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Il colosso della ricerca ha annunciato di aver registrato un picco di utilizzo mai visto durante i Mondiali di calcio in USA, misurato in “query per secondo”, ma senza fornire i dati specifici, come suo solito
Google ha annunciato un picco storico di ricerche durante i Mondiali di calcio in USA, legandolo a un goal dell'Argentina. Dietro il trionfalismo, però, si cela l'assenza totale di dati concreti. Una strategia di marketing che evidenzia un problema crescente: l'aumento delle ricerche sulla piattaforma non si traduce in più traffico per i siti web, penalizzati dalle risposte dirette fornite da Google.
Un goal da record (o almeno così dice Google)
A lanciare la notizia è stato Nick Fox, uno dei vicepresidenti di Google, seguito a ruota da Robby Stein, un altro pezzo grosso del team di Search.
In pratica, i vertici dell’azienda hanno voluto legare il proprio marchio a un momento di euforia sportiva globale, sottolineando come il loro prodotto abbia “raggiunto il massimo storico di utilizzo”.
La metrica, come ha poi confermato un portavoce di Google si basa sulle “query per secondo”.
Questo significa che il record non riguarda il volume totale di ricerche in un giorno, ma l’intensità spaventosa di persone che hanno cercato informazioni nello stesso, identico momento.
Le ricerche sono schizzate alle stelle con domande come “Argentina vs Egitto”, ma anche curiosità sui giocatori, sul numero di goal di Messi e persino domande sulle regole del gioco, tipo “come si chiama quando un giocatore colpisce un altro”.
È la fotografia perfetta di come viviamo lo sport oggi: con una mano tifiamo e con l’altra cerchiamo risposte.
Il punto, però, non è tanto il record in sé, quanto quello che Google non ci sta dicendo.
Ma i numeri dove sono? Il gioco di prestigio di Google
Esatto, perché di numeri veri e propri non se ne vede l’ombra.
Nessun grafico, nessun dato sulle query per secondo, nessuna metrica per fare un confronto.
Solo un annuncio.
Un copione già visto quando, durante la finale del 2022, l’amministratore delegato Sundar Pichai parlò del giorno con più traffico nei 25 anni di storia del motore di ricerca, anche in quel caso senza condividere i dati.
Diciamocelo, i Mondiali sono da sempre un evento che manda in tilt i server di Google.
L’azienda stessa, nelle sue campagne di marketing, non perde occasione per descrivere il calcio come “lo sport più cercato del pianeta“.
Quindi, la notizia non è che un evento sportivo mondiale generi un traffico enorme.
Quello è scontato.
La vera questione è un’altra: perché questo continuo sbandierare record senza mai mostrare le carte?
Tutto questo ci porta a una domanda fondamentale: se le persone cercano di più, questo significa automaticamente un vantaggio per chi, come te, gestisce un sito web?
Più ricerche, meno click? la vera partita si gioca fuori dal campo
Qui le cose si fanno interessanti.
Un “record di utilizzo” per Google non si traduce necessariamente in un record di click per gli editori o per le aziende.
Anzi.
È sempre più comune che le persone trovino la risposta direttamente nella pagina dei risultati di ricerca, grazie ai riquadri con i risultati in tempo reale, ai video o ai sommari generati dall’intelligenza artificiale. È un po’ come avere una piazza strapiena di gente, ma tutti si fermano a guardare il maxi-schermo del comune invece di entrare nel tuo negozio.
Questa tensione tra l’aumento delle ricerche e un pubblico sempre più difficile da raggiungere è diventata una preoccupazione centrale per gli editori, come evidenziato da analisi di settore.
Con la spinta sempre più forte verso risposte generate da sistemi come Gemini, il rischio è che Google attiri sempre più attenzione su di sé, lasciando agli altri solo le briciole.
Perciò, mentre Google celebra il suo ennesimo record, la domanda che dovremmo porci non è quante persone usano il motore di ricerca, ma dove finisce davvero la loro attenzione.
La coppa del mondo la alza Google, ma per editori e aziende, la sensazione è che la partita per la visibilità sia appena diventata ancora più difficile.

Il colosso celebra un primato autoreferenziale con dati inesistenti, una cortina di fumo che nasconde la costante erosione del nostro traffico organico. Un applauso fragoroso nel deserto che loro stessi hanno creato, a spese di chi produce contenuti.
La solita manfrina del record senza dati concreti, mentre le loro SERP ci rubano click ogni giorno che passa. È uno show. L’unico picco che guardo io è quello del mio fatturato, il resto è noia.
L’ennesima pacca sulla spalla che si danno da soli. Intanto le nostre attività affondano nel silenzio più totale. E dovremmo pure ringraziarli?
Sebastiano Caputo, è la solita fuffa per tenerci buoni mentre loro si pappano il traffico che spetterebbe a noi. Bisogna smettere di abboccare e costruire altrove, perché qui la partita è persa in partenza.
Un record senza dati è solo marketing, i numeri veri li vediamo noi nelle analytics.
Loro festeggiano un record, mentre noi contiamo i danni. Un’asimmetria che non mi piace, per niente.
Francesco De Angelis, la sua asimmetria è il punto. Loro celebrano con i nostri sforzi, noi paghiamo il conto. Una festa a cui non siamo invitati. Fino a quando?
Celebrare un banchetto con cibo invisibile è la loro specialità, ma chi paga il conto?
Alice Rinaldi, ci usano come carburante per il loro razzo. Loro festeggiano il decollo, noi a terra a respirare i fumi. Dal loro cielo si vedrà ancora il nostro piccolo mondo in fiamme?
Loro festeggiano picchi inesistenti, i nostri analytics sono ormai un elettrocardiogramma piatto.
Fabio Fontana, mentre alcuni piangono sul traffico defunto, i professionisti si adattano a un paradigma dove il click non è più la metrica sovrana.
Fabio Fontana, piatto? Beato te. Loro brindano su dati che non esistono, mentre noi facciamo la fame. A questo punto, mi chiedo a cosa serviamo ancora noi del mestiere.
Veronica, la questione è semplice: forniamo i contenuti che loro usano per le risposte dirette, tenendosi il traffico. Ormai siamo solo il carburante per il loro motore. Una bella fregatura, diciamocelo.
L’autocompiacimento di Google, basato su metriche non divulgate, è diventato una ricorrenza quasi liturgica. Ci informano del loro successo nel rispondere agli utenti senza di noi, mentre noi analizziamo le briciole di traffico. Chissà quando smetteremo di portare le stoviglie al loro banchetto.
Loro apparecchiano il banchetto con le nostre dispense. Il traffico è il loro pasto, a noi restano le briciole della notifica. Spiegare il funnel nel 2026 ha del comico.
Giovanni, il comico è che noi continuiamo a portare stoviglie al loro banchetto, illudendoci che ci lascino un posto. L’ansia è non sapere quando decideranno che la portata del giorno siamo diventati noi stessi, serviti senza neanche un contorno.
Google si vanta di una festa a cui siamo invitati solo per portare i regali, senza poi poter mangiare la torta. Chissà quanti talenti digitali si stancheranno di restare a stomaco vuoto.
Roberta De Rosa, stomaco vuoto è un eufemismo. Parliamo di sopravvivenza digitale. Loro celebrano i loro numeri, noi contiamo le perdite. Quando inizieremo a costruire delle alternative reali?
Loro festeggiano un picco di ricerche con dati inesistenti. Io guardo analytics sempre più desolanti. Questa dipendenza da un unico attore mi sfinisce. A volte mi chiedo per chi lavoro veramente.
Mentre Google si attribuisce medaglie d’oro per ricerche che non portano utenti da nessuna parte, noi imprenditori ci chiediamo se il vero record da celebrare non sia la loro faccia tosta.
Noemi Barbato, la loro audacia è seconda solo all’abilità di presentare metriche di vanità come trionfi. Il traffico qualificato, quello, non fa mai notizia.