Le regole del digitale stanno cambiando.
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Questo avviene perché giganti come Google usano i medesimi crawler sia per indicizzare i siti che per raccogliere dati destinati all’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale.
La scelta di bloccare i crawler IA tramite Cloudflare potrebbe inavvertitamente escludere anche Googlebot, data la sua duplice natura. Sebbene la policy ufficiale sia prevista per il 2026, alcuni siti già segnalano problemi. I publisher si trovano così davanti a un dilemma: proteggere i contenuti o garantire la visibilità sui motori di ricerca, intrappolati nel fuoco incrociato dei colossi tecnologici.
Cloudflare e l’IA: un’alleanza che rischia di cancellarti da Google?
Metti che un giorno decidi di proteggere il tuo sito dai crawler dell’intelligenza artificiale, stanco di vedere i tuoi contenuti usati per addestrare modelli senza il tuo permesso.
Una scelta logica, no?
Eppure, questa decisione potrebbe avere un effetto collaterale devastante. Come riportato da Search Engine Journal, bloccare i bot che addestrano le IA potrebbe, di fatto, chiudere la porta in faccia anche a Googlebot e Bingbot.
Esatto, potresti diventare invisibile proprio a quei motori di ricerca che ogni giorno cerchi di conquistare. E la cosa si fa ancora più strana se pensi che questa dinamica, in teoria, non dovrebbe essere ancora attiva.
Il nocciolo della questione sta in un dettaglio tecnico che però ha implicazioni enormi: i cosiddetti “crawler a scopo misto”. Giganti come Google, a quanto pare, usano lo stesso “soldatino” – Googlebot, in questo caso – per due missioni completamente diverse: da un lato scansiona le pagine per l’indicizzazione nella ricerca classica, dall’altro raccoglie dati per addestrare i suoi modelli di intelligenza artificiale.
Cloudflare, nei suoi documenti ufficiali, è stata chiarissima: a partire dal 15 settembre 2026, se un bot ha un doppio scopo, verrà trattato secondo la regola più restrittiva che hai impostato.
In parole povere: se decidi di bloccare i bot per l’addestramento IA, e Googlebot fa anche quello, allora bloccherai Googlebot.
Punto.
Ma se questa regola dovrebbe scattare solo tra due anni, perché un sito starebbe già segnalando problemi di indicizzazione proprio adesso?
Un gioco di potere con il tuo sito in mezzo al fuoco incrociato
La questione ha subito acceso il dibattito tra utenti e addetti ai lavori, e non a torto. L’analista del settore Glenn Gabe ha sottolineato proprio l’incongruenza temporale: la policy ufficiale non è ancora in vigore.
Questo fa sorgere un dubbio legittimo: o le vecchie impostazioni di blocco IA di Cloudflare stanno già creando conflitti non previsti, oppure stiamo assistendo a un braccio di ferro tra colossi tecnologici le cui conseguenze ricadono, come sempre, sugli utenti finali.
Da una parte Cloudflare che si erge a paladina dei publisher, offrendo strumenti per controllare chi accede ai contenuti; dall’altra Google, che con un unico crawler cerca di prendere due piccioni con una fava, ottimizzando le risorse ma creando un bel pasticcio.
In questa partita, però, la pedina che rischia di essere sacrificata è proprio la visibilità di chi, come te, si affida a questi servizi credendo di migliorare la propria sicurezza, senza immaginare di tagliare il ramo su cui è seduto.
Proteggersi dall’IA o essere visibili? il dilemma che nessuno ti ha spiegato
Alla fine, tutta questa storia ci sbatte in faccia una verità scomoda: l’esigenza, più che legittima, di proteggere la propria proprietà intellettuale dall’appetito insaziabile delle IA si scontra con un’architettura tecnologica che non sembra fare troppe distinzioni.
La mossa di Cloudflare di classificare i bot per comportamento (Ricerca, Addestramento, Agente) è un passo avanti sofisticato, ma la sua regola del “si applica la policy più severa” crea un campo minato.
Un publisher potrebbe trovarsi di fronte a una scelta che non avrebbe mai voluto fare: lasciare i propri contenuti in pasto ai modelli IA oppure rischiare di perdere traffico organico vitale.
La vicenda è un campanello d’allarme bello forte.
Mentre ci avviciniamo alle scadenze imposte da Cloudflare, emerge un quadro in cui le decisioni prese nelle stanze dei bottoni di queste aziende hanno un impatto diretto e potentissimo sul tuo business.
La domanda che resta sul tavolo è pesante:
siamo sicuri che, nel tentativo di mettere un lucchetto alla porta di casa, non stiamo buttando via la chiave?

Ci agitiamo per scegliere tra due veleni, dimenticando che la mano che li porge è la stessa che ha contaminato il pozzo. La questione non è quale calice bere, ma perché continuiamo a partecipare al banchetto sapendo che il conto è sempre nostro.
Insegno marketing e ora scelgo tra il cappio e la mannaia. Splendida evoluzione.
La visibilità non era il premio, ma il pagamento per addestrare i nostri sostituti.
Paolo Pugliese, ci siamo cantati la ninna nanna prima della ghigliottina. Un sonno profondo.
Giada Mariani, il sonno è finito. Ora ci offrono di scegliere tra la ghigliottina dell’oblio o quella del lavoro gratuito. Molto gentili, direi.
Ci mettono in un bivio cieco. È come scegliere tra l’amo e la rete. O nutriamo la macchina con le nostre parole, o diventiamo invisibili. Mi sento un pesce in una vasca che si restringe. Come proteggo il mio piccolo giardino digitale?
Ciao Isabella. Il problema non è il recinto del giardino, ma il fatto che il giardino sorge sulla loro proprietà. Prima ti danno l’acqua gratis, poi ti presentano il conto. O ti adegui o impari a giocare a un altro gioco.
Un patto faustiano in differita. Prima ci hanno dato la visibilità, ora presentano il conto. Cloudflare è solo l’esattore che bussa alla porta. Ci si abitua a produrre contenuti per macchine, non più per lettori.
La mossa di Cloudflare, presentata come uno scudo, assomiglia più alla catena offerta dal carceriere per legarsi da soli. Ci viene concessa l’illusione del controllo, giusto per rendere la nostra sottomissione un atto apparentemente volontario. Che eleganza nella manipolazione.
Mi lascia perplesso l’idea che Googlebot non fosse già un cavallo di Troia per la raccolta dati. Si è lasciato entrare il predatore per cacciare i topi, e ora ci si lamenta che abbia fame. Cosa ci si aspettava, esattamente?
Lamentarsi che la vacca, munta per anni, ora rivoglia il suo latte è singolare. Hanno costruito la stalla sul terreno del macellaio, del resto; quale finale si aspettavano?
@Paola Pagano Hanno confuso la visibilità con il potere. Ora il fornitore presenta il conto.
Hanno costruito la loro casa sul terreno altrui. Ora si lamentano dell’affitto. L’ingenuità di certi editori è quasi disarmante.
@Danilo Graziani Hanno scambiato l’acquedotto per una fonte naturale, e ora si stupiscono che il gestore possa chiudere i rubinetti o cambiare la composizione dell’acqua. La sorpresa è il vero problema, non la sete imminente.
Non è un dilemma, è una morsa. Si nutre la bestia che poi ti sbrana.
@Serena Basile L’errore è pensare di poter negoziare. Siamo carburante, non passeggeri. La scelta è tra bruciare per dare luce o rimanere spenti nell’oscurità.
Vogliono visibilità ma bloccano chi li guarda. Geniale. Poi si lamentano pure.
L’alternativa tra farsi saccheggiare i contenuti o diventare digitalmente invisibili è un falso dilemma. È un ricatto ben confezionato, dove l’unica libertà concessa è scegliere il metodo della propria esecuzione commerciale.