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La competizione si sposta sull’infrastruttura e sulla capacità di creare dipendenza, mentre OpenAI punta a dominare con investimenti massicci e strategie di fidelizzazione aggressive.
In un memo interno, OpenAI rivela la sua nuova strategia per contrastare la crescente concorrenza di rivali come Anthropic. Con la tecnologia IA che diventa una commodity, l'azienda punta tutto su un'infrastruttura dominante e sul creare un ecosistema "chiuso" per blindare i clienti, trasformando la competizione tecnologica in una spietata guerra di mercato.
OpenAI suona l’allarme: la guerra per il futuro dell’IA si combatte sull’infrastruttura, non solo sui modelli
Un memo interno di quattro pagine, un vero e proprio allarme rosso, è quello che Denise Dresser, Chief Revenue Officer di OpenAI, ha inviato ai suoi dipendenti.
Il messaggio è schietto: “il mercato è competitivo come non l’ho mai visto”.
Dimentica i tempi in cui OpenAI era l’unica stella polare nel firmamento dell’intelligenza artificiale generativa. Oggi la festa è finita, e l’azienda che ha dato il via alla rivoluzione con ChatGPT si trova costretta a passare da innovatore a difensore del proprio territorio.
Il documento, come scrive The Verge, dipinge un quadro dove la fedeltà dei clienti è praticamente inesistente.
Un giorno esalti le capacità di GPT-4, il giorno dopo ti innamori delle risposte di Claude di Anthropic.
Questo continuo saltare da un servizio all’altro è il sintomo di un problema più grande: la tecnologia di base sta diventando una commodity, un prodotto quasi indifferenziabile. E quando la tecnologia non è più un vantaggio competitivo solido, la partita si sposta su un altro campo.
Il mercato, infatti, si è decisamente affollato.
E c’è un nome che a San Francisco fa più paura di tutti.
La vera sfida non è il modello, ma chi costruisce l’autostrada
Quel nome è Anthropic. Fondata da Dario Amodei e altri ricercatori fuoriusciti proprio da OpenAI, l’azienda si è posizionata come l’alternativa “sicura” e responsabile, conquistando fette di mercato enterprise a suon di performance convincenti.
La competizione però non si gioca più solo a chi ha l’algoritmo più intelligente, ma a chi possiede l’infrastruttura più potente per farlo funzionare.
Qui OpenAI ha deciso di mettere sul tavolo una montagna di soldi.
L’obiettivo è raggiungere 30 gigawatt di capacità di calcolo entro il 2030, una cifra che fa impallidire i 7-8 gigawatt che, secondo le stime di OpenAI, Anthropic avrà a disposizione nel 2027. Come descritto da OpenDataScience, si parla di una spesa prevista di circa 600 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni.
Il ragionamento è semplice: più potenza di calcolo significa modelli addestrati meglio, più veloci e, alla lunga, più economici da offrire. Una strategia che mira a creare un vantaggio quasi impossibile da colmare per i concorrenti.
Ma la domanda sorge spontanea: basta pompare miliardi nelle infrastrutture per vincere?
OpenAI sa benissimo che la risposta è no, e per questo ha già pronto un piano B.
Il piano b: intrappolare i clienti nell’ecosistema
Se non puoi vincere sulla pura superiorità tecnologica, che per sua natura è temporanea, devi cambiare le regole del gioco.
La nuova strategia di OpenAI è chiara: costruire costi di transizione talmente alti da rendere doloroso per un cliente abbandonare la nave. In parole povere, si tratta di integrare così profondamente i propri strumenti nei processi aziendali e di sviluppo da creare una vera e propria dipendenza.
Questo è un classico del mondo tech: rendere i propri prodotti indispensabili non perché sono i migliori in assoluto, ma perché sono i più comodi e integrati.
Vien da chiedersi se questa corsa a “blindare” i clienti non finisca per soffocare l’innovazione stessa che queste aziende dicono di voler promuovere.
Nel frattempo, per giustificare la necessità di dominare il mercato, OpenAI sventola anche la bandiera della competizione geopolitica. In un documento inviato alla Camera degli Stati Uniti, l’azienda ha messo in guardia sulle ambizioni della Cina nel campo dell’IA, dipingendo la sfida come una lotta tra “modelli democratici e autocratici”.
Una narrazione potente, che però suona anche molto comoda per un’azienda americana che cerca di consolidare la propria posizione di leader.
La verità è che la corsa all’oro dell’IA è entrata in una nuova fase, più spietata e strategica.
E per i clienti, questo significa dover scegliere con ancora più attenzione a chi affidare il proprio futuro digitale, perché uscirne potrebbe diventare molto più complicato del previsto.

Stanno costruendo binari a senso unico. La competizione non è sulla velocità dei treni, ma sul possesso dell’intera ferrovia. Si sceglie il convoglio, ma il capolinea è sempre lo stesso.
Serena Basile, quando tutti i treni vanno lì, si smette di guardare il paesaggio.
Chiamarla “infrastruttura” è gentile. È una gabbia dorata, la stessa che conosciamo nella pubblicità. Ci attirano con la tecnologia e poi chiudono il cancello alle nostre spalle. Siamo clienti o siamo diventati prigionieri?
@Emma Rinaldi Gabbia dorata, centro perfetto. Nel mio mondo si chiama “lock-in”. Ti danno un potere enorme, ti ci abitui. Poi, quando non puoi più farne a meno, scopri di non essere il cliente. Sei solo il primo passo del loro piano.
Lamentarsi del monopolio è inutile, è la solita logica da marketplace. Se il servizio non spacca, la gente scappa dal recinto, no?
@Beatrice Benedetti La qualità del servizio è l’esca, non il punto. Ci legano con fili invisibili di integrazione. Più ci muoviamo, più la rete si stringe. A volte temo di essere io stesso a tessere queste trappole.
@Walter Benedetti Non sono fili invisibili, è un contratto non scritto. Loro offrono comodità, noi cediamo libertà. Il calcolo è molto semplice.
Chiamiamolo col suo nome: monopolio. Cercano di costruire un’autostrada a pedaggio dove prima c’era un campo aperto. Non combattono per la tecnologia migliore, ma per il casello più redditizio. Quanto siamo disposti a pagare per la comodità?
@Vanessa De Rosa Esatto, un casello. Ci hanno dato la chiave di un giardino incantato, ma le mura le stavano già costruendo. Che ingenui.
Stanno costruendo le nostre nuove gabbie. La cosa che mi terrorizza è il nostro entusiasmo.
@Sebastiano Caputo Macché entusiasmo, è pigrizia. Vogliamo la pappa pronta, zero sbatti. Poi però è inutile lamentarsi se il prezzo è la libertà.
La chiamano fidelizzazione, ma è un guinzaglio digitale travestito da cordone ombelicale che ci nutre. Mentre si contendono il monopolio della nostra dipendenza, noi impariamo a scambiare la libertà per un po’ di comodità, diventando clienti felici in gabbie sempre più strette.
Ci vendono una dipendenza tecnologica e noi discutiamo del colore delle catene?
Un memo interno per annunciare un monopolio. Che coraggio. Noi analisti chiamiamo questa mossa “martedì”. Qualcuno ha calcolato il vero prezzo della dipendenza tecnologica che ci stanno proponendo?
La chiamano “guerra per l’infrastruttura”, ma è solo il vecchio trucco di venderti una gabbia dorata. E il bello è che io sarò il primo a comprarla, convinto che le sbarre siano un optional di lusso da esibire.
Alessandro Parisi, se le sbarre sono in fibra ottica, prendo il pacchetto premium. La velocità batte la filosofia ogni giorno.
Federica Testa, la gabbia dorata è sempre la più comoda, non si discute. Il punto è quando scopri che la chiave non te la daranno mai.
Ci vogliono prigionieri di lusso, legati a un solo fornitore. È la vecchia ricetta del mercato. Mi domando quando smetteremo di cascarci.
Paolo Fiore, ti costruiscono un’autostrada scintillante. Peccato porti solo al loro centro commerciale. La comodità è una trappola ben arredata. Il vero problema non è entrarci, ma calcolare il costo per uscirne.
Solita guerra per chiuderti dentro. Che sbatti scegliere la piattaforma giusta adesso.