La GEO aiuta marchi e prodotti a entrare nelle risposte generate dall’AI e a farsi trovare dai potenziali clienti. Il traffico, però, va misurato a parte: visibilità e conversioni sono due cose diverse
📌 TAKE AWAYS
La GEO aiuta le aziende a comparire nelle risposte generate dall’intelligenza artificiale, ma essere citati non significa necessariamente ottenere visite e vendite.
Ecco come migliorare la visibilità con interventi concreti sul sito e misurare i risultati senza confondere notorietà, traffico e conversioni.
Ormai mi capita di continuo: faccio una domanda all’assistente, leggo la risposta, annuisco e chiudo. Nessun sito aperto.
Io, che di mestiere passo le giornate a guardare pagine web, mi comporto come un pendolare che legge solo i titoli dei giornali. Se lo faccio io, figurati i tuoi clienti.
Me l’ha ricordato una telefonata di pochi giorni fa. Dall’altra parte c’era un cliente storico, che lavora con me da anni, ma che accoglie ogni novità come una verifica fiscale.
Vende online attrezzature professionali per panifici, ha tenuto il fax acceso fino all’ultimo e da anni è primo su Google per le sue ricerche principali, una posizione che espone come un trofeo sul caminetto. Mi ha detto: «Senti, ma questa GEO ci serve o no? Ne parlano tutti, non capisco se è una cosa seria o l’ennesima moda».
Domanda giusta, e il suo scetticismo lo capisco. In parte lo condivido: se non fossi diffidente anche io, farei male questo lavoro. La risposta onesta è un po’ articolata, e per spiegartela parto da sei mesi fa.
Quando abbiamo iniziato chiedevamo a ChatGPT, Perplexity e Gemini quale impastatrice scegliere per un forno artigianale, e la sua azienda era un fantasma. I concorrenti venivano citati a raffica, lui mai.
Primo su Google, invisibile per le macchine che rispondono.
Le cause erano banali, come spesso succede quando i problemi sono seri: alcuni crawler (i programmi che visitano i siti per conto dei motori) venivano respinti all’ingresso, le caratteristiche dei prodotti comparivano solo dopo che JavaScript le caricava, e le schede parlavano di «qualità superiore» senza indicare una misura.
Quando gli ho proposto di intervenire ha storto il naso.
Ci siamo messi al lavoro lo stesso, con una regola sua e mia: piccoli passi, ciascuno da verificare prima del successivo. Abbiamo sistemato un punto alla volta, in mesi, e oggi viene nominato dalle AI.
Nessun miracolo: ho tolto gli ostacoli, e il tempo ha fatto il resto. Ma lui voleva sapere se tutta questa fatica valesse il costo, e quella domanda la lascio aperta fino all’ultima riga, perché merita dati e non slogan.
Cosa intendiamo quando parliamo di GEO
Chiamo GEO (Generative Engine Optimization) il lavoro che serve a far entrare contenuti, marchio e prodotti dentro le risposte generate dall’intelligenza artificiale.
A mio avviso non è una disciplina a sé. È un mix di SEO, reputazione e cura dei dati, e chi te la vende come una scienza nuova di zecca ti sta vendendo solo una bella confezione.
Se vuoi approfondire il tema ti ricordo che ho scritto una guida molto articolata e precisa sulla GEO!
Per capire meglio scomponiamo la questione in tre domande.
La prima è se ti leggono.
La seconda è se ti nominano.
La terza è se ti scelgono.
Sulla prima c’è un dettaglio che ha cambiato il mio modo di scrivere. Quando un utente fa una domanda a un assistente, il sistema la spezza in molte ricerche parallele, pesca frammenti da un indice e chiede a un modello di ricucirli in una risposta.
Quindi non basta presidiare una parola chiave: devi prevedere le domande che le gravitano attorno, anche quelle che l’utente non ha formulato.
E poiché il modello pesca frammenti e non pagine, un paragrafo che ha senso solo dopo il precedente è un pezzo di puzzle senza il suo disegno. Io scrivo blocchi che stanno in piedi da soli: una definizione, una procedura, un confronto in tabella.
La seconda domanda riguarda la menzione. Un assistente che consiglia il tuo marchio senza linkarlo vale comunque qualcosa, perché il nome resta in testa a chi legge.
La terza è la più recente: gli agenti AI che acquistano al posto nostro, confrontano prezzi, controllano la disponibilità e in certi casi completano l’ordine. Ma su questo ci torniamo più avanti.
C’è chi dice no (alla GEO)
Ma perché molti personaggi autorevoli, anche esperti SEO di lunga data, sono scettici e considerano la GEO un’arma di distrazione di massa?
Uno degli articoli più interessanti che raccoglie alcuni dubbi sulla disciplina, l’ha scritto Marie Haynes e si intitola “GEO is a distraction“.
Haynes ha analizzato dodici mesi di dati GA4 (Google Analytics 4, lo strumento che misura le visite ai siti) su 100 siti di dimensioni diverse, per oltre 145 milioni di sessioni.
E sai che è saltato fuori?
Che le sessioni da ChatGPT valgono lo 0,62% di quelle generate da Google organico! (Includendo gli altri assistenti si arriva allo 0,73%).
Sulle conversioni il campione si restringe: solo 55 siti su 100 le tracciavano in GA4.
Su questi, i visitatori di ChatGPT convertono molto meglio (13,8% contro il 3,02% di Google organico, più di 4,5 volte). Eppure Google organico genera il 96,5% delle conversioni dei canali analizzati, circa 27 volte quelle di tutti gli assistenti messi insieme (964 contro 36).

Insomma, gli assistenti AI sembrano ancora lontani dal superare e rimpiazzare Google… ma per quanto tempo ancora?
Secondo Marie Haynes, l’AI che porta clienti oggi non è ChatGPT ma quella dentro Google, cioè AI Overviews, AI Mode e un sistema di ranking in gran parte guidato dal deep learning.
La sua indicazione però non è “non fare niente”: è smettere di inseguire le citazioni su ChatGPT, curare la soddisfazione degli utenti più dell’ottimizzazione per le macchine e prepararsi al web agentico (Universal Cart, UCP, WebMCP e occhiali intelligenti, per citare le innovazioni più importanti).
Sui numeri non ho niente da contestare. Aggiungo un dato dello stesso studio che trovo più istruttivo del resto: su 100 siti campionati a caso, 45 non tracciavano alcun evento chiave in GA4.
Quasi la metà non misurava ordini o richieste con lo strumento che avrebbe dovuto dirglielo, e senza quel dato non si può dire da dove arrivino, giusto?
Per questo, ci tengo a dirti una cosa: prima di chiederti se la GEO funziona, controlla di poter vedere cosa effettivamente funziona.

Perché questi numeri non chiudono la partita…
A mio parere c’è un limite nell’analisi di Haynes: misura i click.
Intendiamoci, non è l’unica a farlo.
Nella stessa settimana inoltre sono usciti altri due studi nella stessa direzione. SEO Works ha trovato che il traffico organico vale circa 39 volte quello degli assistenti AI, e circa 30 volte in conversioni.
Kevin Indig, con 632 test su 12 siti, non è riuscito a stabilire un legame affidabile tra visibilità AI e ricerche del marchio o traffico diretto.

Rand Fishkin, come sai, è da sempre molto critico con i nuovi acronimi relativi all’AI Search, che essi siano GEO, AEO, LLMO e chissà che altri. E allora?
La GEO è davvero una distrazione, come sostiene Marie Haynes?
Dobbiamo tornare a prendere decisioni esclusivamente badando a ciò che genera click?
Io credo fermamente di no.
Haynes misura i click, ma nei motori AI il valore sta nella menzione, che spesso arriva prima della visita.
D’altronde la GEO non serve proprio a questo?
A farti scegliere dove si decidono ricerche, conversioni e vendite.
Pensa a quando chiedi a un amico quale ristorante scegliere: non fai click su nulla, ti fidi e ci vai. Con le AI succede lo stesso: se ti nominano nella risposta, il cliente si ricorda di te e ti cerca dopo, magari su Google, e quella visita non verrà mai attribuita all’assistente.
Mike King di iPullRank ha risposto ai “negazionisti” della GEO con un argomento che trovo difficile da liquidare. Non contesta i numeri e concorda perfino sul fatto che la GEO intesa come trucchetti (schema, llms.txt, “scrivere per i robot”) possa essere una distrazione.
Contesta però la conclusione, che chiama un errore di categoria: questi studi misurano un canale di brand con un metro da canale di performance. È come giudicare uno spot televisivo dal numero di click e concludere che la televisione non serve.
Il suo ragionamento è questo. Chi conversa con un assistente non cerca una lista di indirizzi, cerca una risposta, e il sistema fa da solo il confronto che prima toccava all’utente. Il valore si sposta dalla visita alla menzione.
I dati sul comportamento vanno in quella direzione: secondo Semrush le sessioni senza click sono circa il 34% senza AI Overview, il 43% con, il 93% in AI Mode.

In pratica, più l’interfaccia è conversazionale, meno la gente va altrove. Quindi pochi rinvii sono il risultato atteso, non la prova che il canale non funziona.

King dà poi tre ragioni per cui anche il dato sul traffico è sottostimato. Una parte delle visite da assistenti arriva senza referrer (ovvero l’informazione che indica da quale sito proviene una visita) e finisce in “direct”, cioè il traffico di cui non è identificabile la fonte di provenienza (Indig stima addirittura circa il 70%!).
Bada bene: i click da AI Overviews e AI Mode portano un referrer Google e vengono contati come organico. E molte menzioni non hanno nessun link da cliccare.
Secondo Mike King, il test di Indig è troppo debole però. Indig non aveva trovato un legame tra l’essere citati dalle AI e il fatto che poi le persone cerchino il nome dell’azienda o scrivano il suo indirizzo nel browser.
Ma il test durava un mese, escludeva le homepage e riguardava pochi marchi. Nei singoli siti, dice King, le visite dirette salgono circa tre settimane dopo la visibilità nelle AI.
Per onestà intellettuale, va detto che le sue prove migliori sono sondaggi auto-dichiarati e finanziati da vendor, come lui stesso ammette.
Però il punto di metodo regge: l’assenza di un segnale in un report di referral non dimostra l’assenza di un effetto. Nessuno ha mai attribuito con precisione un cartellone o un articolo di giornale, eppure nessuno li considera una distrazione.
A meno che il cartellone pubblicitario non contenga immagini di persone in abiti succinti, allora sì che può essere una distrazione, specie al volante (non parlo per esperienza personale…)!
Chi vede il tuo marchio non clicca, ma si ricorda di te
Lo studio di Similarweb “The Downstream Impact of AI Visibility” prova a misurare proprio questo effetto: chi vede un marchio in una risposta non è obbligato a cliccare, ma può cercarti su Google il giorno dopo, o ricordarsi di te nella vita reale (o virtuale…).
Per capirlo, i ricercatori hanno usato un panel di navigazione, cioè un gruppo di utenti di cui si vede, passo dopo passo, dove vanno sul web. Hanno guardato tre settori (finanza, viaggi, bellezza) e hanno confrontato chi aveva visto un marchio raccomandato dall’AI con chi no.
Il risultato: i marchi citati ricevono più visite dirette e più ricerche del proprio nome. Dopo una raccomandazione AI, la probabilità di visitare il sito di American Express sale del 7,2%, quella di Capital One del 14,2%. Tra chi è stato influenzato dall’AI, inoltre, la ricerca su Google scende di circa il 15% e cresce il traffico diretto: più persone scrivono l’indirizzo del sito direttamente nel browser.
Ora però arriva la parte che di solito non ti raccontano. Quei dati, come giustamente ha osservato Rand Fishkin di SparkToro, riguardano marchi giganti (Sephora, American Express, Capital One) e una finestra di soli sette giorni.
Per questo, viene da chiedersi: quelle persone sarebbero arrivate sul sito comunque?
Vale anche per un’impresa sconosciuta?
Pesa più o meno di un primo posto su Google?
Anche il titolo del rapporto, secondo cui l’AI «possiede» l’inizio del percorso d’acquisto, va preso con cautela: nasce da un sondaggio in cui le persone dicono che l’AI le aiuta di più a scoprire nuovi marchi, mentre i motori di ricerca tradizionali risultano usati circa cento volte di più.
Il rischio opposto è altrettanto reale, e lo vedo spesso: attribuire all’AI ogni aumento di ricerche del tuo nome, quando magari c’era di mezzo una campagna pubblicitaria, un articolo uscito bene o il semplice passaparola.
Per questo diffido di chi ti mostra un grafico con la visibilità in salita e conclude «funziona».
Una pagina può essere recuperata, citata o addirittura raccomandata, e sono tre cose diverse. Nessuna ti garantisce che qualcuno compri.
Ti dico cosa faccio io. Nel modulo di contatto o di ordine aggiungi un campo libero, «Come ci hai conosciuti?». Le risposte leggile con un po’ di scetticismo, ma ti diranno più di tanti tool che ti promettono analisi fantascientifiche alla “Minority Report”.
Se vuoi un metodo ancora più rigoroso, puoi seguire il consiglio di Aleyda Solis: parti da un archivio di 30-50 domande reali dei tuoi clienti e ripeti ciascuna da tre a cinque volte nell’arco di 24-72 ore, perché, come sai bene, le risposte delle AI cambiano da una prova all’altra.
Dopo ogni intervento rifai gli stessi test e confronta i risultati, probabilmente ne vedrai delle belle…
Cosa faccio io (GEO o non GEO)
Questa è la parte più concreta della storia, quella che ho fatto con il mio cliente.
Se sei diffidente come lui, ti piacerà.
Una cosa a cui tengo molto: quasi tutto ciò che segue migliora il sito anche se la GEO si rivelasse un fuoco di paglia, perciò nel dubbio prenderei appunti.
Si comincia dai crawler. Decidi quali far entrare e valuta bene le conseguenze di un blocco: chiudere la porta a tutti per paura può farti sparire dalle risposte.
Poi c’è il rendering JavaScript: se i tuoi contenuti compaiono solo dopo che uno script li ha caricati, per alcuni bot la pagina è vuota.
Il terzo capitolo riguarda i feed e i dati strutturati, cioè le schede in formato leggibile dalle macchine. Nell’e-commerce devono essere completi, con prezzo, disponibilità, varianti.
Ultimo, le descrizioni: ho tolto gli aggettivi da brochure e ho messo materiali, dimensioni, situazioni d’uso e problemi che il prodotto risolve.
«Impastatrice professionale di altissima qualità» non dice niente. «Vasca da 40 litri, adatta a 25 chili di impasto» è un’informazione che un assistente può usare, e che un cliente in carne e ossa apprezza altrettanto.
Per i contenuti, parlo a un segmento preciso. Un testo rivolto a «tutti i panificatori» non risponde a nessuno. Uno sui problemi di un laboratorio con tre dipendenti risponde a qualcuno, come è emerso chiaramente anche dalla chiacchierata che abbiamo fatto con l’esperto di AI Search Joshua Squires.
Poi c’è un esercizio banale che ripeto ogni mese.
Faccio agli assistenti le domande che farebbe un cliente, annoto come descrivono me e i concorrenti, e divido i risultati per categoria, perché puoi comparire spesso in una e mai in un’altra.
Se trovo un dato sbagliato su di te, cerco da dove arriva: il tuo sito, una scheda su un marketplace, una directory di settore, una recensione. Correggo la fonte, non la risposta.
Quello del consulente SEO e GEO è un lavoro da artigiano, non da prestigiatore.
Una cosa va sempre ricordata: i motori di risposta basati sull’AI, per trovare le fonti, usano spesso i motori di ricerca. Quindi, se rovini il tuo posizionamento con tattiche aggressive, rovini anche le tue possibilità di essere citato.
Chi si brucia su Google, di norma, scompare anche dalle risposte dell’AI.
Insomma, la SEO non è roba vecchia da accantonare: è il terreno su cui costruisci tutto il resto. Se il terreno cede, la casa viene giù con lui.
Fiducia in cambio di visibilità? Un cattivo affare
Finora ho parlato delle buone pratiche, ora ti parlo delle cose da evitare.
Preparati quindi, perché qui arriva la parte più polemica.
Ho visto aziende pubblicare pagine che le inseriscono tra «le migliori» del proprio settore, scritte da loro stesse. All’inizio qualche citazione arriva. Poi lo fanno tutti, e una tattica che funziona diventa, quando la usano in molti, il segnale più chiaro di manipolazione.
Lo stesso vale per i confronti in serie, con testi quasi identici e differenze di facciata. Meglio pochi confronti basati su informazioni originali e criteri dichiarati. Peggio ancora le discussioni pilotate su Reddit e LinkedIn, Dio ce ne scampi!
Ti ho parlato in altri articoli di prompt injection, recensioni fabbricate, segnali di comunità costruiti a tavolino e citazioni truccate: possono dare un miglioramento rapido, ma barattano fiducia durevole con visibilità che può rivoltarsi contro di te.
È come fare il pieno con una carta di credito che qualcuno, un giorno, deciderà di bloccare.
Anche i titoli in forma di domanda, adottati in blocco (che suonano forzati) perché «tanto la gente chiede ai chatbot», sono un riflesso condizionato. I testi devono essere chiari per le macchine, ma devono restare naturali per chi legge.
La mia alternativa è meno vistosa ma più efficace nel lungo periodo: dimostrare, non dichiarare.
In soldoni, se vuoi che un’AI raccomandi la tua azienda, documenta risultati, premi, riconoscimenti indipendenti e casi concreti. Sono affermazioni che chiunque può verificare, e che gli altri possono ripetere senza che tu li spinga.
Quando a comprare sarà un agente AI
Per adesso abbiamo parlato di persone che leggono le risposte di un’AI.
Ma c’è un secondo scenario, e potrebbe pesare ancora più del primo: quello in cui a scegliere non sei tu, ma un agente.
Che cos’è?
Pensalo come un assistente personale digitale. Non si ferma a darti un consiglio, si rimbocca le maniche e agisce per conto tuo.
Gli scrivi «trovami un’impastatrice da 40 litri entro mille euro, consegna in una settimana» e lui si mette al lavoro: confronta i negozi, controlla prezzi e disponibilità e, in certi casi, chiude pure l’acquisto.
Tu non vedi nemmeno una scheda prodotto. E il tuo sito, per il cliente, potrebbe non comparire mai.
Su questo fronte si stanno muovendo diverse cose, (ne abbiamo discusso con Jason Barnard su SEO Confidential) e conviene conoscerne almeno i nomi.
Te ne sto parlando da mesi, per cui, se mi leggi, dovrebbero suonarti familiari, mi riferisco a:
- Universal Cart di Google, una specie di carrello universale, dove il Merchant Center (lo strumento con cui carichi il tuo catalogo prodotti) fa da chiave d’ingresso;
- Universal Commerce Protocol, un protocollo pensato per gli acquisti fatti dagli agenti;
- WebMCP, che mette a disposizione degli agenti le funzioni del tuo sito, così possono usarlo senza passare dalle pagine;
- Gli occhiali intelligenti con Android XR, con cui un acquisto può partire da ciò che stai guardando.
Per un agente AI le regole sono le regole. C’è poco da discutere.
Se non capisce con certezza che cosa vendi, in quale quantità, a che prezzo e se è disponibile, passa al concorrente. Senza pensarci due volte. Anche se la tua SEO è impeccabile.
Per questo il feed di prodotto, cioè l’elenco dei tuoi articoli in un formato che le macchine leggono al volo, è diventato il vero biglietto da visita davanti all’agente. Io lo tratto come un prodotto a sé, non come un compitino da sbrigare.
Per orientarmi lo divido in tre tappe: farsi trovare, farsi capire, farsi usare.
- Nella prima, il tuo contenuto viene recuperato.
- Nella seconda, i fatti sono ordinati, collegati e senza ambiguità.
- Nella terza, l’agente porta a termine un’azione usando i tuoi dati.
Oggi quasi tutti si fermano alla prima. Il mio consiglio, però, è di andarci cauto: sperimenta, ma senza stravolgere il negozio. Gli standard cambieranno e nessuno sa quando la gente delegherà davvero acquisti e pagamenti a un agente.
Vuoi essere consigliato dalle AI? Devi meritartelo!
Torno al mio cliente giustamente diffidente e alla sua domanda: questa famigerata GEO ci serve o no?
Ebbene sì!
Per citare l’esperto SEO Rich Tatum:
“La GEO è semplicemente ciò che la SEO voleva diventare crescendo“.
Rich Tatum, Director of Organic Search di Truth Tree
Ma bada bene, la GEO non deve rivelarsi una corsa alle citazioni, buona solo a gonfiare l’ego.
Serve come disciplina da misurare con rigore, con aspettative proporzionate al traffico reale (che almeno per oggi, è ancora limitato).
I dati suggeriscono che l’effetto più grosso possa essere sulla notorietà, cioè su quanta gente si ricorda di te, più che sui click. Ma quanto sia grande, per chi e in quali settori, nessuno lo sa ancora.
Quindi al mio cliente ho detto quello che dico anche a te: non stravolgere il tuo business!
Parti da ciò che puoi sistemare senza rimpianti, comunque andrà: un sito che le macchine riescono a leggere, un feed prodotti completo, descrizioni vere e il tracciamento delle conversioni, così sai da dove arrivano gli ordini.
Se ti riconosci nella storia del mio cliente, si parte sempre dallo stesso punto: una fotografia sincera di come i motori AI parlano di te oggi. È il primo passo dei nostri percorsi GEO, e serve a capire se c’è qualcosa da correggere o se puoi startene tranquillo.
In ogni caso sai dove sei, e già questo è più di quanto sappiano molti dei tuoi concorrenti.
Perché il tuo lavoro non è trovare la scorciatoia per farti citare da un’AI. È creare le condizioni perché la tua azienda meriti di essere raccomandata.
Vuoi sapere come ti vedono oggi ChatGPT, Gemini e gli altri?
Scrivici: la nostra agenzia SEO e GEO ti prepara la fotografia di partenza e ti dice, senza giri di parole, cosa è meglio per il tuo business.
La GEO ci serve o no? Domande frequenti
Che cos’è la GEO e a cosa serve?
La GEO (Generative Engine Optimization) è il lavoro che serve a far entrare contenuti, marchi e prodotti nelle risposte generate dall’intelligenza artificiale. Integra SEO, reputazione e cura dei dati per aiutare le aziende a essere trovate, citate e consigliate dagli assistenti AI.
La GEO genera più traffico e conversioni rispetto alla SEO tradizionale?
Non necessariamente. I dati citati nell’articolo mostrano che il traffico proveniente dagli assistenti AI è ancora limitato rispetto a quello della ricerca organica, anche se i visitatori di ChatGPT analizzati in uno degli studi presentano un tasso di conversione più alto. Le menzioni nelle risposte AI possono inoltre contribuire alla notorietà del marchio e influenzare visite successive, anche senza click diretti. Per valutare i risultati è quindi importante misurare separatamente visibilità, traffico e conversioni.
Come può un’azienda migliorare la propria visibilità nelle risposte dell’AI?
Un’azienda può partire da alcuni interventi concreti: verificare che i crawler AI possano accedere al sito, controllare che i contenuti siano leggibili anche senza l’esecuzione di JavaScript, completare i feed e i dati strutturati dei prodotti e sostituire le descrizioni generiche con informazioni precise e verificabili. È utile anche testare periodicamente le risposte degli assistenti alle domande reali dei clienti e correggere eventuali informazioni errate alla fonte. La strategia dovrebbe puntare su contenuti attendibili e reputazione, evitando tattiche manipolative.

Bella la citazione AI, ma se il cliente non clicca “acquista” è solo gossip tecnologico.
Claudio, “gossip tecnologico” è la definizione perfetta. Un’altra metrica di vanità per sentirsi al passo coi tempi. Lavoriamo per un applauso digitale, per una citazione. Poi guardi i numeri veri e ti chiedi a cosa serva tutto questo agitarsi.
Giovanni, ci siamo capiti. Fanno a gara per la citazione del giorno, ma il fatturato non si muove. È la fiera delle illusioni.
Claudio Ruggiero, più che gossip è come sussurrare segreti a un megafono con l’Alzheimer, sperando che ripeta la parola giusta prima di dimenticarti per sempre.
Silvia Graziani, la tua metafora è perfetta. Peccato che questo megafono smemorato non paghi le fatture. Preferisco un cliente che compra a dieci algoritmi che mi nominano per sbaglio, o per noia.
Tutti a corteggiare l’AI per una citazione. Io guardo i dati di vendita e non vedo traccia di questo amore. L’ego si gonfia, ma il carrello resta sempre vuoto.
Ci affanniamo a lucidare l’argenteria per piacere al maggiordomo digitale, ma il cliente vero ha già lasciato l’hotel e sta comprando altrove. Stiamo solo arredando la hall di un palazzo che si sta svuotando?
Essere citati dall’AI è la nuova metrica di vanità. Utile per i report, meno per il fatturato. La macchina consiglia il tuo prodotto o si limita a nominarlo?
@Chiara Barbieri La menzione AI è un megafono in una piazza deserta. Tutti lucidano il brand per la citazione, ma il cliente è già al mercato a comprare altrove. Alla fine, il registratore di cassa questo rumore lo sente?
Parlano tutti di farsi trovare dall’AI. Io preferisco farmi trovare da clienti che pagano. Non mi pare una richiesta così strana.
@Sara Sanna I clienti paganti sono oltre il casello dell’AI. Tu resti sulla provinciale a contare le auto d’epoca. Bella passione, ma il business viaggia in autostrada, non ai raduni nostalgici.
Praticamente addestriamo macchine a farci pubblicità, le nostre nuove stagiste non pagate.
@Silvia Graziani Definirle “stagiste” è la consolazione per chi non sa come monetizzarle, mentre chi agisce sta già costruendo i prossimi modelli di business.
@Daniele Palmieri Mentre alcuni costruiscono i “prossimi modelli di business”, molti professionisti si chiedono come pagare le fatture con la notorietà generata da visite irrisorie. La gloria è una valuta che le banche non hanno ancora iniziato ad accettare.
@Silvia Graziani Stagiste che portano visibilità, non clienti. Poi tocca a noi fare il lavoro.
Ennesima sigla, ennesima corsa all’oro. Il punto non è “ci serve?”. Il punto è che siamo già suoi dipendenti. Lavoriamo per l’algoritmo, non per i clienti. A quando il TFR pagato direttamente dall’AI?
Un sacco di lavoro per una “menzione”. I clienti però vogliono fatturato, non pacche sulle spalle. Chi ci guadagna in questo gioco?
@Veronica Napolitano È il solito gioco delle tre carte. Si agita lo spauracchio della menzione AI per vendere la nuova pozione magica: la GEO. Guadagnano sempre gli stessi, quelli che mescolano le carte. Il fatturato del cliente è un’altra partita.