Lo studio su 126 milioni di prompt ha identificato un gruppo stabile di marchi dominanti
Trentasei marchi. In dodici mesi, su 126 milioni di prompt reali degli utenti, gli stessi 36 hanno occupato costantemente lo spazio generativo dell’intelligenza artificiale. Non un caso, non un errore statistico: un blocco di visibilità che ridisegna la geografia della ricerca e solleva una domanda scomoda per chiunque pubblichi contenuti online. Il rapporto, pubblicato lo scorso giugno con il titolo AI Visibility Index 2026, arriva in un momento preciso: a due mesi dal completamento dell’acquisizione di Semrush da parte di Adobe, perfezionata lo scorso 28 aprile.
I 36 dominatori dell’AI
Il numero colpisce perché è tondo, definitivo. Non 35, non 37: esattamente 36 brand hanno conquistato visibilità ogni singolo mese nell’arco temporale coperto dallo studio. Semrush li chiama «Universal 36», un’etichetta che suona come un certificato di appartenenza a un club che non ammette defezioni. L’analisi non si limita a contare citazioni sporadiche: misura la presenza stabile nei risultati generati dai modelli linguistici quando gli utenti pongono domande reali, non query costruite in laboratorio.
Dietro il dato c’è un lavoro di mappatura che parte da 126 milioni di prompt autentici, non da simulazioni. Il rapporto non si chiede solo «chi compare», ma «chi compare sempre». E la risposta smentisce l’idea che l’AI generativa sia uno spazio fluido, accessibile, dove chiunque possa ritagliarsi una fetta di attenzione con contenuti ben fatti e un po’ di fortuna. I vincitori sono già decisi, almeno per ora, e il resto compete per le briciole.
Perché Adobe ha comprato Semrush
La classifica non nasce dal nulla: è il primo frutto visibile della fusione tra Adobe e Semrush, completata lo scorso aprile. L’operazione ha prodotto quasi subito Adobe Brand Visibility, un prodotto pensato per quella che l’azienda definisce «l’era della ricerca AI». Non è uno strumento per monitorare il posizionamento su Google: serve a capire se e come un marchio compare nelle risposte generate da ChatGPT, Gemini, Claude e modelli simili.
La scommessa industriale si capisce guardando l’architettura del prodotto. Semrush ha unito i propri dati con gli strumenti agentici di Adobe per creare quella che viene descritta come la prima soluzione GEO unificata — Generative Engine Optimization. In parole povere: così come la SEO ha insegnato a scrivere per i motori di ricerca, la GEO promette di insegnare a scrivere per l’intelligenza artificiale. Solo che qui il campo di gioco è molto più piccolo e i posti in prima fila sono già occupati dai soliti nomi.
La partita si gioca adesso
Se 36 marchi occupano ormai stabilmente lo spazio generativo, esiste ancora possibilità per chi è fuori dal club? La risposta non è binaria, ma i dati invitano a un realismo che pochi comunicati stampa aziendali concedono. Lo studio rivela quali brand stanno vincendo in visibilità AI e soprattutto perché: non è solo questione di autorità accumulata nella ricerca tradizionale, ma di un nuovo tipo di segnale che i modelli premiano in modo diverso.
Il concetto stesso di «Universal 36» è l’output chiave della ricerca: marchi che hanno raggiunto visibilità AI ogni mese, senza eccezioni, disegnano un perimetro dentro il quale si gioca la partita vera. Fuori da quel perimetro, la presenza è intermittente, imprevedibile, difficilmente pianificabile. Per un’impresa che oggi investe in contenuti, la domanda non è più se l’AI generativa sia importante, ma se abbia senso investire sapendo che i meccanismi di selezione tendono a consolidare chi è già forte.
Non è una condanna all’immobilismo, ma un invito a cambiare metriche. Misurare il traffico da Google non basta più: bisogna misurare la presenza nelle risposte che l’AI assembla senza mai rimandare a un link blu. E qui il mercato offre già strumenti — Adobe Brand Visibility è solo il primo di una serie che arriverà — ma il punto è un altro: chi arriva tardi trova lo spazio occupato, esattamente come accadeva vent’anni fa con i risultati organici. Solo che adesso il risultato non è un elenco di dieci link: è una risposta secca, senza alternativa, generata in millisecondi.
L’AI visibility non è una classifica da guardare con curiosità: è il nuovo campo di battaglia dove la presenza si misura in millisecondi generativi. I 36 sono già dentro, ma il gioco non è chiuso: è solo cominciato con regole diverse.
