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Le cause contro le aziende di IA sono diventate 145

Scritto da
Anita Innocenti
Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.
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Le major ampliano il fronte legale: tre nuove cause e oltre 550 testate coinvolte

Le cause per violazione di copyright contro le aziende di intelligenza artificiale negli Stati Uniti sono salite a 145, con tre nuovi ricorsi in un solo giorno. Il fronte si allarga dalle major discografiche agli editori locali, ora oltre 550 testate contro OpenAI e Microsoft. La posta in gioco non è solo chi vince in tribunale, ma il confine di ciò che le piattaforme possono usare senza pagare.

Centoquarantacinque non è un numero qualsiasi. È il conto, aggiornato a ieri, delle cause per violazione di copyright aperte negli Stati Uniti contro le aziende di intelligenza artificiale. E in un solo giorno ne sono entrate tre nuove. A certificarlo è l’ultima mappa delle cause per copyright contro le società di IA.

Le tre novità depositate ieri raccontano un fronte che non rallenta. La prima è Universal Music Group Recordings contro DistroKid, davanti alla corte del Delaware. La seconda è l’ingresso di Times Publishing Company nel contenzioso MDL contro Microsoft Corporation e OpenAI, il procedimento che riunisce le cause collegate. La terza è una nuova azione di UMG Recordings contro Suno, questa volta nel distretto del Massachusetts. Tre cause in tre tribunali diversi, con un unico messaggio: nessuno sembra disposto a fermarsi.

L’albero avvelenato e l’offensiva degli editori

Perché proprio adesso le major discografiche e gli editori allargano il fronte? La risposta sta in una metafora già usata in tribunale. Nel caso contro Suno, le etichette hanno affermato che il modello V6 non è un nuovo inizio ma il frutto dello stesso albero avvelenato. Tradotto: se un modello nasce da dati raccolti in modo illecito, ogni suo aggiornamento resta contaminato. Non serve ricominciare da zero per ereditare il problema, dicono i querelanti.

È la stessa logica che muove l’offensiva degli editori. Un nuovo gruppo di 26 editori locali, regionali e specializzati si è unito alla causa per copyright contro OpenAI e Microsoft, portando il totale delle testate rappresentate dallo studio Platkin LLP a oltre 550, come riportato da Insider NJ. L’accusa è pesante: i due colossi avrebbero usato articoli di testate locali per addestrare i propri modelli commerciali, riproducendone i contenuti senza permesso né compenso.

Tra i nuovi querelanti figurano Times Publishing Company, società madre del Tampa Bay Times, vincitore di 14 premi Pulitzer; The Austin Chronicle, pubblicazione indipendente che copre Austin da oltre quattro decenni; l’Alternative Newsweekly Foundation, che collabora con organizzazioni a sostegno di più di 500 testate di proprietà nera e latina, alternative e online; e SwimSwam, una delle principali fonti mondiali di notizie sul nuoto agonistico. È una coalizione che va ben oltre le grandi testate nazionali: entra nel merito di chi produce informazione di prossimità e specializzata. Il numero di 550 testate è il dettaglio che dà la misura della trasformazione: non più solo grandi gruppi editoriali, ma una rete distribuita di produttori di contenuti.

Il punto di partenza era già consistente. Lo sviluppo rapido dei modelli di intelligenza artificiale generativa ha portato, nel giro di pochi anni, a oltre 70 cause per violazione di copyright intentate da titolari di diritti contro aziende di IA. E nel 2025, come riassunto da Copyright Alliance, ci sono stati sviluppi importanti: ordinanze su mozioni di summary judgment, transazioni di alto profilo e dozzine di nuovi casi depositati. Da quel punto, il totale è più che raddoppiato. Il salto da oltre 70 a 145 certifica che il contenzioso non è un incidente di percorso ma una dinamica in accelerazione.

Chi paga davvero se il fronte resta aperto

Ma se la strategia è chiara, il costo per chi sta fuori dal tribunale resta una domanda aperta. E la risposta non è neutrale: le conseguenze di questa battaglia ricadono su attori che non hanno fatto causa. Nella causa contro DistroKid, la stessa Universal Music Group lo dice in modo esplicito: le conseguenze di questo inganno ricadono sui soggetti legittimi dell’economia musicale, tra cui artisti, consumatori, servizi digitali e gli stessi querelanti. Chi paga, in altre parole, non è solo chi sta in aula.

Il punto, quindi, non è solo chi vince in tribunale. È come si ridisegna il perimetro di ciò che le piattaforme possono usare senza pagare. E nel frattempo, ogni nuovo caso sposta di qualche metro quel confine. Per chi fa impresa online, il segnale è chiaro: il costo della conformità sta salendo, e le prossime ordinanze diranno se è un costo calcolabile o un’esposizione permanente.

L'autore

Anita Innocenti

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