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Il report di indicizzazione della Google Search Console è rimasto congelato, impedendo a professionisti e proprietari di siti di monitorare l’attività di Google e mettendo in luce la scarsa trasparenza di Mountain View.
Per oltre tre settimane il report sull'indicizzazione di Google Search Console è rimasto bloccato, lasciando i professionisti SEO senza dati. Sebbene Google abbia poi risolto il bug, confermando che si trattava di un problema di visualizzazione e non di indicizzazione, il lungo silenzio di Mountain View ha sollevato forti critiche sulla mancanza di trasparenza rispetto a incidenti passati.
Per tre settimane al buio: il report di indicizzazione va in tilt
Diciamocelo, per più di tre settimane è stato come lavorare bendati.
Tu pubblichi contenuti, aggiorni pagine, magari lanci un prodotto nuovo, e lo strumento che dovrebbe dirti se Google si è accorto di te, il Page Indexing report della Search Console, resta muto.
Congelato.
L’ultimo aggiornamento, come descritto da Search Engine Land, risaliva all’11 giugno 2026, lasciando migliaia di professionisti e proprietari di siti con un dubbio enorme.
La domanda che tutti si sono posti, ovviamente, era una sola: Google ha smesso di indicizzare le pagine o si trattava solo di un display rotto?
E, soprattutto, perché nessuno da Mountain View diceva nulla?
Un problema di dati, ma soprattutto di trasparenza
A quanto pare, puoi tirare un sospiro di sollievo: non si è trattato di un blocco totale dell’indicizzazione. Le pagine, con ogni probabilità, continuavano a entrare nell’indice di Google. Il problema era “solo” nel sistema che ci mostra i dati.
All’interno della Help Community di Google, gli stessi Esperti di Prodotto consigliavano di non farsi prendere dal panico e di aspettare, sottolineando che questi ritardi di solito non impattano il posizionamento.
Tutto bene, quindi?
Non proprio.
Il vero problema qui non è tecnico, è di comunicazione. Per tre settimane, un’azienda che basa il suo business sui dati ha lasciato i suoi utenti più tecnici senza dati e, peggio, senza spiegazioni.
Ricordi l’incidente del 2019? All’epoca, Google stessa spiegò in un post sul suo blog ufficiale di aver avuto problemi con l’indice, mostrando un livello di trasparenza che questa volta è mancato del tutto. Un silenzio che solleva qualche domanda sulla loro reale attenzione verso chi usa i loro strumenti per lavorare.
Ora che il report è tornato a funzionare e i dati sono di nuovo disponibili, la reazione istintiva sarebbe quella di tuffarsi sui numeri e iniziare a “sistemare” tutto.
Ma è davvero questo l’approccio corretto?
Dati freschi, vecchie abitudini: cosa ci insegna questo episodio
La risposta è no.
L’errore più grande che potresti fare adesso è farti prendere dall’ansia e iniziare a modificare il sito sulla base di dati che coprono un periodo anomalo. Il consiglio che circola tra gli addetti ai lavori, come sottolinea il consulente SEO Matthew Edgar, è di usare questi dati freschi per una validazione metodica, non per interventi frenetici. Si tratta di confermare che le pagine importanti siano effettivamente indicizzate e di analizzare con calma le cause di eventuali esclusioni, magari usando strumenti più diretti come l’ispezione URL.
Alla fine, questo blackout ci lascia una lezione importante. Ci ricorda che la Google Search Console è una finestra, a volte un po’ opaca, su sistemi interni enormemente complessi.
Affidarsi ciecamente a un unico strumento, per quanto fondamentale, è rischioso.
La vera notizia, forse, non è il bug tecnico, che prima o poi viene sempre risolto.
Un promemoria che, nel nostro lavoro, un po’ di sano scetticismo e un controllo incrociato delle fonti non fanno mai male.

Il problema è il silenzio, non il bug. Ci hanno lasciato navigare a vista senza strumenti. La loro comunicazione non è professionale. Serve un cambio di passo, non delle scuse tardive.
Il re non ha parlato per tre settimane, i vassalli hanno tremato. Questa dipendenza è un modello di business sostenibile?
Tre settimane di panico per un report gratuito. Teneri. Deleghiamo il controllo a un monopolio e poi ci stupiamo del suo silenzio. Qualcuno ha mai pensato di avere un piano B o solo lamentele?
@Luciano Fiore, il tuo “piano B” suona bene, ma quando le proiezioni di crescita si basano su dati che svaniscono, la delega al monopolio diventa un problema molto concreto. La vera questione è: quale alternativa monitora il crawler di Google, se non Google stesso?
@Luciano Fiore, solita storia. Ci si lamenta un po’, poi si torna a cliccare.
Questo silenzio forzato ha generato un pensiero. Siamo tutti navigatori senza stelle. Non sarebbe magnifico creare una nostra costellazione di dati, visibile a tutti?
Il vero problema non è il bug, ma la fede cieca in un unico pannello di controllo. Vedere professionisti navigare a vista per tre settimane ha un suo perverso fascino. C’è chi monitora i dati altrove.
La sorpresa per la scarsa trasparenza di Google rivela una commovente ingenuità professionale.
@Elena Bianchi, fidarsi di un unico contatore è come navigare con una sola stella. Un’ingenuità. Le mie conversioni non si sono fermate per questo silenzio. La vera mappa è sempre quella dei ricavi, non vi pare?
Un blackout informativo che espone la nostra fragilità. Quali alternative abbiamo costruito nel frattempo?
Più che un guasto tecnico, questo è un invito alla riflessione. La nostra dipendenza dai loro strumenti ci distoglie dal vero obiettivo: il valore per le persone. Non è forse questo il punto?
Brutta storia lavorare alla cieca per così tanto, il che mi porta a pensare a quanto siamo agganciati a un singolo pannello di controllo.