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Uno studio rivela che lo strumento più utilizzato dai SEO nasconde una parte significativa dei dati, alterando la percezione delle performance e rendendo inefficaci le strategie basate solo su questa fonte.
Un'analisi rivela che Google Search Console nasconde circa il 75% delle impression, citando la privacy come giustificazione. Questa enorme lacuna nei dati, aggravata dall'impatto delle AI Overviews, rende lo strumento inaffidabile per analisi complete. I professionisti SEO sono costretti a incrociare più fonti per avere un quadro realistico delle performance e prendere decisioni strategiche informate.
Google Search Console ti sta nascondendo il 75% della realtà?
Se pensi che Google Search Console sia il tuo Vangelo per la SEO, ho una brutta notizia per te. Quello strumento su cui basi le tue strategie, i tuoi report e le tue decisioni più importanti, in realtà ti sta mostrando solo un pezzetto della torta.
Un’analisi approfondita su 450 milioni di impression ha svelato una verità che scuote le fondamenta del nostro lavoro: Google Search Console filtra e nasconde circa il 75% dei dati sulle impression.
Diciamocelo, affidarsi a un’unica fonte di dati è diventato pericolosamente inaffidabile.
Questa non è un’ipotesi campata per aria, ma il risultato di una ricerca dettagliata condotta da Kevin Indig, che ha messo a confronto i dati aggregati con quelli a livello di singola query, scoprendo un buco nero informativo.
E non parliamo solo di impression: circa il 38% dei click svanisce nel nulla. Pensa che per alcuni siti analizzati, il filtro sulle impression ha raggiunto un incredibile 93,6%.
Numeri che cambiano completamente la percezione delle performance.
Ma perché succede tutto questo?
Il perché di questo buco nero nei dati
La scusa ufficiale di Google?
La “privacy”.
Il colosso di Mountain View etichetta molte ricerche come “query anonime”, escludendole dai report per proteggere gli utenti che utilizzano determinate impostazioni del browser o tipi di dispositivi. Peccato che, in pratica, questo si traduca nel nascondere quasi la metà di tutte le ricerche conversazionali.
In pratica, Google decide per te quali dati sono importanti e quali no, lasciandoti al buio su una fetta enorme del comportamento dei tuoi potenziali clienti.
A questo si aggiunge il traffico dei bot, quegli scraper che analizzano le SERP e che per lungo tempo hanno gonfiato artificialmente le impression, facendoti credere di avere una visibilità che, in realtà, non era umana.
Questo significa che potresti aver passato mesi a ottimizzare per query con volumi apparentemente alti, che in realtà non erano cercate da persone reali.
Un lavoro, e un budget, buttati al vento.
Ma non è finita qui, perché nel frattempo Google ha introdotto un altro elemento che sta divorando il traffico organico.
L’impatto delle AI overviews e le “pezze” di Google
Da quando, nel marzo 2025, le AI Overviews hanno iniziato a dominare le pagine dei risultati, molti hanno notato un calo drastico e specifico dei click, ben diverso dal normale decadimento dei contenuti.
In sostanza, le risposte generate dall’intelligenza artificiale di Google si stanno prendendo una parte del traffico che prima arrivava dritto sul tuo sito.
Google ha provato a metterci una pezza, ad esempio introducendo sistemi CAPTCHA più sofisticati per bloccare gli scraper e rimuovendo parametri che questi usavano per le loro analisi.
Qual è il risultato, come descritto da Growth Memo?
Le impression si sono “normalizzate”, ma i click sono crollati del 56.6% da marzo.
Anche se il tasso di filtraggio generale è leggermente migliorato, parliamo di un misero 5% in 12 mesi. Un miglioramento che, onestamente, cambia poco quando ti manca ancora il 75% del quadro generale.
La domanda sorge spontanea: se i dati sono così inaffidabili, come si può ancora fare SEO in modo efficace?
Cosa significa questo per chi fa SEO (davvero)?
La prima cosa da capire è che Google Search Console non è più uno strumento di reporting completo, ma piuttosto un segnale direzionale.
Un indicatore, non la verità assoluta.
I team SEO più efficaci oggi hanno smesso di fidarsi ciecamente di un’unica fonte. Incrociano i dati di GSC con i log del server, che registrano ogni singola visita, e con i rank tracker di terze parti per avere una visione più pulita e realistica.
Hanno capito che bisogna tenere conto di questo “buco nero” quando si fanno previsioni, imparando a riconoscere e filtrare le query palesemente generate da scraper (quelle con tante parole e zero click, per intenderci).
E soprattutto, monitorano attentamente la correlazione tra il calo dei click e l’espansione delle AI Overviews, per distinguere tra un problema di cannibalizzazione da parte di Google e un effettivo calo di qualità dei propri contenuti.
In definitiva, la vera sfida oggi non è solo ottimizzare i contenuti, ma ottimizzare il modo in cui misuriamo i risultati.
Perché la tensione è evidente: più Google spinge su privacy e intelligenza artificiale, meno trasparenza ci offre, costringendoci a lavorare con un quadro sempre più incompleto.

Affidarsi a un’unica fonte di dati è come navigare con una mappa dove il cartografo ha deliberatamente cancellato tre quarti del mondo. Il problema non è il territorio inesplorato, ma l’illusione di avere una guida completa mentre si cammina verso il precipizio.
Noemi Conti, che esagerazione ‘sto precipizio. Se uno non sa leggere i dati, neanche una mappa completa lo salva. Il problema spesso è l’utente, non lo strumento, dai.
Non si tratta di saper leggere i dati, ma di strumenti progettati per ingannare.
Ci si stupisce ancora? Google non è una onlus. I suoi tool gratuiti servono i suoi scopi, non i nostri. Lavoriamo da anni su dati parziali, fingendo di avere il controllo. Una farsa ben recitata, me compreso.
Simone Rinaldi, più che una farsa, la definirei un abile gioco di prestigio; peccato che il prestigiatore possieda anche il casinò e ci illuda pure di avere qualche possibilità di vincere con le sue fiches truccate.
Questa roba mi mette i brividi. Se i dati sono marci, le mie prenotazioni che fine fanno? Praticamente lavoriamo alla cieca.
Simone Damico, la vera sorpresa è che qualcuno pensasse ancora che Google fornisse dati accurati per puro altruismo. Il brivido dovresti provarlo guardando le fatture, non una dashboard che è palesemente e volutamente monca da sempre. Noi lavoriamo così.
Questa cifra del 75% mi lascia un po’ perplessa. Lavoro con i dati di conversione e basarsi su info parziali è un bel problema. È chiaro che serve un mix di fonti. Mi chiedo come cambierà il nostro approccio all’analisi.