La corsa agli armamenti IA ci porterà al disastro?

Anita Innocenti

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Verity Harding, ex responsabile delle policy globali di DeepMind, avverte che trattare l’intelligenza artificiale come una corsa agli armamenti tra superpotenze la rende meno sicura e più difficile da gestire per il bene comune.

L'esperta Verity Harding, con un passato in DeepMind, lancia un monito severo: la narrazione dell'IA come 'corsa agli armamenti' è una scelta pericolosa che sta diventando una profezia autoavverante. Questa logica da Guerra Fredda sacrifica sicurezza ed etica sull'altare della supremazia tecnologica, spingendoci verso un futuro più incerto e meno governabile per il bene comune.

L’allarme di chi l’IA la conosce da dentro

Quando a parlare è qualcuno che ha visto l’intelligenza artificiale nascere e crescere tra le mura di DeepMind, forse è il caso di drizzare le antenne.

Verity Harding, ex responsabile delle policy globali proprio lì, sta mettendo in guardia tutti: trattare l’IA come una nuova corsa agli armamenti tra superpotenze ci sta spingendo su una strada pericolosa, se non disastrosa.

Non si tratta di un’esagerazione, ma di una dinamica che, secondo lei, sta già ridisegnando la politica globale, rendendo l’IA meno sicura e molto più difficile da governare per il bene comune, come racconta in una recente intervista su Wired. L’idea che sta passando è quella di una competizione a somma zero, dove l’IA diventa un’arma strategica invece di uno strumento di progresso condiviso.

La Harding non è certo l’ultima arrivata. Per anni è stata consigliera di leader come Barack Obama ed Emmanuel Macron, contribuendo a fondare organi di controllo etico come la Partnership on AI.

Insomma, una che sa di cosa parla.

Il suo messaggio, lanciato anche attraverso una nuova raccolta di saggi intitolata Reimagining the AI Arms Race, è che la narrazione della “gara” è diventata una profezia che si autoavvera, rendendo il mondo “più povero e più pericoloso”, come ha scritto direttamente sul suo profilo LinkedIn.

Ma perché definire questa competizione una “corsa agli armamenti” è così rischioso?

Non è solo una questione di parole, e le conseguenze ci toccano molto da vicino.

Quando la sicurezza diventa un optional

Il problema è che, quando l’obiettivo principale diventa “vincere”, si è disposti a tagliare gli angoli su tutto il resto. E per “tutto il resto” intendo la sicurezza, l’etica e la governance a lungo termine.

Se la priorità è la velocità e il segreto militare, come avverte la Harding, aspetti come la trasparenza e il benessere sociale finiscono in secondo piano. Questo spinge i governi verso un controllo centralizzato che, paradossalmente, può rendere i sistemi stessi meno sicuri.

E non è l’unica a pensarlo. Stuart Russell, uno dei massimi esperti di informatica al mondo, ha usato parole ancora più dure, affermando che gli amministratori delegati delle grandi aziende tecnologiche sono bloccati in una gara che “rischia di spazzare via l’umanità” e che permettergli di “giocare alla roulette russa con ogni essere umano sulla terra” è una grave mancanza di responsabilità, secondo quanto riportato da Courthouse News.

Siamo quindi condannati a questo braccio di ferro tra superpotenze, o esiste un modo diverso di gestire una tecnologia così potente?

Alternative sul tavolo (ma chi ha il coraggio di sceglierle?)

Secondo la Harding, il paragone con la corsa agli armamenti nucleari è un vicolo cieco, perché ci intrappola in una logica puramente militare. In una discussione ospitata dal BCG Henderson Institute, ha suggerito di guardare ad altri modelli storici.

Un esempio è il Trattato sullo Spazio extra-atmosferico del 1967, con cui le superpotenze, in piena Guerra Fredda, si accordarono per mantenere lo spazio libero da armi di distruzione di massa. Questo dimostra che anche i rivali più accaniti possono negoziare delle norme per evitare il peggio.

La realtà, però, sembra andare in un’altra direzione. Mentre forum internazionali e vertici come quello di Parigi provano a tracciare una rotta collaborativa, i governi delle principali potenze agiscono in modo ben diverso. Gli Stati Uniti, ad esempio, non nascondono una retorica nazionalistica e impongono restrizioni sull’esportazione di modelli avanzati, in una chiara mossa di contenimento verso la Cina.

E le aziende tech?

Diciamocelo, sentono la pressione degli investitori e, come sottolinea Russell, anche se privatamente ammettono i pericoli, nessuno vuole rallentare per primo.

Il punto centrale del messaggio della Harding, come si legge nel blog del Bennett Institute di Cambridge, è che questa corsa non è un destino inevitabile, ma una scelta. Una scelta narrativa che stiamo facendo ogni giorno, alimentata da discorsi politici e strategie aziendali.

La domanda, a questo punto, è semplice: continueremo a parlare il linguaggio della guerra, o troveremo le parole per costruire un futuro in cui l’IA sia uno strumento per tutti e non un’arma per pochi?

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

22 commenti su “La corsa agli armamenti IA ci porterà al disastro?”

  1. Paola Montanari

    La chiamano “corsa agli armamenti” per giustificare i budget. Una narrazione che fa comodo a tutti, pure a chi se ne va e ci scrive un libro. Io nel dubbio ci programmo i post, così non ci penso.

    1. @Paola Montanari L’automazione del panico pubblico è funzionale a vendere libri, non a governare la tecnologia; delegare i post resta comunque un privilegio.

      1. Paola Montanari

        @Tommaso Sanna Ammetto il privilegio. Ma la narrazione della “corsa” serve a chi vende armi, non solo libri. Restiamo spettatori di una partita che non controlliamo, con o senza il panico pilotato.

        1. @Paola Montanari Spettatori? Peggio: il pubblico pagante di un teatrino che si ripete da secoli, con attori diversi ma copione identico. Vogliamo anche lamentarci del prezzo del biglietto?

    2. Renato Martino

      @Paola Montanari Da un lato la profezia apocalittica, dall’altro la programmazione dei post. Sembra che stiamo discutendo se il nuovo motore sia un drago sputafuoco o un tostapane. Ammetto di non riuscire a seguire quale delle due narrazioni sia quella meno fantasiosa.

  2. Melissa Benedetti

    La solita lagna da ex-dipendenti. La chiamano “corsa agli armamenti” per fare i titoloni. È competizione, punto. È così che si va avanti. O vogliamo tornare a mandare le mail a mano?

    1. @Melissa Benedetti La chiamano “corsa agli armamenti” quando temono di restare indietro. La vera domanda è chi vende le armi, non chi le usa. Bisogna posizionarsi dalla parte giusta del bancone, come sempre.

  3. Alessio De Santis

    Hanno piantato un seme meccanico nel nostro orto. Ma siamo noi i giardinieri. I frutti più strani sono sempre i più interessanti.

  4. Daniele Palmieri

    Chi ha costruito il motore si lamenta della velocità, una mossa prevedibile da chi ha già venduto i biglietti per la tribuna.

    1. @Daniele Palmieri, chi ha liberato il Leviatano ora si lamenta delle onde. Un modo elegante per vendere scialuppe di salvataggio solo a pochi eletti.

  5. Maurizio Greco

    L’etica è solo attrito in un motore che abbiamo avviato senza un interruttore di spegnimento; ora misuriamo la velocità, non la direzione del veicolo.

    1. @Maurizio Greco, temo che misurare la velocità di questo motore senza freni sia una macabra contabilità prima dell’impatto; la direzione, quando la strada finisce, diventa irrilevante di fronte al precipizio che attende tutti.

  6. Raffaele Graziani

    Sembra una di quelle gare tra formiche che facevo da bambino, ognuna con la sua briciola più grande. Poi arrivavo io con la lente d’ingrandimento. Qualcuno ha pensato a chi tiene la lente?

  7. Simone Rinaldi

    La chiamano “corsa agli armamenti” per spaventare. È il mercato, bellezza. Vince chi arriva primo, non chi fa la morale.

    1. Riccardo De Luca

      Simone Rinaldi, ci sta, è il mercato. Peccato che se l’IA vincitrice decide di fare tabula rasa, il mercato finisce. Un bel format, no?

  8. La tecnologia dovrebbe unire, non creare fronti. Questa logica da competizione frena il vero potenziale dell’IA per il bene comune. Mi chiedo quali dati usino per addestrare questi sistemi e con quali scopi reali.

    1. Alice Rinaldi

      @Eva Fontana Parlano di unire mentre costruiscono recinti digitali con i nostri dati; il bene comune è solo lo specchietto per le allodole.

  9. Nicolò Sorrentino

    Questa narrazione ci sta costruendo una gabbia. La sicurezza è sacrificata per la velocità. Stiamo correndo bendati verso un muro?

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