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L’Unione Europea ha obbligato il gigante tech a condividere una parte dei suoi dati di ricerca anonimi, ma l’accesso è riservato a pochi
Spinta dal Digital Markets Act, Google è costretta dall'Unione Europea a condividere i suoi preziosi dati di ricerca. Tuttavia, i rigidi criteri di accesso sembrano favorire solo i grandi competitor e i giganti dell'IA, tagliando fuori le startup e le agenzie SEO. Una mossa che, pur mirando ad aumentare la concorrenza, potrebbe finire per consolidare il potere di pochi.
Chi potrà accedere ai dati di Google?
L’Unione Europea ha messo Google con le spalle al muro, obbligandola a condividere una parte del suo tesoro più prezioso: i dati di ricerca anonimi degli utenti europei. Una mossa che fa parte del Digital Markets Act (DMA) e che, sulla carta, dovrebbe aprire il mercato a nuovi concorrenti.
Ma, come sempre, il diavolo si nasconde nei dettagli.
La questione, infatti, non è tanto cosa viene condiviso, ma a chi.
E qui Google, spinta dalla Commissione Europea, ha tracciato una linea netta, come riporta la stessa Big G.
Non pensare che basti alzare la mano per accedere a ranking, query e dati sui click. I paletti sono belli stretti: per essere idoneo, un motore di ricerca deve avere almeno 50.000 utenti attivi mensili nell’UE e aver operato per almeno due anni consecutivi.
Se sei una startup appena nata, o hai un’idea brillante ma non hai ancora i numeri, devi dimostrare di aver raccolto più di 50 milioni di euro in investimenti.
Diciamocelo, questo taglia fuori in partenza i piccoli innovatori e sembra favorire solo chi ha già le spalle ben coperte.
E, tieniti forte, c’è una clausola che farà discutere: le agenzie SEO sono esplicitamente escluse, una mossa che Google giustifica per impedire di “manipolare” i suoi sistemi.
Ma la vera sorpresa non riguarda chi è stato escluso, bensì chi è stato esplicitamente incluso, cambiando le regole del gioco.
Anche le IA entrano in gioco: la vera partita si gioca qui?
Quando si è iniziato a parlare di condivisione dei dati, tutti pensavano ai classici motori di ricerca, i vari DuckDuckGo o Ecosia. Ma la Commissione Europea ha capito che la battaglia per il futuro della ricerca non si combatte più solo lì.
Con una decisione che sa di svolta epocale, ha messo nero su bianco che anche i chatbot e gli strumenti di intelligenza artificiale con funzionalità di ricerca sono della partita, come descritto nelle sue linee guida ufficiali. Questo significa che strumenti come ChatGPT, se soddisfano i criteri, potranno attingere ai dati di Google per affinare le loro risposte.
È una mossa che ridefinisce completamente il concetto di “motore di ricerca” e riconosce che gli utenti cercano risposte sempre più spesso tramite interfacce conversazionali. Per Google, questo significa dover aprire le porte non solo ai suoi diretti concorrenti, ma anche a una nuova generazione di avversari basati sull’IA che potrebbero erodere il suo dominio in modi del tutto nuovi.
Stiamo per assistere alla nascita di assistenti digitali molto più potenti, alimentati da dati che finora erano un’esclusiva di Big G?
Certo, avere accesso è una cosa.
Ma a che prezzo e con quali garanzie?
A quali condizioni? Google non regala niente, ma l’UE la tiene d’occhio.
Google non lo sta facendo per generosità, sia chiaro. È obbligata a fornire questi dati a condizioni “eque, ragionevoli e non discriminatorie” (i cosiddetti termini FRAND). In poche parole, non può fare favoritismi, applicare prezzi fuori mercato per scoraggiare i concorrenti o fornire dati di scarsa qualità.
La Commissione Europea, dopo mesi di consultazioni, ha emesso una decisione vincolante per assicurarsi che l’accesso sia reale e non solo una facciata. Ovviamente, tutti i dati condivisi devono essere rigorosamente anonimi per proteggere la privacy degli utenti.
Questa vicenda è l’ultimo capitolo di una lunga battaglia tra l’Europa e il gigante di Mountain View. Con il DMA, però, l’approccio è cambiato: non si interviene più dopo anni per multare un comportamento scorretto, ma si impongono regole preventive per evitare che il dominio di un singolo attore soffochi il mercato.
Resta da vedere se questa mossa riuscirà davvero a rimescolare le carte o se i giganti della tecnologia troveranno, come spesso accade, un modo per girare le regole a proprio vantaggio.
La partita è appena iniziata.

Il grande forziere si è aperto un poco. Ma la chiave ce l’hanno sempre loro. Che bella favola ci stanno raccontando.
Paolo Fiore, ci mostrano la mappa del tesoro, ma è scritta in una lingua che solo loro parlano. Un gioco di specchi per tenerci buoni.
Paolo, ci mostrano il forziere ma le chiavi le danno solo ai soliti noti.
Continuano a descrivere questo banchetto di dati, ma se gli invitati sono sempre gli stessi, per noi del marketing è come ricevere l’invito a una festa quando è già finita. Francamente, non riesco a capire quale sia il punto.
I miei protetti navigheranno ancora a vista. Che splendida apertura del mercato.
Clarissa Graziani, la chiamano “apertura del mercato” ma è solo un banchetto per pochi eletti, mentre noi raccogliamo le briciole dal pavimento. Come pensiamo di restare competitivi adesso?
Greta, non si tratta di competere. Hanno solo cambiato gli invitati al banchetto, lasciandoci fuori dalla porta. Chissà chi ha preparato la lista degli invitati per questa “festa” della trasparenza.
Clarissa, loro si spartiscono la torta e a noi non resta che l’ansia.
Niente panico. Il nostro lavoro era già un terno al lotto. Ora lo è ufficialmente.
Che mossa generosa da parte dell’UE, aprire la cassaforte di Google solo per far entrare altri ladri con la chiave. I dati passano da un monopolio a un cartello di suoi pari, mentre le startup come la mia restano a guardare. Mi chiedo a chi giovi questo teatro.