Robot con IA: perché il cloud non basta più e l’edge computing è la nuova, grande sfida

Anita Innocenti

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Tra latenza, edge computing e cybersicurezza, il futuro dei robot intelligenti è un campo minato dove le promesse di efficienza si scontrano con costi nascosti e vulnerabilità inattese.

L'avanzata dei robot con IA si scontra con il 'muro della latenza' del cloud, un problema che le aziende tech propongono di risolvere con l'edge computing. Tuttavia, questa soluzione decentralizzata apre a criticità enormi in termini di cybersicurezza, mettendo a rischio un mercato miliardario le cui fondamenta infrastrutturali appaiono ancora troppo fragili per sostenere la rivoluzione promessa.

Robot con l’IA: il cloud non basta più, e ora?

Se ne parla ovunque: robot potenziati dall’intelligenza artificiale, pronti a rivoluzionare fabbriche, magazzini e persino le nostre città. Un sacco di promesse, slide scintillanti e la solita narrativa dei colossi tech che ci raccontano un futuro iper-efficiente.

Peccato che si stiano dimenticando di un dettaglio non da poco: l’infrastruttura attuale, basata sul cloud, sta mostrando tutte le sue crepe.

Il problema, come osserva anche The Register, ha un nome preciso: latenza.

È il ritardo, anche di pochi millisecondi, tra il momento in cui un robot “vede” un ostacolo e quello in cui il suo cervello digitale, magari a centinaia di chilometri di distanza su un server, gli dice di fermarsi.

In un magazzino, questo ritardo può fare la differenza tra un’operazione fluida e un disastro da migliaia di euro. Questo problema, definito il “muro della latenza”, sta mandando in tilt i piani di chi pensava che bastasse connettere tutto a internet per avere la soluzione in tasca.

E allora, qual è la contromossa che le grandi aziende tecnologiche ti stanno proponendo?

Edge computing: la soluzione o un nuovo mal di testa?

La risposta che sentirai ripetere come un mantra è “edge computing”. In parole povere, invece di spedire i dati a un server lontano per farli analizzare, il robot si fa i calcoli da solo, a bordo, grazie a processori sempre più potenti.

Sembra la soluzione perfetta, vero?

Decisioni istantanee, niente più ritardi fatali.

Tutto risolto.

O forse no.

Perché nel momento in cui trasformi ogni singolo robot in un piccolo data center autonomo, stai anche moltiplicando le porte d’ingresso per i problemi.

Ma qui, come evidenziato in un’analisi di Deloitte, si apre un vaso di Pandora legato alla cybersicurezza. Un conto è proteggere un server centrale, un altro è dover blindare una flotta di centinaia di macchine connesse sparse per un impianto. Un solo anello debole potrebbe compromettere l’intera catena produttiva.

E mentre si discute di sicurezza, c’è chi sta già facendo cassa su questa promessa di rivoluzione.

Ma i numeri tornano davvero?

Un mercato miliardario con fondamenta d’argilla?

Parliamo di un mercato che, secondo le stime, valeva già 16,8 miliardi di dollari nel 2025. Questo è il dato riportato da Global Market Insights, e fa capire la portata economica del fenomeno.

Le aziende investono, comprano, implementano, spinte dalla paura di rimanere indietro.

Ma a che serve un mercato così ricco se poi l’infrastruttura di base, quella che dovrebbe sostenere tutto, è fragile e impreparata?

Le grandi corporation spingono sull’acceleratore della vendita, ma sembrano molto meno loquaci quando si tratta di spiegare come risolvere le sfide complesse e costose legate alla connettività, all’elaborazione dati in locale e, soprattutto, alla sicurezza.

La vera domanda, quindi, non è se questi robot cambieranno il nostro modo di lavorare, ma chi pagherà il conto, salatissimo, per farli funzionare davvero, senza che diventino un boomerang per l’efficienza e la stabilità delle operazioni.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

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