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Una ricerca accademica ha osservato una diminuzione dell’utilizzo dei motori tradizionali del 9,4% con l’introduzione di ChatGPT, un impatto particolarmente marcato sulle ricerche informative.
Una ricerca della Bocconi evidenzia un calo significativo nell'uso di motori come Google tra gli utenti di ChatGPT, soprattutto per ricerche informative. Sebbene il volume di traffico di Google resti dominante, la vera minaccia per i creatori di contenuti non è la concorrenza, ma la crescente tendenza delle piattaforme a diventare 'motori di risposta', riducendo i click verso siti esterni.
ChatGPT si prende una fetta della torta: la ricerca tradizionale perde colpi
Diciamocelo, la domanda che ronza in testa a tutti è sempre la stessa:
ma la gente usa ancora Google come prima o si sta spostando sui chatbot?
Bene, sembra che abbiamo una prima risposta concreta, e non arriva da opinioni o sensazioni, ma da dati solidi. Una nuova ricerca accademica dell’Università Bocconi getta una luce nuova su questa faccenda.
Lo studio ha analizzato il comportamento di oltre 45.000 famiglie americane e ha scoperto che, non appena le persone ottengono accesso alla funzione di ricerca web di ChatGPT, il loro uso dei motori di ricerca tradizionali come Google, Bing e Yahoo cala. E non di poco: parliamo di un calo del 9,4% secco, immediato.
Ma la cosa ancora più interessante è che questa non è un’infatuazione passeggera: dopo 20 settimane, il calo arriva addirittura al 17%.
Questo cambiamento, però, non è uguale per tutti i tipi di ricerca. A quanto pare, gli utenti si rivolgono a ChatGPT soprattutto per le ricerche informative, quelle per cui cerchi una spiegazione, una guida, una nozione accademica. Infatti, il traffico verso siti di ricerca accademica proveniente dai motori di ricerca è crollato del 32,8%.
Al contrario, le ricerche legate ad acquisti, prenotazioni o intrattenimento sembrano molto più resistenti. In pratica, quando devi comprare qualcosa, continui a preferire la sfilza di opzioni che ti offre Google.
Ma se devi capire un concetto, chiedi a ChatGPT.
Sembra un quadro chiaro, quasi una vittoria per i chatbot.
Ma allora è finita per Google?
Non così in fretta.
Perché se guardiamo i numeri su scala globale, la storia si fa molto più complessa.
I giganti barcollano, ma non cadono: la vera dimensione del fenomeno
Nonostante i dati della ricerca facciano riflettere, la realtà dei fatti, ad oggi, è che i motori di ricerca tradizionali continuano a dominare la scena in modo schiacciante.
Un’analisi del traffico globale ha rivelato che i chatbot rappresentano solo il 2-3% del traffico combinato rispetto ai motori di ricerca. Per darti un’idea più concreta, come descritto da SparkToro, nel 2024 Google ha gestito un volume di ricerche circa 373 volte superiore a quello di ChatGPT.
Insomma, il gigante è ancora saldamente in piedi. Anzi, c’è chi sostiene che l’ascesa dei chatbot non stia affatto danneggiando Google.
Alcuni studi, infatti, parlano di una “ipotesi di espansione”: in pratica, le persone non starebbero sostituendo Google, ma aggiungendo i chatbot al loro arsenale di strumenti per cercare informazioni.
Un po’ come avere a disposizione sia un’enciclopedia che un esperto da consultare.
Eppure, anche se i numeri assoluti sembrano rassicuranti per Google & Co., c’è un cambiamento nelle abitudini che non può essere ignorato, con sondaggi che indicano come oltre la metà degli utenti usi ormai l’IA per compiti che prima affidava a Google.
Quindi, chi ha ragione?
La verità, come spesso accade, sta nel mezzo e nasconde una minaccia ben più sottile per chi, come te, vive di visibilità online.
Il vero pericolo: la ricerca “senza click” e il futuro dei contenuti
Qui arriviamo al nocciolo del problema, quello che dovrebbe farti drizzare le orecchie. Il vero cambiamento non sta tanto nel dove le persone cercano, ma nel come ottengono le risposte. La ricerca della Bocconi ci dice che, per le domande informative, gli utenti preferiscono la risposta diretta e sintetizzata di ChatGPT. Questo significa che non sentono più il bisogno di cliccare su link esterni per approfondire.
Ti suona familiare?
Dovrebbe, perché è lo stesso identico meccanismo delle “ricerche senza click” che vediamo su Google da anni, ora potenziato dalle AI Overviews. Un’analisi ha rilevato che già il 27% delle ricerche su Google si conclude senza alcun click verso siti esterni.
Sia che la risposta la dia l’IA di Google, sia che la fornisca ChatGPT, il risultato per te non cambia: meno persone arrivano sul tuo sito. Le grandi piattaforme si stanno trasformando da motori di ricerca a motori di risposta, tenendo l’utente all’interno del loro ambiente.
Il quadro che emerge è quello di un cambiamento graduale ma inesorabile. I motori di ricerca non sono morti, ma il loro ruolo sta cambiando. L’era in cui “bastava essere su Google” sta lasciando il posto a una realtà dove l’informazione viene consumata sempre più spesso senza mai visitare la fonte originale.
E questa, per chiunque crei contenuti, è la vera sfida da affrontare.

Le piattaforme non vogliono più essere ponti ma destinazioni finali, tagliando fuori chi, come me, ha fornito il materiale per costruirle. D’altronde, a chi serve il ponte quando si è già dall’altra parte?
La vera minaccia è il furto di contenuti legalizzato. L’AI prende il mio lavoro, lo riassume e non mi manda neanche un click di elemosina. A questo punto, meglio tornare a vendere gelati in spiaggia e buonanotte ai suonatori.
Marco Basile, il carretto dei gelati almeno produce un ricavo tangibile, a differenza dei nostri blog che ormai alimentano unicamente l’oblio digitale.
Marco, il problema non è il furto. È l’incapacità di creare valore altrove.