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Dalla promessa di un futuro senza pubblicità alla realtà di un Ads Manager: ecco come OpenAI punta a monetizzare ChatGPT e quali sono le sfide che l’attendono
OpenAI cede alla pressione finanziaria e apre le porte alla pubblicità su ChatGPT, testando un "Ads Manager" per monetizzare la sua immensa utenza gratuita. Una svolta strategica che promette ricavi miliardari ma che mette a serio rischio la fiducia degli utenti, pilastro del suo successo. La corsa alla monetizzazione è ufficialmente iniziata, ma il prezzo da pagare potrebbe essere altissimo.
La festa è finita: OpenAI apre le porte alla pubblicità su ChatGPT
Te lo ricordi quando, solo pochi mesi fa, Sam Altman descriveva la pubblicità come “l’ultima risorsa” per ChatGPT?
Sembra passata un’eternità.
La realtà, come spesso accade nel mondo tech, ha presentato il conto. OpenAI sta infatti gettando le basi per una vera e propria infrastruttura pubblicitaria, e lo sta facendo in modo tutt’altro che timido. Come riportato da Adweek, sta testando un vero e proprio “Ads Manager”, una dashboard dedicata che permette ai primi partner selezionati di gestire le proprie campagne in tempo reale. In pratica, uno strumento del tutto simile a quelli che già conosciamo su Google o Meta.
Questa mossa, mascherata da “esperimento per gli utenti”, segna un punto di non ritorno.
La sperimentazione è per ora limitata agli utenti maggiorenni negli Stati Uniti che utilizzano il piano gratuito o il nuovo abbonamento “Go”. Gli annunci sponsorizzati appaiono in fondo alle risposte, etichettati in modo chiaro, solo quando la conversazione tocca argomenti pertinenti.
OpenAI sta camminando sulle uova, imponendo ai partner di sottolineare che le risposte non sono influenzate da interessi commerciali e che le conversazioni restano private. Una narrazione attenta, quasi millimetrica, che però nasconde ambizioni economiche che sono tutto fuorché modeste.
Obiettivo miliardi: i numeri dietro la svolta
Non giriamoci intorno: questa virata strategica è dettata da una necessità impellente di monetizzare un’utenza enorme ma poco redditizia.
Parliamo di 800 milioni di utenti attivi settimanali, di cui meno del 3% paga per un abbonamento premium. Un divario che, con i costi infrastrutturali dell’intelligenza artificiale, diventa insostenibile.
Le proiezioni interne, descritte dall’European Business Magazine, parlano chiaro: la monetizzazione degli utenti gratuiti potrebbe generare 1 miliardo di dollari nel 2026 e quasi 25 miliardi entro il 2029.
Numeri da capogiro, sostenuti da un costo per mille impressioni (CPM) fissato per i test a 60 dollari. Per capirci, è una cifra paragonabile a quella degli spazi pubblicitari durante le partite della NFL, che fa impallidire i CPM di Meta, spesso inferiori ai 20 dollari.
La giustificazione di un prezzo così alto?
La capacità unica di ChatGPT di comprendere il contesto e monetizzare l’intento dell’utente. Se chiedi consigli per una maratona, potrebbe proporti un paio di scarpe da corsa.
Bello, ma è davvero un valore aggiunto così rivoluzionario da giustificare tali costi?
La verità, forse, sta in una frase degli analisti di Deutsche Bank: “Nessuna startup nella storia ha operato con perdite di questa portata”.
La corsa alla monetizzazione è iniziata, spinta da una pressione finanziaria senza precedenti.
Ma c’è un prezzo da pagare per questa accelerazione, un prezzo che potrebbe costare a OpenAI molto più del previsto.
La vera sfida: fiducia degli utenti e dati mancanti
Ed eccoci al nodo cruciale della questione: la fiducia. Il vantaggio competitivo di ChatGPT si fonda sulla percezione che le sue risposte siano oggettive e affidabili. Se gli utenti iniziano a sospettare che i suggerimenti siano pilotati dagli inserzionisti, l’intero castello di carte rischia di crollare.
Il pericolo è concreto, soprattutto considerando che ChatGPT ha accesso a un’enorme quantità di dati dalle nostre conversazioni, permettendo una profilazione iper-targettizzata che potrebbe far sembrare Meta un dilettante.
È questo il futuro che vogliamo?
Come se non bastasse, per ora la piattaforma offre ai suoi partner pubblicitari metriche di misurazione a dir poco basilari. Come descritto da Digiday, gli inserzionisti ricevono solo dati su visualizzazioni e click, senza dettagli su quali prompt attivano gli annunci o altre informazioni cruciali per ottimizzare le campagne.
In sostanza, OpenAI chiede un investimento premium in cambio di dati da principiante.
Mentre Google si prepara a introdurre la pubblicità nel suo assistente Gemini nel 2026, la domanda resta aperta: OpenAI riuscirà a costruire un business pubblicitario sostenibile senza tradire la fiducia dei suoi utenti e senza erodere il valore che l’ha resa così popolare?
La strada è tutta in salita.

Mi sorprende la sorpresa generale. Una creatura che consuma energia quanto una piccola città non poteva restare un’opera di bene per sempre. La monetizzazione non era un’opzione, era solo una questione di tempo. Adesso inizia il vero test per la fedeltà degli utenti.
E io che per un attimo ci avevo creduto, pensavo che almeno loro fossero diversi. È quasi tenera la mia capacità di sperare ancora in un angolo di web pulito, prima della solita, inevitabile colonizzazione commerciale.
Chiamatela deformazione professionale, ma l’avevo previsto. Le promesse nel tech durano quanto un gatto in tangenziale. Anche le nostre conversazioni più intime avranno un prezzo. Mi chiedo quale sarà il prossimo tabù a cadere dopo questo.
@Emma Rinaldi, noi del settore quel gatto lo vediamo sfrecciare ogni giorno. La vera domanda non è quale tabù cadrà, ma quanto siamo disposti a pagare con i nostri dati per un’illusione di progresso. Il banchetto digitale ha sempre richiesto un sacrificio umano.
Mi rincuora sapere che i miei dati non serviranno solo ad addestrare un’IA, ma anche a vendermi ciarpame inutile. La generosità ha dei limiti.
@Paolo Pugliese, la sua ironia è amara verità. Da analista, vedo la logica economica. Da sognatore, vedo un’altra promessa infranta. Che valore diamo alla nostra attenzione?
Qualcuno si aspettava che miliardi di query rimanessero un’opera di pura e disinteressata filantropia?
Un patto di cristallo. Infranto. Hanno aperto le porte del tempio ai mercanti. E dopo i nostri clic, venderanno anche le nostre intenzioni?
L’esca del servizio gratuito ha funzionato alla grande, e ora tirano su la rete piena di banner. Mi sento quasi insultato dalla loro finta sorpresa nel dover monetizzare per campare.
La solita manfrina delle startup: prima ti danno il contentino aggratis per fare numeri e poi, quando sei dentro fino al collo, arriva la pubblicità. È un modello che spiego sempre ai miei, non capisco come la gente possa ancora stupirsi.