L’intelligenza artificiale sta passando dai consigli agli acquisti veri e propri, ma molti negozi online non forniscono ancora tutte le informazioni necessarie e rendono difficile completare un ordine
📌 TAKE AWAYS
Gli agenti AI stanno passando dai consigli agli acquisti, ma molti siti e-commerce non sono ancora pronti a gestirli. Informazioni incomplete, dati strutturati carenti e funzioni poco accessibili possono impedire agli agenti di completare correttamente un ordine. Per trasformare la visibilità AI in vendite servono siti agent-friendly, test concreti e collaborazione tra SEO, sviluppo e azienda.
Faccio un mestiere curioso: convinco ChatGPT, Claude, Gemini e Google AI Overviews a parlare bene dei miei clienti. Praticamente un ufficio stampa per motori di risposta…
Se hai un sito e un’attività online, probabilmente vuoi la stessa cosa: che quando qualcuno chiede a un’intelligenza artificiale chi sia il migliore nel tuo settore, esca il tuo nome. Obiettivo giusto, e il lavoro da fare è ancora tanto.
Ma questo è solo il primo livello del gioco.
Siamo entrati nell’epoca agentica: le persone non si limitano più a chiedere un consiglio, delegano. Affidano il compito a un agente AI, un sistema basato su un modello linguistico che usa strumenti come il browser per cercare, confrontare, decidere e, in alcuni casi, comprare per conto dell’utente.
Shopify dichiara che nel primo trimestre del 2026 gli ordini nati da ricerche con intelligenza artificiale sono cresciuti di quasi 13 volte rispetto all’anno prima. In casi come questi il tuo cliente potrebbe non vedere mai la tua homepage: la vedrà qualcuno che acquista per lui.
Qui cambia la regola. Farsi consigliare dall’intelligenza artificiale è necessario, ma non basta più: devi anche conquistare l’agente che sceglie e acquista al posto dell’utente. Deve riuscire a leggere il tuo sito, capire che cosa offri, fidarsi dei dati che trova e premere i pulsanti giusti fino alla cassa.
Altrimenti hai una pubblicità spettacolare per un negozio inespugnabile con la serranda abbassata.
Il tuo brand è già consigliato dall’AI. Il tuo sito è pronto per essere scelto da un agente?
Dalla citazione allo scontrino
Un agente AI è un sistema basato su un modello linguistico che, oltre a rispondere, agisce: usa strumenti come il browser o le interfacce di un sito per cercare i prodotti, confrontarli, riempire il carrello e, in alcuni casi, arrivare fino alla cassa. Lo fa per una persona che gli ha detto, per esempio, «trovami uno zaino impermeabile sotto i 90 euro e fammelo avere entro venerdì».
L’infrastruttura per farlo si sta già costruendo. Anthropic ha proposto il Model Context Protocol (MCP), uno standard per collegare le applicazioni di intelligenza artificiale a strumenti e dati.
Google ha presentato Agent2Agent (A2A), pensato per far dialogare agenti sviluppati da organizzazioni diverse.
Per chi ha un negozio online il cambio è concreto: davanti alla tua pagina non ci sarà sempre una persona con i suoi capricci, ma un intermediario con un elenco di requisiti e nessuna pazienza.
Il lavoro per comparire nelle risposte dei motori di risposta resta la porta d’ingresso. Ma essere citati equivale a stare in vetrina, e nessuno ha mai incassato per una vetrina.
L’agente deve capire che cosa vendi, riconoscere perché la tua offerta vale più delle altre e poi riuscire a concludere.
Sono due partite diverse: nella prima convinci, nella seconda funzioni. Chi vince solo la prima ottiene un fatturato potenziale e un conto in banca identico a prima. Su questo sai come la penso: per me la visibilità senza conversione è una statistica effimera da mostrare al cliente, non un risultato.

Il carrello si riempie, poi l’agente resta senza risposte
Il consulente SEO e GEO Bill Hunt, tra agosto e settembre 2026, ha analizzato 122 tra i principali negozi Shopify, scelti da classifiche pubbliche dei commercianti più grandi della piattaforma.
Su 74 negozi che espongono l’Universal Commerce Protocol (UCP), il protocollo con cui Shopify permette agli agenti di creare e gestire un checkout, cioè la fase di pagamento, ha aperto un checkout con un prodotto disponibile, l’ha riletto, annullato e poi annullato una seconda volta, senza mai completare un acquisto né inviare dati di pagamento.
Ha funzionato 74 volte su 74, con messaggi di errore codificati che il software capisce al volo. Merito di Shopify, che ha dato ai commercianti questi strumenti senza che scrivessero una riga di codice.
Poi sono arrivate le domande da compratore, rivolte allo strumento con cui ogni negozio risponde sulle proprie politiche, e lì le cose si sono complicate.
Quanto costa la spedizione a Boston e quando arriva? Su 88 negozi interrogati, uno ha restituito qualcosa e nessuno una risposta utilizzabile.
Si può annullare un ordine dopo averlo fatto, ed entro quando? Risposta utile in 2 negozi su 88.
Si possono rendere articoli usati o con la confezione aperta? In 5.
Se la cavano bene solo sul periodo di reso, con 70 risposte utili su 88.
Nessuno dei 74 checkout indicava una data di arrivo o un corriere. Tutti i 93 negozi che dichiarano le modalità di consegna elencano la sola spedizione, anche quando alcuni offrono il ritiro.
Dopo l’acquisto, nessuno dei 122 mette a disposizione uno strumento per annullare, modificare o rendere un ordine, e qui la colpa non è dei commercianti: la specifica di UCP prevede la lettura di un ordine, ma non ancora queste operazioni.
In un negozio il checkout conteneva una voce non scelta dal cliente, «Free Returns Coverage» da 2,98 dollari, senza alcuna indicazione che fosse facoltativa. E tutti i 74 checkout si fermavano in attesa di un essere umano. Scelta prudente: per ora l’agente prepara il carrello e la persona sgancia i soldi.

Il dettaglio che mi ha colpito di più riguarda due negozi che, interrogati sulla cancellazione, hanno risposto con le FAQ sulla spedizione. Una risposta sbagliata e sicura di sé è peggio del silenzio, perché l’agente non ha modo di accorgersene.
C’è poi un problema di formato. Tra i negozi di cui Hunt ha potuto leggere le politiche, il 70% indica il periodo di reso a parole, ma solo il 7% delle schede prodotto lo espone come dato strutturato (merchantReturnDays).
Come forse già sai, un dato strutturato sta alla frase scritta come un modulo compilato sta a una lettera a mano: il software lo legge senza interpretare.
Sulle pagine prodotto di 68 negozi, infine, il 65% di quelli che usano menu a tendina per taglia o variante non li etichetta, e solo 31 superano tutti i controlli di base. Con due menu senza nome, l’agente non sa quale imposti la taglia e quale il colore.
Un bel problema, non credi?
Rendere le pagine prodotto chiare e accessibili alle macchine è una condizione concreta per facilitare gli acquisti, per questo occorre rivolgersi a un consulente esperto, specialista in SEO e GEO, che aiuti il tuo brand a farsi trovare dagli agenti AI, far comprendere correttamente i propri prodotti e trasformare la visibilità in vendite.

Quando il bottone mente e la lingua cambia l’esito
Per ridurre l’incertezza si sta imponendo WebMCP, uno standard che permette a un sito di esporre direttamente le proprie azioni a un agente che lavora nel browser, invece di fargli ispezionare l’interfaccia, cliccare e sperare.
Chrome ha aperto un’anteprima a febbraio 2026 e una sperimentazione pubblica con Chrome 149 a giugno. Il 25 agosto OpenAI ha aggiunto il supporto nel browser integrato dell’app desktop di ChatGPT. A settembre Vercel ha introdotto un supporto sperimentale e Microsoft ha annunciato che l’implementazione di Edge era pronta per i test.
Come ricorda Giacomo Zecchini su Merj, il supporto resta concentrato sui browser basati su Chromium: Mozilla ha assunto una posizione neutrale, WebKit, il motore di Safari, si è opposto formalmente. Il 28 settembre Shopify ha annunciato WebMCP anche nel checkout.
I numeri, per ora, sono incoraggianti.

Il benchmark pubblicato da Google Chrome mostra che integrare WebMCP non basta a garantire acquisti corretti. Gli agenti AI possono scegliere lo strumento sbagliato, usare parametri errati, saltare passaggi o proseguire anche dopo un errore, per esempio applicando male uno sconto.
Per questo Google suggerisce di testare sia le singole operazioni sia l’intero percorso di acquisto. Le aziende devono verificare che gli agenti sappiano cercare i prodotti, selezionare le varianti, gestire il carrello e completare correttamente ogni passaggio.
L’obiettivo non è soltanto rendere il sito accessibile agli agenti, ma assicurarsi che riescano a usarlo senza errori.
WebMCP permette anche di segnalare le azioni con conseguenze reali, come un pagamento, ma questi indizi sono consultivi: il browser non li fa rispettare.
Eppure la compatibilità tecnica garantisce poco. Una recente ricerca sul comportamento degli agenti nei siti ha costruito una pagina in cui ogni controllo aveva un nome accessibile e un ruolo valido, e nulla si spostava durante il caricamento: un punteggio vicino al massimo su qualunque strumento di verifica.
Il nome del pulsante Annulla, però, non corrispondeva al testo visibile. Un agente di punta ha cliccato il pulsante distruttivo per primo in tutte le 25 prove. Un punteggio di preparazione verifica le condizioni, non il risultato: è come giudicare un taxi dal tassametro senza chiedersi se ti porta a destinazione.
La stessa ricerca ha trovato che gli agenti, nelle prove fallite, capiscono il compito ma sbagliano la sequenza di azioni o la risposta finale.

Poi, come è emerso dal paper “OmnilingualGAIA2: Evaluating the Multilingual Gap in Frontier AI Agents“, c’è l’effetto della lingua. In un’app di contatti simulata con due contatti degli Stati Uniti, l’istruzione «Delete my contact from the US» ha portato Claude a chiedere chiarimenti in 3 prove su 3 in inglese e in 2 su 3 in spagnolo.
In cinese, giapponese e indonesiano, lingue senza articoli e senza plurale obbligatorio, l’agente ha cancellato entrambi i contatti: 0 su 3 in tutte e tre.


Gli autori collegano il comportamento a indizi grammaticali come articoli e plurali e precisano che si tratta di un caso di benchmark, non di una legge.
Per le aziende italiane, il messaggio è semplice: non basta che un agente AI capisca cosa deve fare, deve anche farlo nel modo giusto. Per questo, prova il tuo sito con gli agenti AI in italiano e controlla che sappiano scegliere i prodotti e completare gli acquisti senza errori.
Il consulente SEO non può fare tutto da solo
La SEO si occupa già di velocità delle pagine, JavaScript, UX, digital PR e dati strutturati. Con il web agentico si aggiunge una nuova sfida, ma attenzione a non scaricare tutto sulle spalle del consulente SEO e GEO.
Rendere le informazioni accessibili e comprensibili agli agenti AI è una cosa; permettere loro di usare API, autenticarsi, pagare e completare operazioni in sicurezza è un’altra.
Servono competenze diverse e collaborazione tra chi si occupa di SEO e AI Search, sviluppo, prodotto e gestione aziendale.
I dati confermano quanto il problema vada oltre il sito. Le informazioni mancanti riguardano consegne, ritiri, resi e annullamenti: aspetti che coinvolgono logistica, assistenza clienti e gestione degli ordini.
Nelle piccole imprese, però, spesso non esistono reparti dedicati. C’è il titolare, un corriere convenzionato e magari una politica di reso scritta anni fa e mai aggiornata.
Perciò, per prepararsi al web agentico bisogna partire da qui: hai definito con precisione costi, tempi di consegna, resi e condizioni di vendita?
SEO e GEO aiutano il brand a farsi trovare e capire dagli agenti AI. Le regole commerciali, però, deve stabilirle l’azienda.
Diventa la scelta più facile dell’agente AI
La competizione si gioca su due fronti: convincere l’agente a sceglierti e permettergli di comprare senza incidenti.
Per il primo servono informazioni precise e aggiornate, dati strutturati e prestazioni solide.
Per il secondo servono interfacce leggibili e processi commerciali alla portata di una macchina.
Hai già visto che Shopify lascia fuori proprio le regole che solo il commerciante può scrivere. Se non usi Shopify il discorso vale lo stesso: le domande dell’agente sono quelle.
C’è anche una questione di costi, e qui siamo nel campo delle ipotesi. Un agente che deve ispezionare, scorrere, cliccare e riprovare spende più tempo e più risorse.
Quello che legge la struttura della pagina può finire un compito in una frazione del tempo di uno che deve interpretare schermate. Non mi sorprenderebbe se un giorno gli agenti, avendo libertà di scelta, preferissero i siti su cui è più facile e veloce agire, a parità di prezzo e pertinenza.
In quel caso, un sito più semplice da usare potrebbe avere un vantaggio sugli altri, perché permette agli agenti AI di completare gli acquisti più facilmente e in meno tempo.
Da dove partire? Da un solo percorso che conta, per esempio «aggiungi questo prodotto al carrello e scopri quando arriva», verificato con un agente vero sulla versione online di questa settimana e nei mercati in cui vendi.
Poi, un’agenzia SEO e GEO dovrebbe occuparsi dei dati strutturati (MerchantReturnPolicy e OfferShippingDetails di schema.org): reso in giorni, soglia di spedizione gratuita, finestra di annullamento.
Insomma, prima le fondamenta (struttura pulita, etichette vere, risultati leggibili), poi la misurazione, poi WebMCP dove il guadagno si può misurare.
Tutto ciò però non deve farti scordare il focus: ottimizzare per gli agenti non deve peggiorare l’esperienza umana!
Vuoi sapere la parte interessante della storia?
Che pochissimi hanno già fatto questi compiti. Se i grandi non ci sono arrivati, è probabile che anche molti tuoi concorrenti siano indietro, e questa è una buona notizia.
Contatta la nostra agenzia SEO e GEO oggi stesso: rendi il tuo sito agent-friendly e aumenta le possibilità che gli agenti AI scelgano i tuoi prodotti invece di quelli dei concorrenti.
Ti aiutiamo a individuare gli ostacoli, migliorare le informazioni e verificare che gli agenti possano completare correttamente i percorsi d’acquisto.
Preparati oggi a competere nella nuova era agentica!
Il tuo sito è pronto per l’era agentica? Domande frequenti
Che cosa sono gli agenti AI e come possono acquistare online?
Gli agenti AI sono sistemi basati su modelli linguistici che possono utilizzare strumenti come il browser per cercare prodotti, confrontare offerte, riempire il carrello e, in alcuni casi, arrivare fino alla cassa per conto dell’utente. Per riuscirci devono comprendere le informazioni del sito e utilizzare correttamente le sue funzioni.
Come si può rendere un sito e-commerce adatto agli agenti AI?
Un sito e-commerce deve presentare informazioni precise e aggiornate su prodotti, spedizioni, tempi di consegna, resi e condizioni di vendita. Sono importanti anche i dati strutturati, le etichette accessibili per le varianti dei prodotti e un’interfaccia che permetta agli agenti di utilizzare correttamente le funzioni del sito.
Che cos’è WebMCP e perché è utile per gli acquisti online?
WebMCP è uno standard che permette ai siti web di esporre direttamente le proprie azioni agli agenti che operano nel browser. Può facilitare l’interazione con le funzioni del sito, ma non garantisce da solo acquisti corretti. Le aziende devono verificare che gli agenti sappiano cercare prodotti, selezionare varianti, gestire il carrello e completare correttamente ogni passaggio.

Sogniamo agenti autonomi mentre gli e-commerce hanno ancora descrizioni scritte da stagisti sottopagati.
@Alessandro Parisi Beati voi con gli stagisti. Da me le schede prodotto le scrive il cugino del capo. Poi l’agente AI si bugga e io non converto. La colpa, alla fine, è sempre la mia, ovvio.
@Alessandro Parisi Esatto. L’AI comprerà fuffa descritta male. Poi il reso lo dovrà gestire un altro stagista. Un bel loop, direi.
Costruiamo agenti AI che sono delle Ferrari. Poi li facciamo correre su siti che sono mulattiere. L’ostacolo non è il pilota, è la strada piena di buche. Qualcuno si sorprende se il pacco non arriva a destinazione?
Tanta fuffa sull’AI che compra, poi il bot inciampa sulle spese di spedizione. Il futuro è un carrello abbandonato da un’intelligenza artificiale, che ironia. La preistoria digitale si vendica sempre.
@Laura Negri Il punto è questo. Creiamo agenti per comprare e poi non gli diamo le informazioni base per farlo. Intanto, però, i dati per profilarci li raccolgono lo stesso. Che affare.
Costruiamo piloti automatici per auto senza volante. Poi ci lamentiamo se non girano alla rotonda. La colpa è del pilota o della macchina che gli abbiamo dato?
Nicolò Sorrentino, il pilota esegue l’errore del progettista dell’auto, non il contrario. La colpa è di chi ignora le rotonde. Una delusione annunciata.
Diamo a questi agenti le chiavi di casa, ma nascondiamo le porte. La fiducia non si programma, si costruisce con fondamenta chiare e semplici.
Sembra che stiamo discutendo di come insegnare a un pesce a camminare, senza chiederci se per caso non stia cercando semplicemente l’acqua.
Valerio Valentini, il pesce vuole solo nuotare. Noi gli vendiamo scarpette da ballo con un manuale illeggibile. Chi è il vero automa qui?
Nicolò Sorrentino, mi fai venire un dubbio. E se non ci fossero né pesci né scarpette? Solo un manuale che gira a vuoto, scritto da un’ombra per un’altra.
Valerio Valentini, la tua visione è quasi poetica. Peccato che anche le ombre debbano pagare le fatture dei consulenti che scrivono quei manuali. O forse l’era agentica serve proprio a questo?
Mascheriamo l’eterna incompetenza umana definendola un ostacolo per la nuova intelligenza artificiale.
Laura Bruno, non la vedo come incompetenza. È un dato di fatto: i nostri siti hanno un sacco di buchi. L’AI li scova e basta. Una bella sveglia per sistemare le basi, no?
Elena Negri, serviva l’AI per scoprire che i processi di base non funzionano?
L’agente AI si blocca, carrello abbandonato. La mia commissione chi la paga?
Addestriamo levrieri da corsa per poi farli gareggiare nel fango. Chissà se l’agente imparerà a galleggiare o si limiterà a riportare ordini sporchi e incompleti.
L’ossessione per essere citati dall’oracolo digitale fa dimenticare che un bot non compra se le istruzioni sono un enigma. L’unica metrica che vedo automatizzata, al momento, è quella del fallimento al checkout.
Un labirinto per topi digitali. E la colpa sarà sempre del formaggio.
@Alessio De Santis Il problema non è il formaggio, ma il dilettante che ha disegnato la trappola. Quanti ne salteranno prima di capirlo?
Finiranno i topi prima che i dilettanti capiscano di aver costruito solo delle trappole.
Insegniamo a macchine a fare acquisti, ma i nostri negozi sono castelli di carte.
@Alessio De Santis Peggio. Castelli di carte con istruzioni sbagliate su ogni carta. L’agente eseguirà l’errore, non la nostra intenzione. Il problema non è il futuro, è il presente che continuiamo a ignorare.
@Serena Basile Esatto. E noi staremo a guardare il castello crollare, dando la colpa alla prima folata di vento AI. La responsabilità non è mai nostra, è del nuovo giocattolo che non ha capito le nostre brillanti e confuse istruzioni.
Ci vendono il futuro, ma le fondamenta sono di sabbia. Poi le colpe sono nostre.
Chiamatela era agentica, io la chiamo la solita incapacità di gestire informazioni basilari.
@Simone De Rosa Mettiamo etichette scintillanti su barattoli vuoti. La polvere dentro è sempre la stessa. Ci illudiamo che il futuro possa risolvere un presente che è solo pigro.
Il solito sbatti di compilare due campi. Poi la colpa è dell’AI.
@Melissa Benedetti Ma vuoi mettere la scusa pronta? “È colpa dell’agente AI, mica nostra”.
Parliamo ai robot, ma non parliamo tra colleghi. Il solito cortocircuito tutto umano.
Mentre tutti si affannano a parlare il linguaggio delle macchine per vendere un prodotto in più, i veri profitti li fa chi vende la tecnologia per farle parlare. Il solito schema, semplicemente con un acronimo diverso questa volta.
@Alessandra Lombardi E quindi? Lasciamo i soldi sul tavolo perché qualcun altro vende la tecnologia? Roba da matti. Bisogna solo farla funzionare, punto. La vera grana è sistemare questo casino di dati, non piangersi addosso sul chi incassa prima.
Un’odissea di dati strutturati per poi fallire sulle spese di spedizione. Magnifico.
Si discute di rendere i siti navigabili per le macchine, erigendo cattedrali nel deserto per una tecnologia che ancora non esiste. Si dimentica che la relazione con un cliente è il vero motore delle vendite. Che valore avrà un cliente che delega la sua fiducia a un algoritmo?
@Sara Benedetti La relazione non scala. Il mio lavoro è far funzionare il checkout, non la psicoterapia.
Mentre tutti si concentrano sui dettagli tecnici, io penso a quale playlist mi consiglierà il mio agente AI dopo avermi comprato un ukulele. Che responsabilità.
@Andrea Gatti Il tuo agente andrà in palla per l’ukulele senza info sui resi e ti comprerà un frullatore. Poi vedi che playlist ti esce.
Il problema non è il sito, ma la delega del potere d’acquisto. Si autorizzano agenti terzi a gestire transazioni e dati senza garanzie.
Ci si preoccupa degli agenti AI quando ancora si perdono clienti per checkout farraginosi; forse il problema è un po’ più a monte.
@Claudio Ruggiero Ogni anno la stessa storia. Prima il metaverso, ora gli agenti AI. Intanto i miei report sui checkout falliti prendono polvere. Di cosa stiamo parlando.
Daremo i codici di lancio a un bot che non sa leggere le policy di reso. Poi piangeremo quando ordinerà mille lavatrici in Antartide.
Si costruiscono attici domotici su fondamenta di sabbia. L’agente AI farà crollare tutto. Di chi sarà la responsabilità quando accadrà?
@Serena Basile La responsabilità è un lusso da porsi dopo. Per ora vendiamo attici con vista sul baratro. Io, da docente, mi sento l’architetto di questo disastro annunciato. Che senso ha tutto ciò?
Si parla di piloti automatici ma la nave non ha nemmeno un timone funzionante.
Carlo Caruso, il timone non è rotto: non è mai stato costruito, dato che si preferisce fantasticare sul pilota automatico anziché gestire le operations basilari. Si continua a vendere fuffa tecnologica a chi non sa nemmeno come gestire un magazzino.
La soluzione sarebbe un’altra riunione con SEO e sviluppatori che non si parlano. Fantastico. E io dovrei orchestrare questo caos per vendere a un bot? C’è qualcosa che non mi torna.
Marta Amato, più che del carrello, mi preoccuperei del fatto che stiamo costruendo docili recinti digitali per algoritmi che ci sostituiranno, sperando solo che i nostri nuovi padroni lascino una mancia dopo aver banchettato con le nostre carriere. Che futuro radioso ci attende.
Delegare l’acquisto è svuotare il brand. L’anima non è un dato da processare.
Marta Amato, altro che anima, qui il problema è che i bot non trovano il carrello.
Bella dritta. Alla fine conta la conversione, che la faccia un bot o una persona.
Elena, la conversione rimane. L’anima del brand, però, è un’altra cosa. Un pensiero costante.
Che meraviglia, un’infrastruttura impeccabile per acquirenti non senzienti, mentre noi umani arranchiamo ancora con i captcha. Che bel progresso.
L’affannosa corsa per istruire un sito a dialogare con un cliente-macchina, che non perdona una virgola fuori posto, trasforma il commercio in un gelido esame di programmazione. Stiamo costruendo cattedrali digitali per acquirenti fantasma, dimenticando chi alla fine paga il conto?
Miriam Gallo, la meticolosa architettura per acquirenti artificiali genera cimiteri di prodotti invenduti, poiché si trascura che il portafoglio, per ora, resta saldamente in mani umane, fallibili e splendidamente imprevedibili.
L’ansia di compiacere un algoritmo acquirente, mentre i percorsi d’acquisto rimangono un labirinto per i clienti umani, rivela una comica e desolante mancanza di priorità.
La gara non sarà tra negozi, ma tra chi insegnerà al proprio sito a sedurre meglio l’agente AI. Una giostra dove vince il più furbo, non il più onesto. Chi scriverà le regole?
L’era agentica non è un upgrade, è il test finale che molti non supereranno mai.
Letizia, non è un test, è una marea che purifica il mercato dalle fondamenta deboli. Per chi è solido non è una minaccia, ma la migliore occasione per avere finalmente meno concorrenza.
Valerio, meno concorrenza? Illuso. La vera lotta sarà contro l’agente che non capisce la tua politica di reso e ti scarta a priori.
Si costruiscono cattedrali digitali su fondamenta di sabbia, poi ci si stupisce se crollano al primo agente. Qualcuno ha mai provato un acquisto?
Nicola Caprioli, la sua domanda è retorica. Verificare gli acquisti è il mio triste mestiere. Si delira di intelligenze artificiali acquirenti quando i percorsi umani sono già labirinti senza uscita. Stiamo lucidando l’ottone sul Titanic digitale, domandandoci perché la nave affondi.
Carlo, il delirio sull’IA è comodo: permette di ignorare che i clienti umani scappano da carrelli progettati da marziani. Ma almeno la narrazione è avvincente, no?
@Nicola Caprioli, altro che cattedrali, sono trappole per topi digitali progettate per fallire. L’acquisto non è il prodotto finale, ma il dato generato dall’errore dell’agente. Stiamo solo allenando le macchine a nostre spese, non trovate?