Perplexity abbandona l’idea della pubblicità (ma quanto durerà?)

Anita Innocenti

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Tra verità e bilanci: la startup rinuncia alle sponsorizzazioni e punta su abbonamenti e accordi editoriali per sfidare i giganti dell’IA

Perplexity ha interrotto il suo esperimento pubblicitario dopo un incasso di soli 20.000 dollari. Sebbene l'azienda citi la necessità di proteggere la fiducia degli utenti, la decisione sembra una ritirata strategica da un modello fallimentare. Ora la startup si concentra sul suo redditizio modello a sottoscrizione e su accordi di revenue sharing con gli editori, distinguendosi dai concorrenti.

Il dietrofront sull’advertising: una questione di fiducia o di conti?

Sembrava che la strada fosse segnata: anche i motori di ricerca basati su IA avrebbero seguito le orme di Google, riempiendosi di annunci. Perplexity, la startup di San Francisco, ci aveva provato, testando dal 2024 i primi formati pubblicitari con marchi del calibro di Whole Foods e Indeed.

Ma qualcosa, a quanto pare, è andato storto.

Molto storto.

La versione ufficiale, quella da comunicato stampa, è che gli annunci, anche se ben etichettati, minano la fiducia dell’utente. Un dirigente ha dichiarato: “Siamo nel business dell’accuratezza, nel dare la verità, le risposte giuste”. Una bella dichiarazione d’intenti, non c’è che dire.

Peccato che, a guardare i numeri, la storia sembri un po’ diversa. Come riportato da Search Engine Land, l’intero esperimento pubblicitario ha fruttato la misera cifra di 20.000 dollari in un anno.

Sì, hai letto bene.

Ventimila dollari.

Una cifra che, per una startup che opera in perdita, suona più come una barzelletta che come una fonte di ricavo. Viene da chiedersi: la scelta di abbandonare la pubblicità è stata davvero una mossa filosofica per proteggere la “verità”, o più semplicemente un modo per uscire con eleganza da un esperimento fallimentare?

E soprattutto, se non con gli annunci, come pensano di tenere le luci accese?

Il vero motore di Perplexity: abbonamenti e accordi con gli editori

Diciamocelo, la risposta è piuttosto semplice: la pubblicità non è mai stata il loro vero business.

Mentre l’esperimento con gli ADS portava a casa spiccioli, il modello a sottoscrizione viaggiava su ben altri binari, generando circa 200 milioni di dollari di ricavi annualizzati.

Con piani che vanno dai 20 ai 200 dollari al mese, è evidente dove si concentri il loro interesse.

La pubblicità, a confronto, era poco più di una distrazione costosa.

Ma non è tutto. Perplexity sta giocando una partita interessante anche sul fronte dei contenuti.

Invece di limitarsi a “prendere” informazioni dal web, ha introdotto un modello di condivisione dei ricavi con gli editori per il suo browser Comet. In pratica, l’80% delle entrate degli abbonamenti a Comet Plus viene girato agli editori il cui contenuto genera traffico o risposte.

Una mossa astuta per posizionarsi come alleati del mondo editoriale, in un momento in cui tutti gli altri sembrano vederlo solo come un serbatoio da cui attingere a piene mani.

Questa strategia li dipinge come i “buoni” della situazione, ma riusciranno a mantenere questa posizione in un mercato dove i giganti si muovono con ben altra logica?

Un’isola senza pubblicità in un oceano di sponsorizzazioni?

La decisione di Perplexity la mette in netta contrapposizione con i colossi del settore. OpenAI sta già testando annunci su ChatGPT per gli utenti gratuiti e Google non ha perso tempo a inserire sponsorizzazioni su AI Mode.

In questo contesto, la scelta di Perplexity, simile a quella di Anthropic con il suo Claude, sembra quasi una dichiarazione di guerra ideologica.

Una scommessa sul fatto che, a lungo termine, un utente preferirà un servizio che percepisce come imparziale.

Per chi fa marketing, questo significa che una porta si chiude.

Niente più possibilità di raggiungere a pagamento i 100 milioni di utenti di Perplexity.

Tuttavia, se ne apre un’altra: quella della visibilità organica.

Per farsi citare da Perplexity, i brand dovranno produrre contenuti autorevoli e farsi notare nelle community, dato che, secondo una ricerca, la piattaforma cita Reddit circa il 47% delle volte.

Alla fine, la domanda resta aperta: quella di Perplexity è una scommessa coraggiosa sulla fiducia che pagherà nel tempo, o semplicemente il tentativo di trasformare un fallimento commerciale in una nobile crociata per la verità?

Staremo a vedere.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

20 commenti su “Perplexity abbandona l’idea della pubblicità (ma quanto durerà?)”

  1. Un ricavo così basso è imbarazzante. La narrazione sulla fiducia non convince. Ora si passa agli abbonamenti per monetizzare. Bisogna capire se il valore offerto giustificherà una spesa fissa per gli utenti. Il mercato giudicherà presto questa mossa.

  2. Un incasso irrisorio mascherato da mossa etica è la classica parabola della volpe che, non arrivando all’uva, sentenzia che sia acerba.

  3. Paola Montanari

    Con due reel sponsorizzati incasso di più. Francamente non capisco. Mi sfugge il senso di tutta questa operazione, è gestita malissimo.

  4. Vanessa De Rosa

    La nave affondava con la pubblicità. Ora provano a svuotarla con il secchio degli abbonamenti. Un epilogo purtroppo già scritto.

    1. Nicola Caprioli

      @Vanessa De Rosa Il suo epilogo è corretto, ma il secchio non serve a svuotare la nave. È lo strumento con cui raccolgono i dati più puri prima del naufragio, un ultimo asset da monetizzare quando il modello subscription mostrerà le sue crepe.

  5. Francesco De Angelis

    La fiducia dell’utente come alibi per un fallimento. La UX ringrazia, il reparto vendite un po’ meno. Quale sarà la prossima nobile causa?

    1. Simone Ferretti

      @Claudia Ruggiero È il classico “fare di necessità virtù”. I ricavi erano ridicoli, hanno solo cambiato la narrativa. Niente di nuovo, è il solito gioco delle parti quando i numeri non tornano.

  6. Isabella Sorrentino

    L’epica narrazione sulla “fiducia” nasce sempre, curiosamente, da un modello di business che non funziona. Legandosi agli editori, semplicemente delegano il problema della monetizzazione. Quale sarà il prossimo nobile pretesto quando anche questo non basterà?

    1. @Isabella Sorrentino Il prossimo pretesto sarà la nostra stessa irrilevanza, mascherata da servizio su misura; mi atterrisce il pensiero di pagare per la nostra obsolescenza.

      1. Isabella Sorrentino

        @Miriam Gallo È già il presente, non il futuro. Ci vendono la nostra stessa irrilevanza a rate mensili, chiamandola servizio esclusivo. Questo teatrino del fallimento mascherato da scelta etica è di una prevedibilità desolante. Paghiamo per accelerare la nostra fine.

      1. Chiara De Angelis

        @Emanuela Barbieri La chiamano etica, io lo chiamo piano B. Il punto è che per ora campano di abbonamenti, ma i costi dell’IA sono enormi. Si stanno solo comprando un po’ di tempo.

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