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Contattaci oraIl modulo parte ma la risposta non torna: la quota resta a 200 e il caso riguarda almeno 50 richieste
I portali di offerte di lavoro non ricevono risposta da Google alle richieste di aumento della quota Indexing API, ferma a 200. Oltre 50 richieste inviate dal 2025 risultano senza esito, mentre la documentazione ufficiale prevede un'approvazione aggiuntiva per l'uso effettivo. Il timore è che la cautela contro gli spam penalizzi i siti legittimi, ma il traffico generato da Google for Jobs è limitato.
Per mesi, chi gestisce un portale di offerte di lavoro ha inviato richieste a Google senza ricevere risposta. Nel frattempo, la quota dell’Indexing API resta ferma a 200. È il quadro che emerge dalla ricostruzione appena pubblicata da Search Engine Journal, che ha messo insieme segnalazioni, documentazione ufficiale e interventi di chi opera ogni giorno con Google Jobs.
Il modulo che non riceve risposta
Nei giorni scorsi il consulente Nick LeRoy ha segnalato il caso di due portali, SEOJobs.com e PPCJobs.com: nessuno dei due ha ricevuto l’approvazione o un aumento di quota per l’API di indicizzazione di Google. Non è una segnalazione isolata. Alexander Chukovski, che lavora nel settore, ha dichiarato di avere visibilità su almeno 50 diverse richieste di approvazione inviate a partire dall’ottobre 2025. Nessuna, racconta, è stata accettata. Undici mesi di attesa, in pratica, senza un esito.
Un operatore di un job board ha riferito di aver inviato il modulo più volte nell’arco di sei-nove mesi, senza ricevere alcuna risposta e con la quota predefinita ancora attiva. Intanto la documentazione ufficiale di Google è chiara: l’API fornisce una quota predefinita di 200 per l’onboarding e i test di invio, e richiede un’approvazione aggiuntiva per l’utilizzo effettivo e il provisioning delle risorse. Il nodo è proprio qui: il modulo parte, ma la risposta non torna indietro. Chi decide, e con quali criteri?
La cautela di Google e il silenzio sui job board
La risposta a questo silenzio, forse, sta nel percorso che ha portato l’API fin qui. Nel giugno 2018, come si legge nel blog degli sviluppatori di Google, l’Indexing API nasceva per consentire a qualsiasi proprietario di sito di notificare direttamente a Google l’aggiunta o la rimozione di pagine di annunci di lavoro. All’epoca era aperta a chiunque la implementasse. Non c’erano moduli da compilare né quote da inseguire.
Poi qualcosa è cambiato. Già alla fine del 2023, stando a la ricostruzione di Alexander Chukovski, Google ha smesso di approvare le richieste di aumento quota per un periodo. E il sistema ad approvazione si è consolidato. Lo scorso maggio, a chi chiedeva conto del blocco, John Mueller di Google ha risposto in un post su Bluesky di non essere a conoscenza di problemi particolari. Poi ha aggiunto un dettaglio che spiega più di quanto ammetta: «So che l’API di indicizzazione è inondata da blogger che cercano di spacciarsi per siti legittimi, quindi immagino che oggigiorno siano un po’ più cauti».
Qui si annida il dubbio. Se Google non vede problemi particolari, perché nessuna richiesta di aumento quota viene approvata da oltre un anno? La cautela di cui parla Mueller è la stessa che lascia i job board in coda, con un modulo che parte e non torna. E la distinzione tra spam e siti legittimi non viene spiegata: resta l’impressione di una scelta sistematica, non di un guasto occasionale.
Cosa significa un “200” (e cosa no)
Anche quando l’API risponde, però, il numero non racconta tutta la storia. La documentazione ufficiale dell’API spiega che si può verificare l’ultima volta in cui Google ha ricevuto ciascun tipo di notifica per un determinato URL. Ma, come fa notare Nick LeRoy, una risposta 200 conferma solo che Google ha ricevuto la notifica. Non che l’URL sia stato indicizzato. È un dettaglio tecnico che cambia tutto: il 200 non è un via libera, è una ricevuta di ritorno.
Il quadro si completa con un altro elemento. Nick LeRoy, in un’analisi pubblicata su Job Board Secrets, ha scritto che Google avrebbe smesso di approvare le richieste di aumento quota per un’ampia gamma di siti di lavoro in un arco compreso tra i sette e i sedici mesi. E nella stessa analisi si legge un dato che ridimensiona l’intera corsa: Google for Jobs genera solo circa il 3-4% del traffico di un operatore. Una frazione piccola, sproporzionata rispetto all’energia spesa per inseguire l’approvazione.
Per chi investe in un job board, la domanda diventa: quanto vale davvero questa approvazione? La risposta, numeri alla mano, sembra essere: meno di quanto il silenzio di Google lasci pensare. L’Indexing API oggi è un canale da non dare per scontato. Chi fa impresa online con un portale di lavoro deve prevedere un piano B per farsi trovare da Google.
