SEO per IA: perché Google boccia i siti in markdown

Anita Innocenti

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La proposta di creare versioni semplificate e in markdown dei siti web con l’obiettivo di favorire la lettura da parte delle intelligenze artificiali è stata infatti respinta dai vertici di Google, che l’hanno etichettata come una pratica inutile e rischiosa per il ranking.

Google, tramite i portavoce John Mueller e Martin Splitt, ha emesso un severo avvertimento contro la pratica della "AI SEO" di creare siti in markdown per le AI Overviews. Questa tattica non solo è inutile, dato che i modelli sono addestrati sull'HTML, ma è anche pericolosamente vicina al cloaking, rischiando penalizzazioni e creando seri problemi di manutenzione del sito.

La nuova frontiera della SEO per l’IA? Google dice “no, grazie”

Ti è già capitato?

Arriva il consulente di turno e ti propone la soluzione magica: creare una versione “speciale” del tuo sito, più leggera e senza fronzoli, scritta in un formato chiamato markdown, solo per farla leggere meglio all’intelligenza artificiale di Google. L’idea è quella di ottenere un posto d’onore nelle risposte generate dall’IA, le cosiddette AI Overviews.

Sembra una scorciatoia geniale, ma a quanto pare a Google questa furbata non piace per niente. Anzi, ha messo in guardia tutti dal percorrere questa strada.

La presa di posizione arriva direttamente da due pezzi da novanta di Google, John Mueller e Martin Splitt, che durante il podcast “Search Off the Record” hanno spento parecchi entusiasmi. Il messaggio, ripreso da Roger Montti su Search Engine Journal, è stato forte e chiaro: provare a ingraziarsi i bot con versioni parallele del sito è un’idea che crea più problemi di quanti ne risolva.

Ma se l’esperienza utente è peggiore, perché mai qualcuno dovrebbe anche solo pensare di seguire questa strada?

La risposta, come spesso accade, sta in una promessa tanto allettante quanto, a quanto pare, vuota.

La promessa infranta: nessun vantaggio e rischi concreti

L’idea di base, venduta come l’ultima frontiera della “AI SEO”, è semplice: fornire ai modelli linguistici di Google una pappa già pronta, pulita da ogni elemento di distrazione come menu, sidebar o link interni, per essere capiti meglio e più in fretta.

Peccato che, secondo Mueller, sia un’assurdità. I modelli di Google, spiega, sono stati addestrati per anni su normalissimi siti in e sono perfettamente in grado di leggerli e interpretarli.

Anzi, tutti quegli elementi che si vorrebbero togliere – la navigazione, la struttura dei link – sono proprio i segnali che aiutano Google a capire il contesto e l’importanza di una pagina. Togliendoli, si rischia di ottenere l’effetto contrario: confondere i sistemi di ranking anziché aiutarli.

Ma il vero campanello d’allarme suona quando si parla di policy.

Creare una versione del sito per i bot e un’altra per gli utenti assomiglia pericolosamente a una vecchia tecnica chiamata cloaking, una pratica che a Google non è mai piaciuta, per usare un eufemismo.

Come descritto da PPC Land, sia Google che Microsoft hanno ribadito che le loro policy anti-spam si applicano anche nell’era dell’IA, e servire contenuti diversi a bot e umani rischia di violare queste regole.

Aggiungici il doppio lavoro di manutenzione e il rischio di creare contenuti duplicati, e il quadro si fa piuttosto fosco.

Eppure, nonostante questi avvertimenti che suonano quasi come minacce, il mercato è pieno di strumenti e consulenti che spingono in questa direzione.

Come è possibile?

E soprattutto, c’è qualcosa che Google non ci sta dicendo?

Tra propaganda e buon senso: come orientarsi davvero

La giustificazione tecnica che sentirai più spesso è legata ai “token”, l’unità di misura con cui le IA “leggono” i contenuti. Un sito più leggero in markdown ne consuma meno, rendendo il processo di analisi più veloce ed economico.

Un argomento che, come evidenziato da alcuni commenti riguardo alle nuove funzionalità di Cloudflare, ha fatto breccia nel marketing di diverse aziende del settore.

La promessa di ridurre i costi di elaborazione fino all’80% è una sirena a cui è difficile resistere.

E qui la faccenda si fa interessante.

Perché se da un lato Google predica bene dicendo di pensare solo agli utenti, dall’altro, come ha fatto notare l’esperta SEO Lily Ray, alcuni osservano come persino siti di proprietà di Google stessa facciano esperimenti con formati simili.

Questo crea una confusione che alimenta il mercato delle soluzioni “alternative”.

È la solita storia: le grandi aziende tecnologiche danno indicazioni pubbliche prudenti, mentre dietro le quinte forse si preparano a un futuro diverso.

In mezzo a questo dibattito, il messaggio che arriva forte e chiaro da più parti è di non cedere alla tentazione di creare una “copia fantasma” del proprio sito.

La strada maestra indicata sembra essere ancora quella di investire su un unico sito in , ben strutturato, accessibile e ricco di contenuti di alta qualità.

Invece di togliere elementi per compiacere un algoritmo, l’idea è di usarli per guidare sia gli utenti che i motori di ricerca.

La vera partita, forse, non si gioca su formati esotici, ma sulla capacità di creare valore reale.

Una lezione che, nel mondo della SEO, sembra essere sempre la più difficile da imparare.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

4 commenti su “SEO per IA: perché Google boccia i siti in markdown”

  1. Creano il problema. Poi bocciano le soluzioni. È un modo perfetto per mantenere il controllo. Chissà cosa imparano davvero mentre ci distraggono con queste discussioni tecniche.

  2. Gabriele Caruso

    Ecco l’ennesima scorciatoia magica. Venduta come il futuro, ma è il solito fumo negli occhi. Poi ci si schianta, come sempre. Quando impareremo a non cascarci più?

      1. Gabriele Caruso

        @Carlo Bruno La logica è semplice: c’è sempre qualcuno che abbocca alla promessa del risultato facile. Pagano per sentirsi furbi, per una soluzione che non richiede lavoro. Alla fine, però, l’unico a guadagnarci è il solito venditore di fumo. Che novità.

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