. Meta. Con ogni probabilità la causa sarà aggregata al gruppo di azioni simili di autori ed editori davanti al giudice Vince Chhabria, che sta già gestendo più di un fronte sui testi usati per addestrare le IA. Un’altra tessera di un mosaico che comincia a mostrare crepe profonde nella difesa del “fair use”.
Il fair use non basta più: 1,5 miliardi di ragioni
Non è una storia isolata. Alla fine di maggio 2026, l’elenco delle cause IA contava già 113 procedimenti negli Stati Uniti, portati da scrittori, artisti, editori e testate giornalistiche. La tesi comune è che le aziende tecnologiche abbiano saccheggiato opere protette senza autorizzazione, per poi invocare il fair use – la dottrina che permette usi limitati di materiale protetto senza consenso – come scudo. Ma quel muro sta scricchiolando.
Già nel giugno 2025, il giudice Chhabria aveva esplicitamente invitato a presentare prove del danno al mercato. Il messaggio era chiaro: la tesi del fair use non regge da sola, servono dati concreti su quanti lettori, studenti o clienti siano stati sottratti agli editori perché l’IA fornisce contenuti equivalenti. E mentre i tribunali cominciavano a chiedere conti tangibili, lo scorso settembre Anthropic ha accettato un accordo da 1,5 miliardi di dollari per chiudere una causa simile con un gruppo di autori. L’intesa prevede un compenso di circa 3.000 dollari per ciascuno dei circa 500.000 libri coperti. È il primo grande patteggiamento del settore, e ridefinisce l’asticella: se gli autori dimostrano la violazione, possono ottenere cifre considerevoli. Anthropic ha preferito pagare piuttosto che rischiare sentenze che stabilissero un precedente ancora più oneroso.
In questo scenario, la sedicesima causa contro Meta non è più una replica, ma il segnale che la strategia “chiedere scusa invece che chiedere permesso” non funziona più. E che chi produce contenuti originali ha oggi una leva senza precedenti.
La finestra d’oro per chi pubblica
L’invito del giudice Chhabria a documentare il danno di mercato è un’opportunità concreta per editori, autori e creatori di contenuti. Se il fair use non è più uno scudo assoluto, chi vive di informazione, manuali, narrativa o giornalismo ha gli strumenti per chiedere il conto. La chiave è iniziare a tracciare l’impatto dell’IA sul proprio traffico: quante visite organiche perse? quanti abbonamenti mancati? quante risposte fornite dai chatbot senza citare la fonte? Senza questi numeri, la battaglia legale resta sul piano dei principi. Con i dati in mano, la partita si sposta sulle riparazioni economiche. Non è proteggere il passato, è costruire l’economia dell’informazione di domani.
La pirateria dell’IA non è più una zona grigia. Chi crea contenuti oggi ha gli strumenti per chiedere il conto, se sa dimostrare il danno.

Il gigante tech che usa BitTorrent. Sembra quasi una barzelletta nera. Loro costruiscono il futuro rubacchiando il presente. Noi sgobbiamo per creare, loro aspirano dati. Alla fine, il conto lo paghiamo sempre noi.
@Riccardo De Luca Più che “rubacchiare” è una banale scelta di convenienza, il cui costo avete sempre accettato passivamente. Perché stupirsi proprio adesso?
@Riccardo De Luca Chiamarlo furto è romantico: è solo estrazione di dati a basso costo.
@Emanuela Barbieri La definisci estrazione dati, ma per chi scrive è una roba che sminuisce il valore del proprio lavoro, un precedente che pesa un botto.
L’inefficienza è una maschera. Il torrent è fumo negli occhi, una distrazione calcolata per nascondere il vero saccheggio. Stanno costruendo una cattedrale con le nostre parole, mattone dopo mattone, nel silenzio. Qual è la vera architettura dietro questo caos apparente?
Usano BitTorrent per risparmiare spiccioli, poi spenderanno milioni in avvocati; che efficienza.
@Sabrina Coppola Chiamarla inefficienza è un complimento. Sminuiscono il nostro lavoro, riducendolo a un costo da abbattere con un torrent. Una vera umiliazione professionale.
Lasciamo stare la morale. Il punto è che usano BitTorrent come ragazzini per ingozzare l’AI con manuali scolastici. È la scala industriale del furto di conoscenza. Mi inquieta pensare a cosa stanno costruendo con le nostre fondamenta.
La chiamano fame di dati, ma è la solita logica dell’arraffa-tutto. Prima rubano i contenuti, poi ci costruiscono sopra il loro futuro pagando due spicci di multa. Mi chiedo cosa non sappiamo.
La morale si dissolve davanti alla necessità di dataset sufficientemente vasti per dominare.
@Nicola Caprioli La morale è un lubrificante, non il carburante. Qui si alimenta il motore del futuro con scarti piratati, costruendo un colosso su fondamenta d’argilla il cui collasso è una questione di tempo.
Ti costruiscono il futuro con i Bignami scroccati, che poi sarebbe tutto da ridere.
Smettiamola di parlare di crepe. Qui il palazzo è costruito con la refurtiva. Il futuro nato da compiti copiati. Ma se il loro modello impara così, come possiamo fidarci del risultato?
@Isabella Riva A nessuno frega della fiducia se il prodotto scala. È la solita storia.
@Riccardo De Luca Il punto non è se scala, ma come. Questa abitudine di rubare per costruire il futuro ha stancato. È una base marcia.
Continuare a descrivere le fondamenta che si sbriciolano è come lamentarsi della pioggia senza aprire l’ombrello. Io preferisco costruire la mia palafitta su un terreno diverso, con materiali miei. Perché guardare un crollo quando si può edificare?
Il dito, la luna, la crepa… metafore per non ammettere che le fondamenta si costruiscono sempre nel fango. L’unica vera debolezza è l’ingenuità di chi crede che il progresso chieda permesso prima di divorare i dati di cui si nutre.
Il metodo non è un dettaglio, è la crepa nelle fondamenta. Si costruisce il futuro rubando manuali scolastici. L’arroganza è il materiale principale di questo edificio. Quanto a lungo resterà in piedi?
Ci si concentra sul dito che indica la luna, ovvero il metodo, invece di guardare alla destinazione. La fame di dati è il motore della crescita; l’errore qui è la goffaggine, non l’ambizione. Bisogna imparare a costruire le fondamenta senza far crollare il vicinato.
Miliardi investiti in un avatar-mondo per poi regredire alla pirateria studentesca; il prossimo passo sarà copiare i compiti in classe?
Lorena Santoro, altro che copiare i compiti. Questa è la prassi per non restare indietro. Dati grezzi, costi bassi, massima velocità. Chi si scandalizza oggi, domani userà la loro intelligenza artificiale.
Miliardi per il metaverso e poi usano BitTorrent come dei pischelli. La vera questione non è l’etica, è che sono dei dilettanti.
Un gigante con i piedi d’argilla, che inciampa sui torrent. Il loro futuro poggia sul nostro passato rubato. Quando crollerà il castello di carte?
La fame di dati annulla ogni etica. Mi domando spesso quale sia la mia.
Hanno bisogno di combustibile per la fornace, non di letteratura. L’etica è un costo operativo da tagliare. Siamo giacimenti di dati. Mi chiedo solo quale sia la mia quotazione al chilo.
Per loro i libri sono polvere di dati. Un’inefficienza da sistemare. La nostra indignazione è solo rumore di fondo nel loro server farm.
Hanno scambiato la bussola morale per una mappa del tesoro. Il naufragio era scontato.
La loro fame di dati è un buco nero che ingoia tutto, pure i quaderni di scuola. Chiamano questo addestramento, ma è solo un banchetto con cibo rubato. Quando li fermiamo?
Isabella Riva, questo colosso non si ferma, digerisce e basta. Il problema non è il loro appetito, ma la nostra ingenuità nel pensare di saziarlo.
La pretesa di edificare il domani si scontra con la misera realtà di piratare manuali scolastici. Evidentemente le fondamenta del progresso si costruiscono sul lavoro altrui non retribuito. Una prassi consolidata, non un incidente di percorso.
Giuseppina, esatto. Un progresso senza etica non è progresso. Soltanto un guscio vuoto.
Renato Graziani, costruiscono il futuro con i mattoni rubati. Che bella architettura morale.
Investono miliardi per mondi virtuali e poi si riducono a piratare manuali scolastici. Almeno questo dimostra un vago interesse per l’istruzione, no?
Alessandra, più che interesse per l’istruzione, è fame di dati a costo zero. L’etica è un lusso quando costruisci il tuo dio digitale.
L’unico crimine è l’inefficienza di farsi scoprire. I dati sono il fine, la legalità è solo una variabile da calcolare nel processo di acquisizione.
Signor Caprioli, il suo calcolo omette un dettaglio: l’eleganza del processo. Stanno riempiendo un serbatoio con acqua sporca, sperando che la pressione la purifichi. Quale valore avrà mai un motore alimentato in questo modo?
Maurizio, il valore è quello di chi arriva primo. L’acqua sporca è solo il prezzo del biglietto per la corsa. Si penserà a filtrare quando gli altri saranno ancora fermi ai blocchi di partenza.
Vi perdete dietro le metafore. Mattoni rubati, fondamenta marce. Irrilevante. Il vero asset non sono i modelli, sono i dati di training. E i loro sono spazzatura. Chi sta verificando l’integrità di quello che costruiscono con questa roba?
È come costruire una cattedrale con mattoni rubati e poi stupirsi delle crepe, mettendo in conto il costo della malta per ripararle. Non si costruisce il futuro con le fondamenta marce del presente.
Da quelle fondamenta marce non nascerà una cattedrale, ma solo un labirinto senza etica.
@Sara Benedetti Si presume che l’obiettivo fosse una cattedrale. Ma il labirinto è il prodotto, ed è stato consegnato nei tempi previsti, pare.
@Carlo Caruso Il punto non sono le fondamenta marce della tua cattedrale, che ogni impero ha avuto, ma l’ossessione per i mattoni quando si sta già costruendo il tetto di un nuovo mondo.
@Nicola Caprioli Un tetto costruito su fondamenta illegali è destinato al crollo. La fisica, a differenza delle visioni, non ammette deroghe.
Le multe sono un costo operativo, non una sanzione. È il prezzo da pagare per acquisire materiale grezzo a buon mercato. Il diritto d’autore è diventato solo un ostacolo da prezzare.
Hanno calcolato che le multe costano meno delle licenze per i dati. Il progresso è un calcolo, la morale un lusso che non si concedono.
Stupirsi che un colosso tecnologico aggiri le regole per accelerare lo sviluppo è sintomo di un’ingenuità quasi commovente. La vera domanda è quanto budget hanno stanziato per le prevedibili spese legali.
Elena Bianchi, quel budget non è per le spese legali, è la licenza d’uso che hanno deciso di pagare a posteriori, con gli interessi dei tribunali. Mi chiedo se questa voce di costo sia deducibile.
Dopo aver piratato manuali, la loro IA ci spiegherà il diritto d’autore?
Laura Bruno, ci darà lezioni di diritto dopo aver pagato la solita multa simbolica.
@Laura Bruno La loro IA illustrerà il diritto d’autore dal punto di vista del predatore. Nessuna sorpresa, è il modello di business. La finzione è terminata. Un pensiero va ai creatori di contenuti, sempre gli ultimi anelli della catena.
Il futuro si costruisce rubando manuali. Una metafora perfetta della loro visione.
@Giulia Martini, lamentarsi per qualche manuale piratato mentre si costruisce una nuova intelligenza denota una visione piuttosto limitata del quadro generale.
Il Golem intellettuale. Assemblato con la refurtiva delle biblioteche. Un dio minore nato da un peccato originale digitale, la cleptomania. Mi chiedo quale sarà il suo primo comandamento.
@Angela Longo, smettila col Golem. È solo training data. Il suo comandamento sarà “Converti di più”. Mica deve scrivere la Bibbia, dai.
Angela Longo, il primo comandamento? “Paga e non fare domande”. Io ovviamente pagherei subito, sono un genio degli affari.
Vogliono il razzo per il futuro, ma il carburante lo rubano dagli scuolabus. Non è un bug, è il progetto. Che altro nasconde la stiva di questo gigante d’argilla?
Il loro colosso intellettuale è un Golem assemblato con pezzi di cadaveri accademici.
Costruiscono il colosso con la refurtiva della biblioteca scolastica. È il loro progresso: un buco nero etico. Che miseria intellettuale.
La loro fame di dati è un buco nero che ingoia persino la deontologia.
@Alice Rinaldi Non è un buco nero, è un furto di fondamenta. Il valore resiste.
La questione non sono i soldi, è la pigrizia mentale di chi ha budget illimitati e sceglie la scorciatoia più scema. Se costruisci le fondamenta di un progetto su roba rubata, che credibilità pensi di avere?
@Beatrice Benedetti Stanno costruendo un castello di carte con carte rubate. La fiducia è un seme, non un bottino. Come può crescere qualcosa di buono?
@Enrica Negri La loro etica è il codice sorgente del problema. Come può funzionare?
@Beatrice Benedetti La credibilità è una preoccupazione per noi comuni mortali, suvvia. Loro non costruiscono un progetto, ma un impero, e a quanto pare le fondamenta si gettano col torrent. Non è pigrizia, è solo il loro metodo di lavoro, o mi sfugge qualcosa?
È un gigante che impara a leggere rubando sillabari dalla scuola elementare. L’etica è un capitolo che evidentemente hanno saltato durante l’addestramento.
Il colosso che costruisce il futuro e poi va a piratare i manuali con BitTorrent fa un po’ sfigato; ma solo io ci vedo un cortocircuito?
@Silvia Graziani Il cortocircuito lo vede chi crede ancora nella narrazione del “costruire il futuro”. Questa è solo una goffa, ma razionale, scorciatoia per il dominio del mercato. La vera ingenuità non è che loro ci provino, ma che noi continuiamo a stupirci.
La polemica sui manuali è noiosa. Il punto non è l’etica, ma il puro calcolo dei costi. Se le multe valgono meno dei dati, Meta ha fatto l’affare. Ma avranno calcolato bene il rischio reputazionale nel loro modello di crescita?
La pubblica indignazione per un torrent di manuali è prevedibile, quasi noiosa. Il punto non è la legalità, ma il rendimento dell’investimento; il costo delle cause è una voce di spesa per l’acquisizione dati. Qual è il reale valore di un’etica ormai obsoleta?
Simone De Rosa, l’etica è una spesa. Giusto. Il prossimo costo da tagliare siamo noi autori. Ci estinguiamo in silenzio o facciamo casino?
L’estinzione non fa rumore, è solo un dato in un archivio. Il punto è se il vostro vuoto lascerà un’eco utile a qualcuno.
Giganti con i piedi d’argilla. Piratano manuali, non dischi pop. È la base del sapere che viene scippata. L’intero castello di carte digitale trema. Mi chiedo solo quale sarà la prima trave a cedere, e se saremo tutti sotto.
I colossi fanno i colossi, piratano. Qualcuno li credeva una onlus?
Si concentrano sul metodo, ma il risultato è un modello addestrato a costo zero. Questo mi fa riflettere su quali scorciatoie siano considerate accettabili.
Daniele Palmieri, il dibattito sulle scorciatoie accettabili mi pare sterile di fronte a un’imbarazzante mancanza di visione; un colosso che usa metodi da scantinato del 2006 per costruire il futuro manifesta solo una desolante pigrizia intellettuale. Mi chiedo se la povertà non sia nelle loro aspirazioni.
La vera notizia è che il top management approvi ancora metodi così artigianali per l’acquisizione dei dati.
Risparmiare sui manuali scolastici è il segreto per costruire un’intelligenza artificiale così matura, evidentemente.
L’indignazione per un gigante che aggira le regole per un vantaggio competitivo è quasi comica; questa spregiudicatezza è la stessa che poi celebriamo come visione. Mi chiedo quanto la mia etica stia limitando la crescita della mia stessa agenzia.
Daniele Palmieri, ma che discorsi? Chiamare “visione” il furto di manuali scolastici è allucinante. Se la tua etica ti frena, meno male. Questa crescita spregiudicata è solo fuffa, non è il futuro che voglio.
Chiamano scandalo quello che è un semplice costo di sviluppo per chi punta al monopolio. Mi chiedo quanti piccoli imprenditori, per emergere, non abbiano mai piegato qualche regola per ottenere i loro risultati.
Chiamarlo furto è ingenuo. È un calcolo costi-benefici. La sanzione legale è solo una voce di spesa nel loro bilancio.
Solita storia. I colossi corrono, gli altri pagano il conto. Qual è la novità?
Trovo stucchevole lo sdegno per il metodo, come se la corsa a un monopolio intellettuale dovesse seguire un galateo. Il vero problema è la qualità del materiale trafugato, non l’atto in sé. Quale futuro stiamo costruendo su fondamenta così mediocri?
@Patrizia Bellucci Il punto è proprio il data-set sporco. Alla fine conta solo quello. Un modello allenato così non performerà mai. Stanno costruendo solo fuffa.
Patrizia, la qualità è un lusso, il monopolio no; le fondamenta si rifiniscono dopo.
Quindi il mio prossimo capo sarà un’IA addestrata con manuali piratati? Che bella prospettiva.
Pagheranno la multa e la metteranno a bilancio come un costo di ricerca.
L’indignazione morale è una variabile già prezzata nel loro bilancio, dove il costo dei dati supera il rischio delle cause. Il progresso si alimenta di informazioni, non di permessi; è la prima regola non scritta.
Il colosso tecnologico si abbassa a piratare i compiti. È il progresso che impara a copiare dal compagno di banco. Ma l’interrogazione quando arriva?
Il colosso che predica il futuro digitale regredisce alla pirateria da cameretta per addestrare le sue creature. A quanto pare, la scorciatoia è la sola via per la loro decantata evoluzione.
Tommaso, il moderno Prometeo non ruba il fuoco, ma i libri di testo. E la sua creatura, invece di pensare, impara a fare i riassunti. Chiamatelo progresso, se avete il coraggio.
Insegno a giovani menti come costruire il domani. Evidentemente, il primo capitolo dovrebbe essere il saccheggio delle biblioteche digitali. È un paradosso squisito, questa nostra marcia verso il progresso. Quale sarà il prossimo tabù da infrangere in nome dell’evoluzione?
Clarissa, non è un paradosso, è il nuovo manuale d’istruzioni. Prima rubacchi il sapere, poi lo rivendi come progresso. Mi chiedo solo quanto costi la licenza per questo tipo di furbizia.
Riccardo, quel manuale lo scrivono da anni. Il capitolo sui libri piratati è solo l’ultimo aggiornamento. La prefazione parlava di privacy, ricordi? Che fine ha fatto quel capitolo?
Clarissa, quel capitolo sulla privacy è il materiale di addestramento per questo. Un ciclo continuo, dove ogni violazione alimenta la successiva. Progresso, lo chiamano.
Stupirsi per dei manuali piratati è come piangere per i cavalli mentre si costruisce la ferrovia. Queste cause sono soltanto il rumore di fondo, un dazio inevitabile per chi guarda avanti e non si ferma al primo, piccolo ostacolo morale.
Queste cause legali sono solo il pedaggio sull’autostrada del progresso; l’unica lezione è che per vincere la corsa devi essere disposto a pagare il biglietto.
Valerio, chiamalo progresso. È solo il vecchio furto con un fondo per le spese legali.
Valerio Valentini, il biglietto lo pagano con i nostri dati. Mi chiedo quando presenteranno il conto anche a chi applaude questo cosiddetto ‘progresso’.
L’ironia di un colosso che plasma il domani ricorrendo a metodi da pirata del 2005 per manuali scolastici è quasi poetica. Non è solo una violazione legale, ma una crepa nelle fondamenta etiche del loro decantato progresso. Mi domando su quali macerie costruiamo cattedrali digitali.
Il colosso tecnologico si rivela un topo di biblioteca. Che delusione per il progresso.
Walter Benedetti, non è delusione. È il loro ‘investimento formativo’. State sereni.
Sereni? E perché mai, di grazia? Questo non è un investimento, è il solito furto giustificato con parole nuove. L’arroganza di questa gente non ha proprio limiti.