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Contattaci oraLa causa, depositata il 5 ottobre 2026 nel distretto occidentale dello Stato di Washington, cita Satya Nadella e altri convenuti
Un azionista ha citato il consiglio di amministrazione di Microsoft per come l'azienda ha addestrato i modelli di intelligenza artificiale, quarta causa simile in pochi mesi. Il precedente Anderson, depositato il 30 giugno 2026, chiede che i vertici rispondano del danno causato all'azienda. La tesi si basa sui cali del titolo dopo le cause per copyright, ma resta da dimostrare il nesso.
Ieri, 5 ottobre 2026, per la quarta volta in pochi mesi un azionista di Microsoft ha portato il consiglio di amministrazione in tribunale. Non per una trimestrale deludente, ma per il modo in cui l’azienda ha addestrato i suoi modelli di intelligenza artificiale. La nuova azione si chiama Subramanian v. Microsoft, come documenta ChatGPT Is Eating the World nell’articolo del 5 ottobre. È la quarta causa del genere, tutte depositate nel distretto occidentale dello Stato di Washington.
Il documento è intitolato Subramanian v. Nadella et al, datato 5 ottobre 2026. Il termine tecnico coniato per descrivere questa sequenza è “copyright shareholder derivative suit”: cause derivate degli azionisti, basate sulle leggi sui titoli, in cui si sostiene che i dirigenti abbiano approvato violazioni del copyright, esposto l’azienda a un rischio rilevante di responsabilità o fatto dichiarazioni fuorvianti per nasconderlo. Non è una questione di reputazione: è una strategia con pretese precise.
Per chi non mastica diritto societario: una causa derivata non la presenta un cliente o un concorrente, ma un socio, per conto della società stessa. L’azionista non chiede un risarcimento personale: chiede che il consiglio risponda del danno causato all’azienda. È una differenza sostanziale, perché sposta il confronto dal piano commerciale a quello della governance. E la ripetizione — quattro cause in pochi mesi — è il primo indizio che qualcosa sta cambiando.
Ma perché gli azionisti continuano a fare causa al consiglio? Cosa sperano di ottenere oltre al danno d’immagine? La risposta sta nel precedente più vicino.
Il precedente Anderson e il meccanismo del danno
Lo scorso 30 giugno 2026 un altro socio, Eric Anderson, ha depositato una causa derivata per conto di Microsoft Corporation contro l’intero consiglio di amministrazione. Il fascicolo, Case 2:26-cv-02281, depositato il 30 giugno 2026, conta 49 pagine e cita uno per uno i nomi dei vertici: Satya Nadella, Amy E. Hood, Jared Spataro, Rajesh Jha, Reid Hoffman, Hugh Johnston, Teri List, Catherine MacGregor, Mark Mason, Sandra E. Peterson, Penny Pritzker, Charles W. Scharf, John W. Stanton ed Emma Walmsley. Microsoft figura come convenuta nominale.
La strategia è sempre la stessa: dimostrare che il consiglio ha causato un danno all’azienda, non ai singoli investitori. E qui sta il punto che spiega il meccanismo. Per definire il danno, come riportato da Bloomberg Law, gli azionisti monitorano i cali del prezzo delle azioni in coincidenza con la presentazione di nuove cause per copyright. Ogni volta che una società viene citata in giudizio per presunta violazione di opere protette nell’addestramento AI, il titolo reagisce. E quel calo, secondo la tesi degli azionisti, è il danno da risarcire.
È qui che entra in gioco il paradosso assicurativo. Se i manager vengono difesi da polizze D&O — le polizze che coprono la responsabilità di amministratori e dirigenti — pagate dalla stessa società, chi paga davvero il conto? Come segnala D&O Diary in un’analisi di luglio, la nuova causa derivata contro il consiglio di Microsoft illustra i rischi del “silent AI” per il settore assicurativo. Il termine rende bene l’idea: i modelli generativi non dichiarano quali opere hanno assorbito in addestramento. La violazione, se c’è, non si vede. È silenziosa. Ma i premi D&O non sono silenziosi: aumentano quando il rischio si materializza, e le compagnie cominciano a chiedersi se coprire o meno questo tipo di esposizione. Quando succede, il conto lo paga chi? La società, che versa i premi. Gli azionisti, che vedono calare il titolo. O i manager, che si ritrovano nominati in un atto di citazione?
È esattamente il tipo di domanda che una quarta causa consecutiva rende sempre più difficile ignorare.
Adobe, NVIDIA e il rischio AI per chi vende online
Il conto non si ferma a Microsoft. Adobe e NVIDIA sono già nello stesso elenco di società chiamate a rispondere per violazioni fiduciarie legate al copyright nell’addestramento AI. Nel caso Adobe, come riportato da Courthouse News, gli azionisti hanno presentato richieste di violazione dei doveri fiduciari e delle leggi sui titoli, citando l’Exchange Act e il Securities Exchange Act del 1934. La sostanza è la stessa: dichiarazioni sull’AI che minimizzavano il rischio legale legato alle opere protette da copyright.
Come riportato in un’analisi CCH dello scorso agosto, Adobe, Microsoft e NVIDIA sono state destinatarie di azioni legali derivate da parte degli azionisti per presunte violazioni dei doveri fiduciari e delle leggi sui titoli, tutte collegate all’uso di opere protette da copyright nello sviluppo dell’AI. Non è più un caso isolato: è una categoria di rischio.
Per chi fa impresa online, la quarta causa contro Microsoft non è una questione tecnica: è il segnale che ogni modello di business basato su AI generativa deve poter dimostrare la liceità dei dati di addestramento, pena un rischio legale e assicurativo sempre meno silenzioso.
