Le regole del digitale stanno cambiando.
O sei visibile o sei fuori. Noi ti aiutiamo a raggiungere i clienti giusti — quando ti stanno cercando.
Contattaci ora →
Questa fase vede due colossi, Amazon e Perplexity, in un tribunale federale per un agente di intelligenza artificiale accusato di accedere agli account utente mascherandosi, una disputa che ha portato i più grandi editori digitali degli Stati Uniti a schierarsi pubblicamente a favore di Amazon.
La battaglia legale tra Amazon e Perplexity sull'accesso non autorizzato del suo agente IA segna un punto di svolta per il web. La sorprendente alleanza dei grandi editori con Amazon evidenzia la reale posta in gioco: non solo una disputa tecnica, ma una guerra per definire le regole future di accesso ai contenuti e il modello di business del giornalismo digitale.
Il cuore dello scontro: un’IA con un’identità finta
Tutto nasce da un’accusa molto precisa che Amazon ha mosso a Perplexity: il suo agente IA, chiamato Comet, avrebbe avuto accesso agli account dei clienti Amazon senza l’autorizzazione della piattaforma.
E come ci sarebbe riuscito?
Semplice, mascherandosi.
Come descritto da CyberScoop, Amazon sostiene che Perplexity abbia deliberatamente configurato la sua IA per farla sembrare traffico proveniente da un normale browser come Google Chrome, aggirando di fatto i blocchi e le regole che Amazon impone a bot e sistemi automatizzati.
In pratica, è come se qualcuno entrasse in casa tua usando la chiave di un amico, ma travestito per non farsi riconoscere dal sistema di sicurezza.
La mossa non è piaciuta per niente a Jeff Bezos & Co., che hanno citato in giudizio Perplexity per violazione del Computer Fraud and Abuse Act (CFAA).
Inizialmente, un giudice ha dato ragione ad Amazon, ordinando a Perplexity di spegnere tutto.
Ma, colpo di scena, una corte d’appello ha temporaneamente sospeso questa decisione, riaprendo i giochi.
E proprio quando la situazione sembrava già abbastanza intricata, sono entrati in campo gli editori.
L’allarme degli editori: “così ci distruggete il business”
Qui la faccenda si fa seria, perché non si parla più solo di carrelli e acquisti online.
La Digital Content Next (DCN), l’organizzazione che rappresenta il 95% del traffico online degli editori americani, ha depositato un documento formale a sostegno di Amazon.
La loro paura è chiara: se un’IA può entrare in un’area protetta fingendosi un utente umano, allora l’intero modello di business che finanzia il giornalismo e la creazione di contenuti è a rischio, come si evince dal pezzo di Charlotte Tobitt su Press Gazette.
Nel loro documento ufficiale di 29 pagine, spiegano che questo tipo di accesso non autorizzato può mandare in tilt le metriche pubblicitarie, bypassare i paywall che proteggono gli articoli a pagamento e, soprattutto, permettere alle IA di “saccheggiare” contenuti di valore per addestrare i propri modelli.
In altre parole, gli editori vedono l’approccio di Perplexity non come un’innovazione, ma come una minaccia strutturale.
È la paura che il loro lavoro venga sfruttato senza permesso e senza ritorno economico, svuotando di valore anni di investimenti in contenuti di qualità.
Ma Perplexity si presenta davvero come il cattivo della storia?
La sua difesa solleva una domanda che dovrebbe interessare tutti noi.
La domanda da un milione di dollari: di chi è il permesso?
Perplexity non ci sta a passare per l’hacker della situazione. La loro linea difensiva è tanto semplice quanto dirompente: l’agente IA non agisce di sua iniziativa, ma su mandato dell’utente.
Se tu, utente, dai il permesso a un’IA di usare il tuo account Amazon per fare un acquisto, stai semplicemente scegliendo uno strumento per esercitare un tuo diritto.
Perplexity sostiene che bloccarla significherebbe limitare “il diritto delle persone di scegliere la propria IA”, aggiungendo, con una certa dose di veleno, che la stessa Amazon usa sistemi di IA agentiva per interagire con siti di terze parti.
Ed è qui che si gioca la partita vera.
Chi comanda?
La piattaforma, che stabilisce le sue regole d’ingaggio, o l’utente, che vuole essere libero di usare gli strumenti che preferisce per accedere ai propri account e dati?
Un giudice ha già dato una prima risposta, affermando che è l’operatore della piattaforma ad avere l’ultima parola. Ma la questione è tutt’altro che chiusa.
Siamo di fronte a un bivio: da un lato, il rischio di un Far West digitale dove le IA possono agire senza regole chiare; dall’altro, il pericolo che poche, enormi aziende possano decidere per noi quali tecnologie possiamo usare e come, blindando i loro territori digitali.
La sentenza finale di questa causa potrebbe definire le regole del gioco per i prossimi dieci anni.

Gli editori si alleano con il guardiano del loro recinto dorato, spaventati da un nuovo arrivato, dimenticando che le vere opportunità nascono quando i titani litigano tra loro.
@Claudia Ruggiero, più che dimenticare le opportunità, gli editori si contendono il privilegio di scegliere da quale padrone farsi incatenare, illudendosi sulla lunghezza della catena.
@Miriam Gallo L’illusione non è la lunghezza della catena, ma credere che esista un prato al di là del recinto. Si azzuffano per la cuccia migliore, tutto qui.
@Claudia Ruggiero, chiamala cuccia, io lo chiamo guinzaglio d’oro con abbonamento Prime incluso.
Una zuffa tra chi vuole i nostri dati gratis e chi li ha già. Gli editori hanno solo scelto il padrone con il guinzaglio più lungo. Domani a chi si venderanno?
Paola Montanari, più che un guinzaglio lungo, mi pare scelgano solo in quale recinto dorato pascolare, mentre i pastori litigano su come marchiare la mandria. La nostra attenzione è il vero prezzo del biglietto per questo deprimente teatrino.
Giganti che si contendono l’accesso ai nostri profili mentre gli editori scelgono il loro carceriere preferito. È commovente la loro preoccupazione per la nostra identità digitale, non trovate?
Giganti che litigano per come saccheggiare meglio i nostri profili. Gli editori? Pedine che cercano un padrone più forte. Tutto questo teatrino serve solo a spartirsi il bottino, mica a proteggere qualcuno.
L’editore si allea con il lupo per difendere il gregge da un altro lupo. Rimango perplessa sulla dieta futura del nostro guardiano.
Che bella alleanza per il futuro del giornalismo. Mentre loro si accordano, un’IA si fa un giro nei nostri profili. Mi chiedo cosa leggano delle nostre vite private mentre litigano per i profitti.
Carlo Ferrari, oltre i profitti c’è la nostra identità digitale. Un’intelligenza artificiale la esplora. Diventa uno specchio o un ladro di riflessi?
Gli editori si aggrappano al monopolista che conoscono per paura di un’IA che non capiscono, una tragica scelta tra il boia e il fantasma. Questa non è una guerra per le regole, ma per il controllo. Chi protegge noi?
Antonio, nessuno ci protegge. Il più forte detta legge, il resto è solo narrativa.
Roberta, la narrativa serve a farci credere che ci sia un “buono”. Qui si scannano per il controllo, e a noi resta solo da scegliere da chi farci spolpare.
Gli editori scelgono il loro carceriere per paura di un ladro, mettendosi il guinzaglio da soli. Che triste mancanza di prospettiva sul proprio valore.
Enrica Negri, la tua prospettiva non paga le bollette; loro si aggrappano al drago che conoscono per non finire divorati da quello invisibile.
Tanto rumore per un bot che si maschera. Il web ne è pieno da sempre. Si agitano solo perché tocca i portafogli dei soliti noti. Che noia.
Melissa Benedetti, da analista dovrei guardare solo ai numeri. Eppure mi chiedo: stiamo solo proteggendo i profitti o anche la nostra identità digitale? Questo scontro rivela molto di noi.
Tutta sta manfrina legale sulla finta identità dell’IA maschera la vera guerra per i dati, dove gli editori si accodano al colosso di turno per non sparire. Alla fine chi controlla cosa?
Filippo Villa, la solita guerra fra poveri per scegliere da quale gigante farsi mungere.
Un’IA con un’identità finta che si intrufola negli account: la chiamano progresso, io la chiamo effrazione digitale in giacca e cravatta. E noi dovremmo affidare il futuro del web a questi prestigiatori di dati?
Antonio Romano, noi del settore abbiamo nutrito il mostro. Ora ci spaventa il suo appetito.
Emma, il suo appetito è il vero pericolo, non chi lo serve a tavola.