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L’azienda cerca di rassicurare sul posizionamento degli annunci nell’IA della ricerca, pur introducendo nuove metriche predittive e sistemi sempre più automatizzati, con un percorso utente in continua evoluzione.
Google cerca di calmare le acque sugli annunci nella ricerca AI, confermando i requisiti attuali ma ammettendo una reportistica limitata. Lancia inoltre le 'Qualified Future Conversions' (QFC), una metrica predittiva per valutare l'impatto a lungo termine. La mossa, pur innovativa, alimenta il dibattito sulla crescente dipendenza da algoritmi opachi, lasciando gli inserzionisti tra promesse di misurazioni olistiche e il timore di perdere il controllo.
Google prova a calmare le acque: niente panico per gli annunci nella ricerca AI (per ora)
Se anche tu, negli ultimi tempi, hai guardato con un po’ di preoccupazione alla comparsa degli annunci nei risultati di ricerca potenziati dall’IA, sappi che non sei il solo.
Le domande si sono accumulate: serve per forza la nuova campagna AI Max? Chi può comparire in questi spazi?
A mettere un po’ d’ordine ci ha pensato Ginny Marvin, la Ads Liaison di Google, che in una sessione di Q&A ha cercato di rassicurare tutti. Il suo messaggio, riportato nel dettaglio da Brooke Osmundson su Search Engine Journal, è stato piuttosto diretto: per ora, le regole del gioco per essere idonei non sono cambiate.
Ma non farti ingannare, questo non significa che tutto sia rimasto immobile.
Per avere una possibilità di finire nelle nuove esperienze di ricerca, come gli AI Overviews, la strada è sempre quella di affidarsi agli strumenti basati sull’intelligenza artificiale di Google. Parliamo di corrispondenza generica, campagne Performance Max, Shopping, annunci dinamici della rete di ricerca (che tra l’altro verranno progressivamente integrati in AI Max) e, ovviamente, l’uso degli Smart Bidding.
La stessa Marvin, però, ha dovuto ammettere una cosa: la reportistica su dove finiscono davvero i nostri annunci è ancora limitata.
In pratica, sappiamo che possiamo esserci, ma capire con precisione la performance di quegli spazi rispetto alla ricerca tradizionale è un altro paio di maniche.
Qualified future conversions: Google tira fuori la sfera di cristallo per misurare il futuro
L’altra grande novità su cui Marvin ha cercato di fare luce sono le “Qualified Future Conversions” (QFC), una metrica predittiva che promette di stimare le conversioni che avverranno fino a 180 giorni dopo l’interazione con un annuncio.
L’idea di fondo è quella di colmare il cosiddetto “growth gap”, ovvero dare finalmente il giusto peso a quelle campagne di brand e di generazione della domanda che seminano oggi per raccogliere molto più in là nel tempo.
Quante volte ti è capitato di lanciare una campagna Demand Gen e vederla sottoperformare se guardi solo le conversioni a 30 giorni, pur sapendo che sta costruendo la pipeline di vendita del futuro?
Ecco, le QFC nascono per rispondere proprio a questa esigenza.
Ma attenzione a pensare che questa nuova metrica sostituirà le conversioni a cui sei abituato. Marvin ha tenuto a precisare che le QFC sono un segnale supplementare, un po’ come le ricerche brand attribuite, che offrono una visione previsionale dell’impatto delle tue campagne.
Si tratta di una stima basata sull’intelligenza artificiale (nello specifico, sui modelli Gemini) che analizza i segnali iniziali degli utenti, come una ricerca brand o una visita approfondita al sito dopo aver visto un annuncio, e li combina con i dati storici per prevedere le vendite future.
Una promessa affascinante, ma che apre anche a un dubbio legittimo: quanto ci si può fidare di una previsione, per quanto sofisticata, quando si tratta di allocare budget reali?
Dietro le quinte: perché Google sta rimescolando le carte della misurazione
Tutto questo movimento non è casuale. Riflette un cambiamento profondo nel modo in cui le persone cercano e decidono.
Il percorso dell’utente non è più una linea retta.
Come evidenziato da un’analisi sul futuro della ricerca, oggi le persone saltano tra risultati organici, annunci a pagamento e riepiloghi generati dall’IA, spesso nella stessa sessione e usando dispositivi diversi.
Affidarsi ancora solo all’attribuzione all’ultimo clic significa ottimizzare le campagne guardando da un buco della serratura.
Le QFC e la spinta verso la ricerca potenziata dall’IA sono il tentativo di Google di allineare la sua piattaforma a questa nuova realtà, provando a quantificare il valore che si genera molto prima della conversione finale.
La partita, però, si gioca sul filo della trasparenza.
Da un lato, abbiamo la promessa di una misurazione più olistica, che potrebbe finalmente giustificare gli investimenti sulla parte alta del funnel. Dall’altro, c’è il timore, condiviso da molti professionisti del settore, di perdere il controllo, affidandosi sempre di più a “scatole nere” algoritmiche di cui non si conoscono fino in fondo le logiche.
L’assenza di report chiari per i posizionamenti nella ricerca AI e l’introduzione di una metrica predittiva come le QFC alimentano questo dibattito.
La vera sfida per Google, nei prossimi mesi, non sarà solo dimostrare che le sue previsioni sono accurate, ma convincere gli inserzionisti a fidarsi di un sistema sempre più automatizzato e, per certi versi, sempre più opaco.

Abbandoniamo le metafore esoteriche: siamo semplici fedeli che versano un’offerta per una predizione, sperando che la divinità-algoritmo ci sia propizia.
Abbracciare le QFC è come affidare il bilancio a un astrologo, pagandolo per profezie che solo lui può interpretare. Quale libertà rimane nel delegare persino il presagio?
Alice Rinaldi, più che un astrologo, mi pare ci trasformino in sciamani che devono spiegare al capo le visioni mistiche di un server surriscaldato.
Raffaele Graziani, la visione però non è dello sciamano: lui è solo il tramite. La vera domanda è chi stia parlando attraverso il server.
Ok, questa QFC. Quindi chiediamo ai clienti di fidarsi di una metrica che non capiamo neanche noi. “Paghi oggi per una conversione che forse avviene”. Mi sento un po’ persa, onestamente.
Angela, non è smarrimento, è lucidità. Ci trasformano in alchimisti: dobbiamo creare oro per i clienti da una formula che non conosciamo. Un gioco di prestigio con i loro budget. La nostra competenza è diventata un atto di fede?
Raga, calma. È la solita solfa. Ci danno una metrica incomprensibile e noi dobbiamo pagare. Ieri era una roba, oggi sono le QFC. La domanda resta una: come la spiego al cliente che mi dà il budget?
Paola, si spiega come un atto di fede in una cattedrale di dati. Il nostro ruolo non è più guidare, ma interpretare i vaticini.
Paola, anziché tentare di spiegare una liturgia arcana, domandiamoci se il nostro cliente stia pagando per un dato tangibile o per un atto di fede.
Non vendono solo la nostra fiducia. La pretendono. Paghiamo per predizioni, un oroscopo digitale. La nostra competenza dove finisce?
Melissa, la nostra competenza è un ostacolo. Quanto ci costerà non essere d’accordo?
Pagare per “conversioni future” è un concetto curioso. Sembra di comprare promesse. Questo spinge a creare un legame diretto con le persone. La fiducia del cliente è l’unica metrica che conta nel tempo.
Eva, la fiducia del cliente è un bel sogno, peccato non si compri con le QFC.
Alberto, loro non vendono la fiducia del cliente, ma la nostra nel loro algoritmo. A quanto pare il prezzo di questa fede continua a salire.
Affidiamo il budget a un pilota automatico che promette una destinazione, ma oscura la rotta. Non è una metrica predittiva, è un contratto di abdicazione firmato con il nostro stesso inchiostro.
Investire in ‘conversioni future qualificate’ suona come pagare lo stipendio a un dipendente che, un giorno, potremmo assumere.
Ci viene chiesto di finanziare un oracolo tecnologico che promette conversioni future; la nostra unica metrica di controllo diventa la fede nel suo algoritmo.
Lorena Santoro, la fede è la nuova metrica di conversione. Paghiamo per promesse e se non funzionano la colpa è nostra. Qualcuno mi spiega come raccontarlo a un cliente?
Lorena, la fede non paga le fatture. Chiamano “predittivo” ciò che non possono dimostrare. Io seguo i soldi, non gli oracoli. Capite la differenza?
L’ennesima metrica predittiva. Un altro atto di fede richiesto ai professionisti. Investiamo budget concreti in ritorni eterei, basati su algoritmi imperscrutabili. Quando torneremo a misurare dati tangibili?
Melissa, mi sale l’ansia solo a pensare di dirlo al cliente. Mettiamo soldi veri su una promessa. Se poi i conti non tornano, la faccia ce la metto io, non un algoritmo.
L’oracolo di Mountain View ci vende indulgenze plenarie per conversioni future, ma il purgatorio del CPA lo attraversiamo noi con soldi reali. Un baratto decisamente squilibrato, dove la nostra fede diventa la loro metrica di fatturazione preferita.
Le “Qualified Future Conversions” sono la nuova frontiera della fede: tu paghi oggi sulla base di una loro profezia. Loro si tengono l’algoritmo segreto e noi la fattura. Quando iniziamo a pregare?
Antonio Barone, chiamiamole con il loro nome: metriche di vanità. Dati opachi per giustificare la spesa. Il mio lavoro diventa interpretare oracoli, non analizzare risultati concreti. Un bel passo indietro per la trasparenza, non trova?