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ChatGPT indicizza anche i piccoli siti, ma il traffico resta ai giganti

Scritto da
Anita Innocenti
Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.
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Uno studio francese ha rivelato come l’indice interno “labrador” di OpenAI, pur includendo anche piccole testate senza contratto, convogli la maggior parte del traffico e della visibilità verso un numero ristretto di domini.

Nonostante ChatGPT indicizzi anche centinaia di piccoli siti senza accordi formali, la speranza di nuova visibilità si rivela un'illusione. Studi recenti dimostrano che il sistema di OpenAI, pur sembrando aperto, concentra la stragrande maggioranza del traffico referral su un pugno di colossi, lasciando ai piccoli editori solo le briciole e confermando il dominio dei soliti noti.

ChatGPT apre le porte anche ai piccoli? non è come sembra

Gira una notizia che a prima vista sembra musica per le orecchie di chiunque abbia un sito medio-piccolo: l’indice di ricerca interno di ChatGPT non sarebbe un club esclusivo per i grandi media con cui OpenAI stringe accordi milionari.

A quanto pare, anche centinaia di piccole testate e siti di nicchia, senza alcun contratto, vengono presi in considerazione e mostrati nei risultati.

Ma, come spesso accade quando si parla di colossi come OpenAI, la realtà è un po’ più complessa e merita di essere sviscerata per bene.

A far luce sulla questione è uno studio della società di analisi francese Resoneo, che ha messo le mani nei dati del server di ChatGPT Search.

Quello che hanno scoperto è che la stragrande maggioranza dei risultati mostrati agli utenti gratuiti proviene da un indice interno di OpenAI, nome in codice “labrador“.

La vera sorpresa?

Questo sistema non farebbe alcuna distinzione tra un sito che ha stretto un accordo di licenza con OpenAI e uno che non l’ha mai fatto.

Quindi, la domanda sorge spontanea: come è possibile che centinaia di piccoli editori finiscano nello stesso calderone dei giganti?

E soprattutto, questo significa che abbiamo tutti le stesse possibilità di essere visibili?

Il meccanismo “Labrador”: un indice che fa il bello e il cattivo tempo

La risposta sta nel modo in cui funziona l’infrastruttura di ChatGPT. Non si tratta di un motore di ricerca che scansiona il web da zero come Google, ma di un sistema ibrido.

Da un lato si appoggia pesantemente sull’indice di Bing per scoprire le pagine in tempo reale, dall’altro lato utilizza i propri crawler (come OAI-SearchBot) per alimentare questo indice interno “labrador”.

In pratica, crea una sua versione “in cache” di una parte del web.

Analisi tecniche indipendenti hanno confermato l’esistenza di questo indice nascosto, dimostrando che ChatGPT può riassumere URL anche senza un accesso web attivo, a patto che siano già presenti nella sua cache.

Questo sistema, di fatto, non distingue tra chi ha firmato un contratto e chi no.

Una mossa che a prima vista potrebbe sembrare un gesto di apertura, ma che nasconde una logica ben precisa: l’obiettivo di OpenAI è avere accesso a più dati possibili, da qualunque fonte, per affinare il suo modello.

Non è beneficenza, è strategia.

L’essere inclusi in “labrador” dipende più dalla qualità tecnica, dall’autorevolezza dei contenuti e dalla visibilità su Bing che da un accordo commerciale.

Se da un lato, quindi, la porta tecnica sembra aperta, dall’altro lato emergono dati che dipingono un quadro molto meno roseo.

Perché una cosa è essere indicizzabili, un’altra è essere visibili.

Visibilità per tutti, ma i click finiscono sempre ai soliti noti

Ed è qui che le belle speranze iniziano a scricchiolare. Uno studio precedente della stessa Resoneo aveva già mostrato come, dopo un aggiornamento, ChatGPT avesse iniziato a citare circa il 20% in meno di siti web, concentrando le sue fonti.

Insomma, meno attori sul palco.

Ma sono i dati sul traffico referral, quelli veri, a spegnere quasi del tutto gli entusiasmi.

Un’analisi di Semrush su 17 mesi ha rivelato che, sebbene il traffico da ChatGPT verso siti esterni sia in crescita, la distribuzione è tutt’altro che equa. Più del 30% di tutto questo traffico finisce nelle mani di appena 10 domini.

E la beffa?

Oltre il 20% dei click in uscita da ChatGPT portano a proprietà di Google, perché gli utenti cercano conferme o approfondimenti. Come se non bastasse, pare che ChatGPT attivi la sua funzione di ricerca solo sul 34,5% delle query, il che significa che per la maggior parte del tempo si basa unicamente sui suoi dati di addestramento.

La vera partita, quindi, non si gioca tanto sulla firma di un contratto con OpenAI, quanto sulla capacità di essere impeccabili dal punto di vista tecnico, autorevoli nei contenuti e, soprattutto, ben posizionati su Bing.

In sintesi: la porta d’ingresso è forse socchiusa per tutti, ma il salotto buono, quello dove si fanno gli affari, resta riservato a pochissimi.

L'autore

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

16 commenti su “ChatGPT indicizza anche i piccoli siti, ma il traffico resta ai giganti”

  1. Riccardo Cattaneo

    Mi stupisce lo stupore, onestamente. Un sistema proprietario e centralizzato che premia i partner commerciali e i brand più forti. L’inclusione dei piccoli domini non è beneficenza, ma un modo per avere più dati per l’addestramento. Quale sarebbe il reale vantaggio di essere citati senza ricevere visite?

    1. Beatrice Benedetti

      Riccardo, esattamente. Ci spacciano questa roba per democratica e poi ci ritroviamo a fare da sparring partner a costo zero per i colossi. È una fuffa colossale per arricchire i soliti, quando impareremo la lezione?

  2. Andrea Cattaneo

    Ci usano come manovalanza gratuita per addestrare l’IA e arricchire i colossi, dandoci in cambio visibilità nulla. Una beffa che definirei quasi coloniale.

  3. Siete seriamente ancora preoccupati per i click di referral? La partita non è diventare la fonte a cui l’AI attinge, rendendo il proprio brand la destinazione finale? O forse è un lavoro che richiede troppa fatica.

    1. Melissa Benedetti

      @Andrea Gatti L’idea del brand è superata. Non devi essere la fonte, devi diventare il dataset. Imprimi i tuoi dati nel modello, fine. Chi pensa ancora ai referral sta giocando una partita vecchia e ha già perso in partenza. Che noia.

  4. Ci offrono un posto al loro tavolo solo per scoprire che siamo il pasto, non gli invitati. È un design di potere, non un bug. La sorpresa è l’unica anomalia in questo quadro.

    1. Filippo Villa

      @Noemi Conti Non siamo neanche il pasto, siamo il mangime per i loro veri clienti. Finita la nostra roba, a noi che resta?

  5. Riccardo Cattaneo

    Il grande schema è chiaro: usano i nostri contenuti come materiale di addestramento a costo zero per poi convogliare il traffico di valore ai partner paganti. Qualcuno si aspettava un finale diverso per questa favola?

  6. Giulia Martini

    Chiamarla indicizzazione è un eufemismo per data scraping. Forniamo contenuti per addestrare la nostra irrilevanza. Il modello è il solito schema estrattivo, mascherato da opportunità. Quale sarà la prossima illusione che ci venderanno?

    1. @Giulia Martini Il punto è che il saccheggio dei nostri contenuti viene venduto come visibilità, ma è solo manodopera non pagata per allenare l’IA che ci rimpiazzerà. Finiremo per pagare per usare i nostri stessi dati.

  7. Riccardo Cattaneo

    Chiamarlo “labrador” è una mossa geniale, un cane fedele che riporta l’osso solo al padrone. L’indicizzazione di massa serve a loro per i dati, non a noi per il traffico. È un sistema chiuso con una porta d’ingresso aperta.

  8. Paola Caprioli

    Ci hanno venduto la favola della visibilità per tutti, ma il banchetto è sempre per gli stessi invitati. Chissà se le briciole bastano per sopravvivere.

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