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Tra utenti scettici e tassi di clic deludenti, i giganti del tech insistono nel monetizzare l’AI, ignorando i rischi di una fiducia già fragile.
Mentre Google e OpenAI spingono per monetizzare la ricerca AI con la pubblicità, si scontrano con la diffidenza degli utenti: il 63% degli americani teme per la fiducia negli strumenti. Con tassi di clic deludenti e una fiducia di base già bassa, il modello di business basato sugli annunci sembra costruito su fondamenta fragili, mettendo a rischio il futuro della ricerca intelligente.
La fiducia scricchiola: gli annunci pubblicitari nella ricerca AI non convincono
Diciamocelo, i numeri parlano chiaro: quasi due terzi degli adulti americani storcono il naso all’idea di trovare annunci pubblicitari nei risultati di ricerca generati dall’intelligenza artificiale.
Secondo un’indagine di Ipsos Consumer Tracker, il 63% degli intervistati è convinto che la pubblicità minerebbe la fiducia in questi nuovi strumenti.
Non stiamo parlando di una piccola nicchia di scettici, ma di una maggioranza schiacciante che vede la monetizzazione come un potenziale tradimento della promessa iniziale di una ricerca più pulita e oggettiva.
E questa non è una notizia da poco, perché arriva proprio mentre giganti come OpenAI e Google spingono sull’acceleratore per integrare la pubblicità nelle loro piattaforme AI.
Il punto è che le persone non solo temono una perdita di fiducia, ma sono anche convinte che questi annunci non renderanno la loro vita più facile: il 52% degli intervistati, infatti, non crede affatto che la pubblicità possa semplificare il processo di acquisto.
Un segnale piuttosto forte, che mette in discussione l’intero modello di business che queste aziende stanno cercando di costruire.
Ma i big del tech sembrano ascoltare?
A giudicare dalle loro mosse, la risposta pende decisamente verso il no.
Il doppio gioco di Google e OpenAI: monetizzare a tutti i costi?
Mentre gli utenti esprimono dubbi, OpenAI e Google tirano dritto per la loro strada. OpenAI ha già iniziato a testare gli annunci in ChatGPT, preparandosi ad aprire le porte agli inserzionisti.
Una mossa che cambia completamente le carte in tavola per una piattaforma nata come alternativa ai motori di ricerca tradizionali.
Google, dal canto suo, non sta certo a guardare. Anzi, ha fiutato l’affare: durante la presentazione dei risultati finanziari, ha rivelato che le ricerche in “AI Mode” durano tre volte di più di quelle tradizionali.
Tradotto per noi: più tempo passato sulla pagina, più opportunità per inserire pubblicità.
Peccato che i primi dati non siano così incoraggianti.
Come riportato su Search Engine Journal, alcuni inserzionisti che hanno partecipato ai test su ChatGPT hanno registrato tassi di clic intorno allo 0,91%, una cifra che impallidisce di fronte alla media del 6,4% di Google Search.
Certo, sono dati preliminari, ma suggeriscono che la freddezza degli utenti espressa nei sondaggi si stia già traducendo in un’azione concreta: l’indifferenza verso gli annunci.
E la situazione si complica ulteriormente se guardiamo il quadro generale, perché questa diffidenza verso la pubblicità poggia su un terreno già minato da una scarsa fiducia di base.
Un problema di fondo: le persone si fidano davvero dell’IA?
Il vero nodo della questione è che il problema non sono solo gli annunci. La fiducia nei confronti della ricerca basata sull’intelligenza artificiale era già bassa in partenza.
Un sondaggio di Statista rivela che solo un terzo degli americani nutre un’elevata fiducia nei risultati forniti dall’IA, a prescindere dalla pubblicità. Questo significa che le aziende stanno cercando di costruire un modello di business su fondamenta che sono, a essere generosi, tutt’altro che solide.
La fiducia varia leggermente a seconda dell’argomento, con un briciolo di apertura in più per temi legati a salute e benessere, ma crolla quando si parla di finanza e notizie.
E l’idea che la trasparenza possa risolvere tutto sembra essere un’illusione.
Se da un lato dichiarare che un contenuto è generato dall’IA aumenta la percezione di affidabilità, si parte da un livello talmente basso che il miglioramento risulta quasi irrilevante. A peggiorare le cose, lo Stanford’s 2025 AI Index ha rilevato che la trasparenza delle grandi aziende tecnologiche è addirittura in calo.
Insomma, le piattaforme non solo faticano a guadagnarsi la fiducia degli utenti, ma sembrano anche fare poco per meritarsela. In questo contesto, il fatto che l’adozione di questi strumenti si sia quasi arrestata da settembre 2025 non sorprende affatto e mette ancora più pressione sulla necessità di monetizzare gli utenti esistenti, visto che trovarne di nuovi sta diventando sempre più difficile.

La discussione sulla fiducia è tenera. Il loro obiettivo non è mantenerla, ma eroderla così lentamente da non farci reagire mentre normalizzano la risposta sponsorizzata come un fatto. Stiamo solo assistendo all’addestramento di massa più costoso della storia. Qual è la prossima illusione?
La discussione sulla fiducia mi pare ingenua. Non siamo utenti, siamo il prodotto da vendere agli advertiser. Infileranno pubblicità mascherata da risultato finché i tassi di conversione reggono, poi passeranno ad altro. Qualcuno si sorprende ancora di questa roba?
Filippo Villa, la sorpresa è un lusso che abbiamo perso da tempo; ora assistiamo solo all’elegante cerimonia del nostro diventare dati da monetizzare.
La fiducia è la moneta. Una volta spesa del tutto, il banco chiude per tutti.
Servire all’utente pubblicità e chiamarla “ricerca intelligente”. Un ossimoro geniale. Stanno costruendo il loro business sulla sabbia della diffidenza. Quanto ci metterà a crollare tutto?
@Laura Negri Il punto non è se crolla, ma chi ci guadagna nel frattempo. Vendono fuffa come progresso. Bisogna solo essere dalla parte giusta.