SERRA – Strategia e lancio digitale

Essere primi su Google non basta più per farsi scegliere dall’intelligenza artificiale

Scritto daMi chiamo Roberto Serra e mi occupo di SEO (Search Engine Optimization) e GEO (Generative Engine Optimization): lavoro sul posizionamento nei motori di ricerca, sulla visibilità nelle risposte generate dall'AI e sulle entità che la rendono possibile.

ChatGPT, Gemini e Perplexity possono influenzare gli acquisti anche senza portare utenti sui siti. Per essere consigliati, i marchi devono quindi curare le recensioni, ottenere citazioni su siti autorevoli e pubblicare dati originali

📌 TAKE AWAYS

  • Essere citati dall’intelligenza artificiale non basta per vendere. Gli agenti AI possono cercare prodotti, confrontare offerte e gestire il carrello, ma per completare un acquisto devono trovare informazioni affidabili e riuscire a utilizzare correttamente tutte le funzioni del sito.
  • Molti negozi online presentano ancora ostacoli concreti per gli agenti AI, tra cui carenze nelle informazioni su spedizioni, annullamenti e resi, oltre a problemi nell’uso dei dati strutturati. Anche un sito tecnicamente compatibile può portare a errori durante l’acquisto.
  • La preparazione al web agentico richiede informazioni chiare, test e competenze diverse. SEO, GEO, sviluppo e gestione aziendale devono collaborare per rendere il sito accessibile alle macchine e verificare che gli agenti sappiano completare i percorsi d’acquisto senza errori, mantenendo una buona esperienza anche per gli utenti umani.
Essere primi su Google non basta più per farsi consigliare da ChatGPT, Gemini e Perplexity. Servono un sito leggibile dalle macchine, recensioni, citazioni autorevoli e dati originali.

La GEO punta a trasformare la visibilità nelle risposte AI in risultati concreti, misurando le ricerche del marchio, le vendite e le conversioni.

Martedì scorso mi telefona Marco.

Vende macchine da caffè e tutto l’occorrente per prepararlo e ha la voce di chi ha visto un titolo allarmante e ci ha dormito sopra.

«Ho letto che l’intelligenza artificiale ora compra al posto della gente. Quindi mi faccio trovare da ChatGPT e poi devo convincere anche un robot?»

Gli dico che la domanda è buona, perché lo è. Poi gli ricordo dove eravamo sei mesi fa.

Marco era primo su Google per le sue parole chiave, un risultato da incorniciare. Ma se chiedevi a ChatGPT dove comprare una macchina da caffè professionale, ti snocciolava tre concorrenti e di lui nemmeno una riga.

Non ho fatto miracoli (e diffida di chi li promette, mi raccomando!)

Abbiamo riscritto le schede prodotto perché un’AI le capisse al volo, raccolto recensioni verificate, ottenuto menzioni su siti di settore, pubblicato qualche dato che nessun altro aveva.

Poi abbiamo aspettato. Sei mesi di lavoro noioso, di quello che non garantisce belle foto per i social.

Oggi, se fai la stessa domanda, il nome di Marco c’è.

Bravi noi, allora? Fino a un certo punto, perché Marco ha fiutato una cosa vera: la partita si è appena spostata. Ti racconto dove.

I posti per te sono sempre meno (e gli agenti AI sono sempre più pignoli)

Parto da un dato che potrebbe raffreddare il tuo entusiasmo. Secondo Adobe il 39% dei consumatori americani ha già usato l’AI per fare shopping, e Salesforce stima che l’AI abbia influenzato il 20% degli acquisti durante l’ultimo Black Friday e Cyber Monday.

Per ora l’AI non fa la spesa, fa la lista. Ti dice quali prodotti guardare, e la gente ci crede.

I numeri sono impressionanti. Nello studio di Growth Memo sull’AI Mode di Google, l’88% dei partecipanti ha preso la lista così com’era, il 64% non ha cliccato nulla e il 74% ha scelto il primo prodotto in classifica.

Kevin Indig su Growth Memo, 12 ottobre 2026
Growth Memo

Immagina un negozio con lo scaffale ridotto a quattro ripiani e un commesso bravissimo a indicare sempre il primo. Ora immagina che il commesso stia imparando anche a fare la cassa.

Succede già: Google, OpenAI, Shopify e altri stanno costruendo protocolli (si chiamano UCP e ACP) che permettono a un agente di rispondere a tre domande.

Cosa c’è in vendita? Posso comprarlo? Che fine ha fatto l’ordine? Shopify ha misurato un tasso di conversione doppio per i prodotti inseriti nel proprio catalogo.

Bada bene: un agente AI è il cliente più pignolo che tu possa immaginare. Non si lascia sedurre dal banner con lo sconto o da uno slogan sulla «magia del gusto». Legge per bene, in modo serio, senza farsi fregare da claim accattivanti.

Se il tuo feed prodotti ha campi vuoti, titoli generici e foto sgranate, per lui sei una vetrina con le luci spente. Per questo motivo insisto spesso sul fatto che tu debba rendere il tuo sito leggibile alle macchine. Non perché sono un nerd pieno di fissazioni e manie da tecnico, ma perché è l’equivalente digitale di tenere pulito il negozio.

Poi c’è la parte che nessuno mette nei titoli. La lista dei tre prodotti si costruisce con ciò che i clienti fanno dopo aver comprato: le recensioni che scrivono, i video che pubblicano, il tuo marchio che digitano in una barra di ricerca.

Ed è qui che la fidelizzazione smette di essere un capitolo a parte. Su 12.000 negozi analizzati da Gorgias, i clienti che tornano sono il 21% e portano il 44% del fatturato. In pratica, circa un cliente su cinque produce quasi la metà delle vendite.

Chi ti conosce per nome salta la fila, e lo conferma Growth Memo: la notorietà del marchio viene citata come segnale di fiducia nel 34% delle sessioni su AI Mode, contro il 23% della ricerca classica.

Kevin Indig su Growth Memo, 12 ottobre 2026
Growth Memo

Il punto è che la visibilità nell’AI è soltanto l’inizio, come scrive Kevin Indig.

Per trasformarla in vendite, devi curare tutta l’esperienza del cliente: aiutarlo a scegliere il prodotto giusto, offrirgli un acquisto semplice, accompagnarlo dopo la consegna e dargli buoni motivi per tornare.

Le recensioni, i video e le esperienze positive rafforzano la fiducia nel marchio e aumentano le possibilità che venga consigliato di nuovo dall’AI.

Chi parla di te quando tu non ci sei?

Se la lista si costruisce con ciò che il mondo dice di te, la domanda diventa chi lo dice e dove.

Muck Rack ha analizzato oltre 25 milioni di link citati da ChatGPT, Claude e Gemini in 17 settori.

E sai cosa ne è venuto fuori?

Che l’84% proviene da contenuti “guadagnati” (“earned”), cioè articoli, menzioni e contenuti editoriali indipendenti. Quelli a pagamento (adv compresi) valgono lo 0,3%.

Pensa che il solo giornalismo pesa il 27%!

Attenzione però, perché ogni piattaforma ha il suo carattere. Secondo Muck Rack, ChatGPT cita fonti nel 96% delle risposte ma ne usa in media cinque, Gemini cita nell’82% con una media di otto, Claude è il più selettivo (55% delle risposte) e quando cita arriva a 13.

La fonte preferita?

Wikipedia per ChatGPT, PubMed Central per Claude, Reddit per Gemini. Una strategia di digital PR tarata su una sola piattaforma è come un volantino lasciato in una sola buca delle lettere.

Ora il lato oscuro, che mi diverte e mi inquieta allo stesso tempo.

Metehan Yesilyurt, ricercatore di Peec AI, ha registrato un dominio nuovo e in un solo giorno ha generato 50.000 pagine di statistiche, tutte inventate. Costo: circa 30 dollari, più altri 20 per 15.000 articoli in forma di lista.

Google ha seppellito il sito in fretta.

Ma ChatGPT no!

In sette mesi il sito ha ricevuto oltre 10.000 sessioni da ChatGPT e ha attirato link da più di 330 domini, tra cui Shopify, DHL e Bluehost. Nell’ultimo mese Cloudflare ha registrato circa 72.000 visite di ChatGPT-User, l’agente che apre le pagine in tempo reale per rispondere a una persona. Numeri falsi, finiti in un articolo accademico e in una ricerca di investimento di una banca.

La lezione, per me, ha due facce. La prima è etica: non inventare mai un dato. Metehan Yesilyurt stesso lo dice, e ha ripetuto l’esperimento con statistiche vere e fonti controllate.

La seconda è pratica ed è una buona notizia per te. I modelli cercano numeri perché un numero riempie un buco in una frase, e non verificano nulla perché sarebbe troppo lento e costoso. Chi pubblica dati veri, con la fonte e l’anno accanto a ogni cifra, offre alle macchine esattamente ciò che cercano e agli esseri umani ciò di cui possono fidarsi.

E c’è un’opportunità che da noi pochi sfruttano. In molte nicchie italiane i dati originali non esistono.

Un sondaggio su cento tuoi clienti, i numeri aggregati delle tue vendite, un confronto tra prodotti misurato davvero: costano poco e ti fanno diventare la fonte primaria, quella che gli altri citano.

Conta le cose giuste, non quelle facili

Per vent’anni abbiamo misurato la SEO con posizioni e click perché erano “facili” da contare. Ora che le risposte arrivano senza una visita al sito, però la musica è cambiata.

L’AI è probabilistica e l’attribuzione confusa, quindi ogni misura è più precisa che accurata. Sembra un dettaglio di poco conto, ma ha una conseguenza: smettila di cercare il numero perfetto, come dice Francine Monahan su iPullRank.

Per esperienza mi sembra che siamo pieni di dati e misurazioni ma li usiamo poco per prendere decisioni, come chi compra una cyclette per appenderci i vestiti.

A questo proposito, Adobe suggerisce una famiglia di indicatori: presenza del marchio nelle risposte AI, citazioni, quota di voce rispetto ai concorrenti, sentiment e correttezza di ciò che viene detto, traffico da AI e ricavi.

Il punto, mi pare, è che una citazione vale poco se descrive male il tuo prodotto o arriva a persone che non compreranno mai.

Con Marco, il giorno zero abbiamo posto le stesse domande a ChatGPT, Perplexity e Gemini, annotando le risposte su un foglio. Quell’appunto è stato il nostro punto di partenza, poi sei mesi dopo abbiamo ripetuto il test e confrontato i nuovi risultati con quelli iniziali.

Ai miei clienti consiglio sempre di darsi un obiettivo preciso (più margine? clienti migliori? meno dipendenza dalle inserzioni a pagamento?) e scegliere pochi indicatori che lo riflettono.

Perché va bene essere citati e menzionati dalle AI, lavorare sulla reputazione del brand a lungo termine, ma il risultato, ovvero vendite e conversioni, non deve mai passare in secondo piano nel lavoro di un’agenzia SEO e GEO.

Devi capire se un tuo intervento ha spostato qualcosa

Ok, ma come si misura, in pratica, la presenza in un mondo dove ogni risposta cambia da una volta all’altra?

Dan Petrovic, esperto SEO di Dejan, ha spiegato perché il suo gruppo non fa prompt tracking.

Un utente può chiedere «dove compro scarpe da corsa» in infiniti modi, ma l’intento centrale è uno solo. Inseguire tutte le varianti, con tanto di età, città e storia dell’utente, è per lui un esercizio di fantasia, perché quelle condizioni reali non le potrai mai riprodurre.

Il suo metodo è apparentemente semplice. Per ogni argomento centrale si usa un solo prompt, sempre identico, inviato ai modelli di Google, OpenAI e Anthropic con la ricerca web attiva, e si registra quali marchi vengono nominati, in che ordine e quali pagine vengono citate.

Si ripete anche con la ricerca spenta, così si capisce cosa il modello sa del mercato per addestramento e cosa trova cercando. E si ripete molte volte perché una risposta sola è un campione, non un verdetto.

Petrovic dichiara onestamente che tutto questo non è la realtà delle ricerche. Serve a confrontare i risultati nel tempo e a capire se un tuo intervento ha spostato qualcosa.

Per un’azienda piccola significa dieci domande sui tuoi temi più redditizi, sempre uguali, ripetute ogni mese e annotate. Le varianti libere non vanno buttate: servono, dice lo stesso Petrovic, a scoprire fonti e idee per nuovi contenuti. Il righello però deve restare quello.

Tre indizi fanno una prova: cosa misurare quando il click sparisce

Resta il nodo vero: come colleghi tutto questo alle vendite?

La risposta onesta è che con un solo numero non puoi.

Le ricerche senza click sono salite dal 60,45% del 2024 al 68,01% di inizio 2026, come registrano SparkToro e Similarweb, e solo circa un terzo delle ricerche produce una visita.

Kevin Indig e Amanda Johnson propongono di combinare tre famiglie di segnali: esposizione (menzioni e citazioni), comportamento (ricerche del marchio, visite dirette, discussioni) e risultati (conversioni).

Quando si muovono insieme, la fiducia cresce. Quando divergono, ti indicano dove guardare.

Se le ricerche del tuo marchio salgono e le vendite no, hai un problema di pagine e offerta. Se le menzioni crescono e le ricerche restano ferme, le tue citazioni non arrivano a chi compra.

E qui la mia idea, a costo di sembrare di parte: la misura più onesta oggi è la GEO, intesa come lavoro su due fronti, quello tecnico e quello delle terze parti. Cioè ciò che sta sul tuo sito e ciò che sta fuori. On site e off site.

On site significa rendere il tuo sito leggibile e citabile da chi non è umano. Contenuti strutturati, dati chiari, risposte dirette alle domande che i clienti fanno davvero, markup corretto, pagine che un motore generativo può leggere senza fraintendere. Qui hai il controllo totale, ed è la parte più facile da verificare: o il sistema ti legge e ti cita, o non lo fa.

Off site significa ciò che gli altri dicono di te. I modelli non si fidano di quello che racconti su te stesso: pesano recensioni, articoli, confronti, discussioni, directory di settore, menzioni su siti che considerano autorevoli. Sono le terze parti a decidere se vieni nominato e come, come ci ha detto anche Jason Barnard in SEO Confidential. E qui sta la parte scomoda: non puoi ottimizzarla con un ritocco al template. Devi meritarla.

Infografica su GEO on-site e off-site realizzata con Nano Banana di Gemini

Nessuno di questi numeri, da solo, ti dice quante vendite hai generato.

La GEO ti dice se e come i motori ti nominano. Le ricerche del tuo marchio e le visite dirette dicono se i clienti ti hanno notato. Le conversioni dicono se poi ti hanno scelto. Solo insieme raccontano la storia intera, come è emerso dalla nostra chiacchierata con l’esperto di AI Search Dixon Jones.

È qui che entra in gioco il consulente SEO e GEO: collega questi segnali per capire cosa funziona, dove intervenire e come trasformare la visibilità in risultati concreti.

Non è una misura perfetta, ma è la più onesta che abbiamo, perché non finge di vedere ciò che non si vede.

Parlare alle macchine senza dimenticare i clienti reali

Ma quindi, per tornare all’inizio dell’editoriale, cosa ho risposto a Marco quando mi ha chiesto: «Se l’AI comincia a comprare al posto della gente, come posso convincere i robot?»

Gli ho risposto più o meno così. Il robot non va convinto con le parole, va messo in condizione di capire: dati ordinati, schede chiare, disponibilità e ordini leggibili.

L’essere umano, quello che si fida della lista, va convinto dal mondo che parla di te: recensioni, menzioni, dati tuoi che altri citano. E il cliente che torna va trattato come il patrimonio che è.

Le cose che un concorrente può copiare in un pomeriggio (feed, protocolli, un quiz sul sito) sono il minimo per sedersi al tavolo. Quelle che non può copiare sono le recensioni accumulate in anni, le relazioni con chi parla del tuo settore, i dati che hai solo tu, il nome che la gente scrive di sua iniziativa.

Prima pareggi i conti con la parte copiabile, poi investi tutto sul resto.

Marco mi ha salutato dicendo «allora abbiamo ancora molto lavoro da fare».

Sì. Il nostro nome ormai i motori AI lo consigliano, e non era scontato. Ma la partita è cambiata mentre la giocavamo: adesso la sfida è farci scegliere da agenti che compreranno al posto delle persone.

Quelli non si lasciano convincere dalle parole, vanno messi in condizione di capire.

Si comincia da lì.

Se vuoi lavorare anche tu in questa direzione, contatta la nostra agenzia SEO e GEO.


Essere primi su Google non basta più per farsi scegliere dall’AI: domande frequenti

Perché essere primi su Google non basta più per farsi scegliere dall’intelligenza artificiale?

ChatGPT, Gemini e Perplexity possono influenzare gli acquisti anche senza generare clic verso i siti. Per aumentare le possibilità di essere consigliati, le aziende devono rendere i prodotti comprensibili alle macchine, curare le recensioni, ottenere menzioni su siti autorevoli e offrire un’esperienza d’acquisto positiva.

Come può un’azienda aumentare la propria visibilità nelle risposte dell’intelligenza artificiale?

Un’azienda può migliorare la propria visibilità rendendo il sito e le schede prodotto leggibili dalle macchine, raccogliendo recensioni verificate, ottenendo citazioni su siti autorevoli e pubblicando dati originali, verificabili e accompagnati da fonti e date. È importante anche monitorare come il marchio viene presentato nelle risposte AI.

Come si misurano i risultati della GEO?

Per misurare i risultati della GEO è utile combinare tre gruppi di indicatori: l’esposizione del marchio nelle risposte AI, il comportamento degli utenti attraverso ricerche del brand e visite dirette, e i risultati aziendali, come vendite e conversioni. Confrontare questi segnali nel tempo aiuta a valutare l’efficacia degli interventi e a individuare le aree da migliorare.

L'autore

Roberto Serra

Mi chiamo Roberto Serra e mi occupo di SEO (Search Engine Optimization) e GEO (Generative Engine Optimization): lavoro sul posizionamento nei motori di ricerca, sulla visibilità nelle risposte generate dall'AI e sulle entità che la rendono possibile.

2 commenti su “Essere primi su Google non basta più per farsi scegliere dall’intelligenza artificiale”

  1. In pratica, dopo aver costruito la casa sull’autostrada dell’informazione, ora dobbiamo lucidare la maniglia per un ispettore robotico pignolo. Ma questo ispettore sa distinguere una crepa strutturale da una macchia di polvere o boccerà tutti per un nonnulla?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ricevi i migliori aggiornamenti su SEO

Già +6.200 professionisti iscritti · una mail a settimana, zero spam
✦ Iniziamo

Mercato, richieste e concorrenti. Scopri le potenzialità del tuo business. Dati alla mano.

Qui è dove ha inizio il tuo lancio digitale.