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Uno studio francese ha rivelato come l’indice interno “labrador” di OpenAI, pur includendo anche piccole testate senza contratto, convogli la maggior parte del traffico e della visibilità verso un numero ristretto di domini.
Nonostante ChatGPT indicizzi anche centinaia di piccoli siti senza accordi formali, la speranza di nuova visibilità si rivela un'illusione. Studi recenti dimostrano che il sistema di OpenAI, pur sembrando aperto, concentra la stragrande maggioranza del traffico referral su un pugno di colossi, lasciando ai piccoli editori solo le briciole e confermando il dominio dei soliti noti.
ChatGPT apre le porte anche ai piccoli? non è come sembra
Gira una notizia che a prima vista sembra musica per le orecchie di chiunque abbia un sito medio-piccolo: l’indice di ricerca interno di ChatGPT non sarebbe un club esclusivo per i grandi media con cui OpenAI stringe accordi milionari.
A quanto pare, anche centinaia di piccole testate e siti di nicchia, senza alcun contratto, vengono presi in considerazione e mostrati nei risultati.
Ma, come spesso accade quando si parla di colossi come OpenAI, la realtà è un po’ più complessa e merita di essere sviscerata per bene.
A far luce sulla questione è uno studio della società di analisi francese Resoneo, che ha messo le mani nei dati del server di ChatGPT Search.
Quello che hanno scoperto è che la stragrande maggioranza dei risultati mostrati agli utenti gratuiti proviene da un indice interno di OpenAI, nome in codice “labrador“.
La vera sorpresa?
Questo sistema non farebbe alcuna distinzione tra un sito che ha stretto un accordo di licenza con OpenAI e uno che non l’ha mai fatto.
Quindi, la domanda sorge spontanea: come è possibile che centinaia di piccoli editori finiscano nello stesso calderone dei giganti?
E soprattutto, questo significa che abbiamo tutti le stesse possibilità di essere visibili?
Il meccanismo “Labrador”: un indice che fa il bello e il cattivo tempo
La risposta sta nel modo in cui funziona l’infrastruttura di ChatGPT. Non si tratta di un motore di ricerca che scansiona il web da zero come Google, ma di un sistema ibrido.
Da un lato si appoggia pesantemente sull’indice di Bing per scoprire le pagine in tempo reale, dall’altro lato utilizza i propri crawler (come OAI-SearchBot) per alimentare questo indice interno “labrador”.
In pratica, crea una sua versione “in cache” di una parte del web.
Analisi tecniche indipendenti hanno confermato l’esistenza di questo indice nascosto, dimostrando che ChatGPT può riassumere URL anche senza un accesso web attivo, a patto che siano già presenti nella sua cache.
Questo sistema, di fatto, non distingue tra chi ha firmato un contratto e chi no.
Una mossa che a prima vista potrebbe sembrare un gesto di apertura, ma che nasconde una logica ben precisa: l’obiettivo di OpenAI è avere accesso a più dati possibili, da qualunque fonte, per affinare il suo modello.
Non è beneficenza, è strategia.
L’essere inclusi in “labrador” dipende più dalla qualità tecnica, dall’autorevolezza dei contenuti e dalla visibilità su Bing che da un accordo commerciale.
Se da un lato, quindi, la porta tecnica sembra aperta, dall’altro lato emergono dati che dipingono un quadro molto meno roseo.
Perché una cosa è essere indicizzabili, un’altra è essere visibili.
Visibilità per tutti, ma i click finiscono sempre ai soliti noti
Ed è qui che le belle speranze iniziano a scricchiolare. Uno studio precedente della stessa Resoneo aveva già mostrato come, dopo un aggiornamento, ChatGPT avesse iniziato a citare circa il 20% in meno di siti web, concentrando le sue fonti.
Insomma, meno attori sul palco.
Ma sono i dati sul traffico referral, quelli veri, a spegnere quasi del tutto gli entusiasmi.
Un’analisi di Semrush su 17 mesi ha rivelato che, sebbene il traffico da ChatGPT verso siti esterni sia in crescita, la distribuzione è tutt’altro che equa. Più del 30% di tutto questo traffico finisce nelle mani di appena 10 domini.
E la beffa?
Oltre il 20% dei click in uscita da ChatGPT portano a proprietà di Google, perché gli utenti cercano conferme o approfondimenti. Come se non bastasse, pare che ChatGPT attivi la sua funzione di ricerca solo sul 34,5% delle query, il che significa che per la maggior parte del tempo si basa unicamente sui suoi dati di addestramento.
La vera partita, quindi, non si gioca tanto sulla firma di un contratto con OpenAI, quanto sulla capacità di essere impeccabili dal punto di vista tecnico, autorevoli nei contenuti e, soprattutto, ben posizionati su Bing.
In sintesi: la porta d’ingresso è forse socchiusa per tutti, ma il salotto buono, quello dove si fanno gli affari, resta riservato a pochissimi.

Ci hanno venduto la favola della visibilità per tutti, ma il banchetto è sempre per gli stessi invitati. Chissà se le briciole bastano per sopravvivere.