Il quotidiano di Seattle aveva ricevuto finanziamenti da Microsoft e OpenAI prima di passare alle vie legali
Microsoft e OpenAI hanno finanziato alcuni progetti giornalistici e borse di studio del Seattle Times. Lo scorso venerdì 4 settembre, quello stesso quotidiano — insieme a Newsday — ha depositato l’atto di citazione contro OpenAI e Microsoft per violazione del copyright. Trenta premi Pulitzer in due, come si legge nel ricorso. Due giorni prima, il Dipartimento di Giustizia aveva già avvertito i giudici che una condanna avrebbe frenato il progresso americano.
I numeri raccontano il paradosso meglio di qualsiasi commento. Il Seattle Times è stato fondato nel 1886, Newsday nel 1940; entrambi hanno investito in giornalismo locale e indipendente, sostengono i ricorrenti, in un periodo in cui i venti contrari dell’industria dell’informazione continuano a rafforzarsi. OpenAI, dopo gli ultimi round di finanziamento, è valutata 852 miliardi di dollari. Non sono due forze paragonabili, eppure ora si fronteggiano in aula.
Prima ti finanzio, poi ti cito in tribunale
Dietro i nomi degli attori c’è una posta in gioco concreta. Chi produce informazione vive di contenuti che costano tempo, lavoro, verifiche; chi costruisce modelli di intelligenza artificiale è ora in aula accusato di usarli senza compenso. Il ricorso non entra solo nel merito tecnico: fotografa uno squilibrio di potere che si è allargato man mano che OpenAI cresceva di valore.
La scelta di campo del governo americano
A rendere questa causa diversa dalle precedenti è l’intervento dell’amministrazione. Due giorni prima del deposito di Seattle Times e Newsday, il Dipartimento di Giustizia si è schierato con OpenAI e Microsoft nella causa parallela del New York Times. Secondo un deposito del Dipartimento di Giustizia, lo sviluppo dell’AI è una questione di interesse nazionale: se un giudice concludesse che OpenAI e Microsoft hanno violato il copyright, si soffocherebbe «il progresso scientifico ostacolando la prosperità americana e la mobilità economica».
La formula merita attenzione. Non si dice che il copyright vada ignorato; si dice che, nel conflitto tra diritti d’autore e sviluppo dell’AI, il secondo pesa di più. È una scelta politica presentata come argomento giuridico. E va letta dentro una sequenza più lunga: dalla fine del 2023, secondo i dati raccolti da Press Gazette, circa una dozzina di azioni legali sono state intentate contro OpenAI, con il New York Times in testa. A ogni nuovo ricorso, il governo risponde con la stessa linea: l’innovazione prima di tutto.
Il rovescio della medaglia è evidente. Se il diritto d’autore passa in secondo piano, chi pubblica contenuti resta con meno strumenti di difesa; l’innovazione, come la intende il Dipartimento di Giustizia, procede a condizione che il copyright non le intralci la strada. La domanda che resta aperta è più scomoda: se lo Stato considera l’AI più importante del copyright, quale margine resta a chi vive di contenuti?
Il precedente che pesa su ogni editore
Da questa contrapposizione emerge un precedente. Se la linea del Dipartimento di Giustizia dovesse prevalere, il diritto d’autore dei giornali rischierebbe di diventare secondario rispetto all’innovazione. Non è solo una questione legale: è la definizione di cosa conta di più, quando i contenuti prodotti da una redazione diventano materiale per modelli di intelligenza artificiale.
Per chi pubblica online, la partita non è più solo legale: è una scelta di campo tra proteggere i propri contenuti e restare ai margini dell’infrastruttura AI che il governo vuole proteggere.
